Сибирское воспитание
- Автор: Лилин Николай
- Год: 2009
- Язык: итальянский
- Год: Pili
- ISBN: 978-88-06-19552-6
- Жанр: Криминальные детективы
Электронная книга - «Сибирское воспитание». Краткое содержание книги:
В 1980 году в одной из наиболее авторитетных семей этой общины рождается мальчик Николай (позже ему дадут прозвище Колыма). Книга написана от его лица. На обложке говорится, что это автобиография, а Николай Лилин — «потомственный сибирский урка». Первое оружие, первая сходка, первая отсидка, парочка убийств, гибель друзей, вторая отсидка, обучение ремеслу тюремного татуировщика — вот и вся канва.
Bene, parlando di Ksjusa lui diceva che era molto importante non disturbarla mentre era immobile, ma soprattutto era necessaria una cosa: quando lei tornava alla realtà, tutto intorno a lei doveva essere come al momento del distacco.
Quindi noi ragazzi sapevamo che non bisognava toccarla, quando entrava in quello stato. Lo sapevamo, e cercavamo con tutte le nostre forze di proteggere la nostra Ksjusa da ogni possibile trauma, ma come succede spesso tra giovani qualche volta abbiamo pure esagerato, seguendo i consigli del dottore.
Una volta ad esempio stavamo facendo un giro in barca: eravamo in tre più Ksjusa, risalivamo il fiume controcorrente, e a un certo punto si è spento il motore. Abbiamo messo i remi in acqua, ma dopo qualche minuto ho notato che Ksjusa era cambiata, stava seduta con la schiena diritta e la testa ferma, come una statua, e fissava l’ignoto… Allora noi, poveri deficienti, ci siamo messi a remare come matti controcorrente, perché avevamo paura che se al risveglio di Ksjusa il paesaggio intorno cambiava, la sua salute veniva gravemente danneggiata.
Abbiamo remato come disperati per quasi un’ora, facevamo i turni ma eravamo sfiniti lo stesso, la gente ci guardava dalla riva cercando di capire cosa stavano facendo ’sti imbecilli su una barca in mezzo al fiume, proprio dove la corrente è più forte, e perché continuavano a remare controcorrente per restare sempre allo stesso punto.
Quando Ksjusa si è svegliata abbiamo tirato tutti un bel sospiro e siamo tornati subito a casa, anche se lei continuava a chiedere di andare ancora un po’ più avanti…
Volevamo un casino di bene alla nostra Ksjusa, era la nostra sorellina.
Quando sono uscito dal carcere dopo la mia seconda condanna minorile, ho fatto festa per una settimana. Poi mi sono fatto un giorno intero di sauna, mi sono addormentato sotto il vapore caldo, profumato dall’estratto di pino, che mi ha inchiodato alla branda di legno bollente. Dopo sono andato a pesca con i miei amici.
Abbiamo preso quattro barche e delle reti lunghe, e siamo andati lontano: abbiamo risalito il fiume fin sotto le colline, dove cominciavano le montagne. Li il fiume era molto più largo, a volte non si vedeva la riva opposta, e la corrente era meno forte: tutta una pianura piena di piccoli laghi tra boschi selvatici e campi, e un profumo di fiori ed erbe portato dal vento che a respirarlo ti sentivi in paradiso.
Pescavamo di notte e ci rilassavamo di giorno, facevamo il fuoco e preparavamo la zuppa di pesce oppure il pesce cot-to nella terra, i nostri piatti preferiti. Parlavamo tanto, io raccontavo quello che avevo visto in galera, le storie quotidiane del carcere, la gente che avevo incontrato e le cose interessanti che avevo sentito raccontare dagli altri. I miei amici mi mettevano al corrente di quello che era successo nella nostra zona mentre ero in prigione: chi se n’era andato, chi era stato messo dentro, chi era morto, chi si era ammalato о era sparito; i casini capitati da noi о le grane con qualcuno di un’altra zona, le risse scoppiate durante la mia assenza. Qualcuno raccontava della sua condanna precedente, qualcun altro di quello che aveva sentito dire dai suoi parenti tornati dalla galera. Così passavamo le giornate.
Dopo una decina di giorni siamo tornati a casa.
Ho legato la mia barca al molo. Era una bella giornata, faceva caldo, anche se tirava po’ di vento. Ho lasciato in barca tutto: la mia borsa con il sapone, lo spazzolino da denti e il dentifricio, ho lasciato lì anche le mie ciabatte, volevo camminare senza avere niente tra le mani. Mi sentivo bene, come ci si sente quando sei cosciente di essere veramente libero.
Ho messo il mio cappello a otto triangoli storto sul lato destro della testa, ho infilato le mani in tasca, toccando con la destra il mio coltello a scatto, ho raccolto un filo d’erba aromatica in riva al fiume e l’ho stretto tra i denti.
E così, a piedi scalzi, in compagnia dei miei amici, con passo rilassato sono partito verso casa.
Già nella prima via del nostro quartiere abbiamo capito che era successo qualcosa: la gente usciva dalle case, le donne con i bambini piccoli tra le braccia andavano dietro agli uomini, si era formata una fila immensa di persone. Seguendo la folla, aumentando il passo abbiamo raggiunto la coda della fila, chiedendo subito cos’era accaduto. Zia Marfa, una donna di mezz’età, moglie di un amico di mio padre, ci ha risposto con una faccia spaventatissima, quasi terrorizzata:
— Figlioli, che disgrazia ci è capitata, che disgrazia… Il Signore ci sta punendo tutti quanti…
— Ma cos’è successo, zia Marfa? E morto qualcuno? — ha chiesto Mei.
Lei lo ha fissato con uno sguardo pieno di dolore e ha detto una cosa che non dimenticherò mai:
— Ti giuro su Gesù Cristo che quando è morto in galera mio figlio non stavo così male…
Poi si è messa a piangere e a farfugliare qualcosa, ma non si capiva niente, abbiamo colto solo tre parole, «residuo di aborto», un insulto molto pesante per noi, perché oltre a offendere la persona che viene chiamata così offende il nome della madre, che secondo la tradizione siberiana è sacro.
Quando una donna, una madre, insulta il nome di un’altra madre, significa che la persona a cui è rivolto quell’insulto ha fatto qualcosa di veramente orribile.
Cosa stava succedendo? Non ci capivamo niente.
Per di più in pochi istanti tutte le donne presenti nella fila si sono messe a urlare, piangere e sputare maledizioni insieme a zia Marfa. Gli uomini, come previsto dalla legge siberiana, le lasciavano urlare e mantenevano la calma: soltanto gli sguardi pieni d’ira, le strette fessure degli occhi quasi chiusi dalla rabbia, indicavano il loro stato d’animo.
A zia Marfa si è avvicinato zio Anatolij, un vecchio criminale che da giovane aveva perso l’occhio sinistro in una rissa e per questo era soprannominato «Ciclope». Era alto e robusto e non portava mai la benda su quel buco dove una volta c’era stato il suo occhio: preferiva mostrare a tutti quel vuoto nero e spaventoso.
Ciclope aveva il compito di occuparsi di zia Marfa e di badare alla sua famiglia, mentre il marito — che era il suo migliore amico — era in galera. Così si usa tra criminali siberiani: quando uno deve scontare una lunga condanna, chiede a un amico, una persona di cui si fida, di aiutare la sua famiglia a tirare avanti, di controllare che la moglie non lo tradisca con qualcun altro (cosa quasi impossibile nella nostra comunità), di vigilare sull’educazione dei figli.
Abbracciando zia Marfa, Ciclope cercava di calmarla, ma lei continuava a gridare sempre più forte, e le altre donne facevano lo stesso. Così hanno cominciato a piangere pure i bambini piccoli, e poi anche quelli un po’ più grandi.
Sembrava un inferno: veniva da piangere pure a me, anche se nemmeno sapevo il motivo di tutta quella disperazione.
Ciclope ci ha guardati, e ha capito dalle nostre facce che nessuno ci aveva ancora detto niente. Ha mormorato con la voce triste e piena di rabbia:
— Qualcuno ha violentato Ksjusa… Ragazzi, è un mondo di bastardi questo!
— Ma stai zitto, Anatolij, non far arrabbiare ancora di più Nostro Signore! — lo ha interrotto nonno Filat', un vecchissimo criminale che tutti chiamavano «Inverno», ma non ho mai capito perché.
Si diceva che da ragazzo Filat' avesse derubato Lenin in persona. Cioè, lui e la sua banda avevano fermato alla periferia di San Pietroburgo la macchina di Lenin e di alti membri del partito. Lenin — raccontavano — non aveva voluto consegnare ai rapinatori la macchina e i soldi, e Inverno allora lo aveva picchiato sulla testa: dopo quel trauma a Lenin era venuto il suo famoso tic, insomma aveva cominciato a girare involontariamente la testa verso sinistra. Ho sempre creduto poco in questa storia, chissà cosa c’era di vero, però era divertente vedere persone adulte che raccontavano queste cose convinte che fossero vere.