Сибирское воспитание
- Автор: Лилин Николай
- Год: 2009
- Язык: итальянский
- Год: Pili
- ISBN: 978-88-06-19552-6
- Жанр: Криминальные детективы
Электронная книга - «Сибирское воспитание». Краткое содержание книги:
В 1980 году в одной из наиболее авторитетных семей этой общины рождается мальчик Николай (позже ему дадут прозвище Колыма). Книга написана от его лица. На обложке говорится, что это автобиография, а Николай Лилин — «потомственный сибирский урка». Первое оружие, первая сходка, первая отсидка, парочка убийств, гибель друзей, вторая отсидка, обучение ремеслу тюремного татуировщика — вот и вся канва.
E chiaro che quando capita qualcosa il Guardiano è il primo interessato a voler risolvere tutto in maniera efficace e veloce, per non far diventare il caso troppo complicato, per non coinvolgere le autorità.
Trave era un vecchio rapinatore educato alla vecchia maniera. Per dare inizio alla riunione ha salutato alla siberiana, come si usa da noi, e cioè ringraziando Dio per aver dato a tutti la possibilità di essere presenti.
Parlava lentamente, ma con voce profonda, sembrava che a parlare fosse un orso e non un uomo. Noi lo ascoltavamo, ogni tanto qualcuno faceva un triste sospiro, a sottolineare la situazione pesante che avevamo davanti.
Il senso del discorso di Trave era semplice: era successa una cosa gravissima, già una violenza su una donna è una cosa inammissibile per la comunità criminale siberiana, ma una violenza su una donna Voluta da Dio è una violenza nei confronti di tutta la tradizione siberiana.
— Avete una settimana di tempo, — ha concluso guardando noi ragazzi. - Dovete trovare il colpevole, о i colpevoli se sono stati in tanti, e ammazzarli.
Quell’incarico spettava a noi. Siccome Ksjusa era minorenne, le regole del nostro quartiere imponevano che fossero i minorenni a fare le indagini e a occuparsi dell’esecuzione finale.
Non ci avrebbero lasciati soli, anzi ci avrebbero dato una grossa mano, ma davanti alle altre comunità dovevamo comparire solamente noi, per far capire come funziona la nostra^ legge.
E la regola siberiana: gli adulti non si mettono mai a fare qualcosa che riguarda i minorenni; possono aiutarli, dare consigli, sostenerli, ma tocca a loro esporsi. Anche nelle nostre risse non ci sono adulti, invece i ragazzi degli altri quartieri possono chiamarli a dare rinforzo. In Siberia un adulto non si permette mai di alzare le mani su un minorenne, altrimenti perde la sua dignità criminale, e allo stesso tempo anche il minorenne deve stare al suo posto e non rompere l’anima agli adulti.
Insomma, per far capire agli altri che la nostra legge è forte, noi ragazzi siberiani dobbiamo dimostrare che siamo capaci di occuparci di noi stessi.
— Per cominciare, andrete di quartiere in quartiere alla ricerca d’informazioni, — ci ha detto Trave. - E questi vi saranno utili, — ha concluso allungandoci un pacco di soldi. Erano diecimila dollari, una gran bella cifra.
La riunione era finita, e con la benedizione del nostro branco ora potevamo partire per la città.
Ma prima che uscissi di casa, nonno Kuzja mi ha chiamato con un gesto, come faceva sempre quando aveva qualcosa da dirmi «occhio nell’occhio», come si dice da noi.
— Ehi, Kolima, vieni un po’ qua.
L’ho seguito fino al tetto, nella casetta dove teneva i colombi. Sono entrato dopo di lui. Si è girato di scatto e mi ha guardato come se mi stesse misurando:
— Tu vai in città, e controlla che tutto sia a posto. Lascia parlare gli altri, stai solamente a sentire. E fai attenzione, soprattutto con gli ebrei e gli ucraini… — ha spostato uno strato di fieno che ricopriva il pavimento e mi ha indicato una piccola fessura tra i listelli di legno. - Alza l’asse che balla e prendi quello che trovi. Non separartene mai, e se qualcuno si mette in mezzo a voi, usala. L’ho caricata io —. Poi è uscito fuori, lasciandomi da solo davanti alla piccola botola. Ho alzato l’asse e ho trovato una Nagant, la mitica pistola a tamburo amata e usata dai nostri vecchi criminali.
Quello che mi aveva detto nonno Kuzja aveva un significato preciso nel linguaggio criminale: ricevere una pistola caricata da un criminale autorevole è come avere il permesso di usarla in qualunque situazione. Sei protetto, non devi preoccuparti delle conseguenze. In molti casi, se la situazione diventa calda, basta dire «Ho una pistola caricata da…» e tutto si risolve a tuo favore, perché a quel punto andare contro di te equivale ad andare contro la persona che ti ha caricato la pistola.
Fuori dalla casa di nonno Kuzja ci aspettavano due autisti adulti, due giovani criminali della nostra zona che avevano ricevuto l’ordine di portarci dove volevamo ma di non intervenire se non in caso di vita о di morte.
Prima di salire nelle macchine abbiamo parlato un po’, per fare un minimo di piano strategico. Abbiamo deciso che i soldi li teneva Gagarin, il più grande tra tutti noi, a cui toccava anche la responsabilità di parlare con la gente; noi invece ci saremmo divisi in due gruppi: il primo copriva le spalle a Gagarin, e il secondo, mentre lui parlava, andava in giro a ficcare il naso negli affari degli altri, per trovare una traccia.
— E la prima volta che ci tocca fare il mestiere degli sbirri, — ha detto Gagarin.
Ci siamo fatti sopra due risate, poi siamo partiti per fare il giro di Bender. In realtà c’era poco da ridere: era come scendere all’inferno.
In macchina Mei mi ha detto che si sentiva un po’ agitato e mi ha dato una pistola, dicendomi:
— Dài, lo so che come al solito sei venuto solo con la lama. Ma questa è una faccenda seria, tienila anche se ti dà fastidio, fallo per me.
Gli ho detto che ero già a posto, e lui si è tranquillizzato, facendomi pure l’occhiolino:
— Allora sei passato da tuo zio…
Io mi sentivo troppo importante per spifferare subito (e in modo cosi semplice) il segreto della pistola che avevo dietro, e allora mi sono limitato a sorridere e a cantare piano:
— «Mamma Siberia, risparmiami la vita…»
Siamo arrivati in Centro, nel locale tenuto da un vecchio criminale, Pavel', Guardiano della zona. Pavel' non era siberiano e non viveva secondo le nostre regole, dunque con lui dovevamo essere diplomatici, ma senza esagerare: arrivavamo pur sempre dalla zona più vecchia e importante nel mondo criminale, Fiume Basso, ci meritavamo rispetto per il so lo fatto di essere siberiani.
Pavel' era nel locale con un gruppo di amici, gente del sud della Russia che non seguiva regole precise se non quelle del dio denaro, gente che esibiva la ricchezza, che portava vestiti alla moda e molto oro — catene, braccialetti, anelli. A noi quest’abitudine non piaceva: secondo la tradizione siberiana un criminale degno ha addosso solamente i suoi tatuaggi, il resto è umile, come insegna il Signore.
Abbiamo salutato, entrando. Dal tavolo dove il padrone giocava a carte con i suoi amici si è alzato un uomo di circa trent’anni, magro, pieno d’oro, con una giacca rossa profumata come una rosa di primavera o, come direbbe mio zio Sergeij, «come una troia in mezzo alle gambe». Ci ha parlato in tono molto aggressivo: già alle prime battute, secondo il nostro regolamento, si sarebbe tranquillamente guadagnato una lama.
Era un provocatore: gli uomini come lui sono come i cani, che abbaiano per spaventare i passanti. Hanno solamente questa funzione. Un criminale educato ed esperto lo sa e li ignora, non li guarda neanche, così si capisce subito che lui non è un fraer, un buffone.
Siamo passati oltre e ci siamo diretti al tavolo, lasciando il coglione a urlare e bestemmiare.
Il vecchio Pavel' ci ha guardati con attenzione e ci ha chiesto in una maniera molto grezza cosa volevamo.
Gagarin aveva alle spalle tre condanne minorili e un anno prima aveva ammazzato due sbirri, e nei suoi diciassette anni di vita aveva già accumulato abbastanza esperienza per sapere come parlare a gente come quella, così gli ha riassunto subito i termini della situazione.
Gli ha detto dei soldi, e della necessità di trovare i colpevoli.
In un attimo tutto è cambiato. Pavel' si è alzato e con un movimento brusco si è aperto la camicia, mostrando il petto ricoperto di tatuaggi e di catene d’oro. Contemporaneamente si è messo a urlare:
— Non si può perdonare chi ha fatto un gesto simile, giuro su Dio che se lo trovo lo ammazzo con le mie mani!
Gagarin, tranquillo e calmo come un morto il giorno del suo funerale, gli ha detto che non c’era bisogno di ammazzarlo, questo lo avremmo fatto noi, però far girare la voce e darci una mano a trovarlo sarebbe stato utile, poi gli ha ripetuto che avremmo ricompensato con molti soldi chi ci poteva aiutare.