Сибирское воспитание
- Автор: Лилин Николай
- Год: 2009
- Язык: итальянский
- Год: Pili
- ISBN: 978-88-06-19552-6
- Жанр: Криминальные детективы
Электронная книга - «Сибирское воспитание». Краткое содержание книги:
В 1980 году в одной из наиболее авторитетных семей этой общины рождается мальчик Николай (позже ему дадут прозвище Колыма). Книга написана от его лица. На обложке говорится, что это автобиография, а Николай Лилин — «потомственный сибирский урка». Первое оружие, первая сходка, первая отсидка, парочка убийств, гибель друзей, вторая отсидка, обучение ремеслу тюремного татуировщика — вот и вся канва.
— Allora? E buona la nostra ragazza? E mia! Adesso è tutta gratis per voi, ma da domani me la pagate! Altrimenti vi fate le seghe!
Questo delirio era cominciato verso le nove di sera, ed è continuato per tutta la notte. Le guardie non sono venute neanche una volta a vedere che stava succedendo. I violentatori facevano i turni, andavano a riposare, poi ricominciavano da capo. Tra loro scherzavano:
— Ehi, ragazzi, ma siete sicuri che è ancora vivo?
— Beh, l’importante è che è ancora caldo…
— E vivo, guarda come ciuccia!
Verso le sei del mattino la festa era finita.
Tutti ridevano e scherzavano, Marina era sdraiato nel suo letto, immobile, ogni tanto lo si sentiva piangere e sussurrare qualcosa con la sua vocina da ragazza.
Tre giorni dopo è stato prelevato di nuovo dalle guardie.
Ma prima Pesce gli ha fatto un bel discorso, per assicurarsi che non facesse denuncia al reparto disciplinare.
— Marina, se parli ti ammazzo con le mie mani… Stai zitto e buono e qui nessuno ti toccherà più, solo io verrò a trovarti. Io о chi mi paga. Hai capito? Senza di me, quelli ti romperebbero tutti i buchi, come l’altra notte!
Pesce credeva di essere stato convincente, e appena Marina è uscito dalla cella ha cominciato a stabilire con gli amici chi sarebbe stato il primo a scoparselo al suo ritorno.
Dopo qualche ora sono arrivate sei persone del reparto disciplinare, insieme a Coccodrillo Zena in persona. Hanno chiamato per cognome tutti quelli che avevano partecipato alla violenza. Tra i Ladrini si è sparso il panico. Qualcuno diceva:
— Ma io non ho fatto niente, ero lì, però non ho fatto niente.
Noi assistevamo con interesse alla scena.
Quando il guardiano ha finito di leggere i nomi sulla lista, si è sentita la schifosa voce di Coccodrillo Zena:
— Allora, ci siamo tutti? Avanti, in fila per uno!
Così li abbiamo visti lasciare la cella. Per due giorni non si è più saputo niente, si respirava l’attesa nell’aria, nessuno ne parlava ma molti avevano paura di quello che poteva essere accaduto.
Alla notte del terzo giorno, mentre tutti noi dormivamo, le porte si sono aperte e i Ladrini sono entrati. Le guardie ci hanno proibito di alzarci e noi, sporgendoci dalle brande, cercavamo di riuscire a vedere com’erano conciati. Quando le porte si sono chiuse, sono partiti i lamenti. Alcuni di loro piangevano, altri parlavano ad alta voce dicendo cose senza senso.
Ho notato che molti come prima cosa avevano preso un asciugamano ed erano andati a bagnarlo sotto il rubinetto. Poi ho visto passare in mezzo alle brande due di loro: tenevano l’asciugamano bagnato sotto le mutande, sul sedere. Alcuni hanno cominciato a litigare per il gabinetto:
— Fatemi passare, fatemi passare, non ce la faccio più, mi esce sangue…
I nostri ragazzi ridevano:
— Guardate ’sti finocchi di merda, come corrono.
— Volevano metterlo nel culo, no? Ma se lo metti devi anche prenderlo…
— Già, se no che finocchio sei? Un finocchio a metà?
— Ehi, guardate quello! L’hanno inculato a sangue davvero!
— Se l’è meritato, pezzo di merda, frocio schifoso…
Il nostro Filat' Bianco si è alzato dal letto e ha gridato:
— Siete tutti contaminati! Andate a dormire nell’angolo vicino alla porta, che a noi fa schifo avervi vicini!
Nessuno dei Ladrini ha osato replicare, erano impauriti, dovevano proprio essersela vista brutta. Hanno preso le loro cose e obbedienti si sono spostati nell’angolo accanto alla porta.
— Ma guarda, una migrazione di finocchi! — ha detto un altro dei nostri. E abbiamo riso tutti.
Il giorno dopo, mettendo insieme le voci che giravano e i brandelli di discorsi tra i Ladrini, abbiamo ricostruito tutto. v ?
In pratica Coccodrillo Zena li aveva portati al primo piano, nella stanza che si usava per gli incontri con i parenti: una camera grande, con tanti letti, dove quando arrivavano i genitori potevano stare un giorno e una notte con i figli. Li erano stati violentati per due giorni e mezzo dagli amici di Coccodrillo Zena, che avevano anche ripreso tutto quanto con una videocamera. Si diceva che a Pesce gli avevano infilato dentro una bottiglia e cosi gli avevano lacerato il culo, come anche a qualcun altro, fino a farlo sanguinare.
Da quel momento H Pesce è diventato una specie di ombra, si spostava per la camera in maniera silenziosa e guardava sempre il pavimento. Andava a fare i bisogni di notte e di giorno cercava di non scendere mai dalla sua branda.
I Ladrini approfittavano soprattutto dei ragazzi indifesi e impauriti. Di solito li portavano con le minacce о con la forza nel loro «angolo nero», un blocco di brande su cui vivevano loro, e lì si esibivano uno davanti all’altro nelle torture più sofisticate e terribili.
Violentavano qualcuno quasi ogni giorno, subito dopo lo picchiavano e lo facevano ballare sul pavimento, tutto nudo, con un tubo di carta nel culo. Prima davano fuoco alla carta, poi dicevano al poveraccio di ballare. Quel rituale aveva persino un nome: «Chiamare un diavoletto dall’inferno». Ogni tortura aveva un nome, quasi sempre ironico.
«La battaglia con il coniglio», ad esempio, si faceva cosi: il povero disgraziato di turno veniva messo davanti a un muro dove era disegnato un coniglio che indossava guanti da pugile, e lui doveva picchiarlo più forte che poteva. Tutti urlavano «Dài, più forte!» fino a sgolarsi. La vittima picchiava il muro e dopo qualche minuto le sue mani diventavano un macello di sangue. Gli altri a quel punto lo costringevano a colpire il muro con la testa e con le gambe, minacciandolo:
«Coraggio, finocchio, di cosa hai paura? E solamente un cazzo di coniglio, quello! Pestalo più forte, con la gamba, con la testa! Pestalo о ti strappiamo il culo come uno straccio!» E il poveraccio finiva in pezzi, finché non lo obbligavano a buttarsi addosso al coniglio con tutto il corpo, ma di solito lui cadeva prima, sveniva dal dolore. A quel punto lo abbandonavano sul pavimento, dicendo:
«Sei una troia, una femminuccia! Non vali niente, ti sei fatto massacrare da un coniglio, ti rendi conto? Quando ti riprenderai, ti facciamo diventare una bella ragazzina!»
Era cosi che i Ladrini seminavano paura e caos tra i detenuti.
Un’altra tortura era «Il volo del Gagarin»: la vittima era costretta a buttarsi giù dalla branda più alta tenendosi i piedi con le mani, formando col corpo una specie di palloncino. A volte gli fasciavano la testa con un asciugamano per «proteggerlo» nel momento dell’atterraggio, ma in ogni caso questa tortura finiva con le ossa rotte e il malcapitato andava dritto in ospedale.
Poi c’era «Il fantasma»: si costringeva uno a girare con una coperta in testa anche per un paio di giorni, tutti potevano avvicinarsi a lui e picchiarlo in ogni momento, lui doveva rispondere ogni volta:
«Non sento niente, perché sono un fantasma».
Di solito lo si picchiava con qualcosa di duro, preferibilmente il pentolino del tè con dentro un sacchetto di zucchero per renderlo ancora più pesante. Una volta in una cella vicina alla nostra hanno ammazzato un ragazzo dandogli una botta troppo forte sulla testa. Il giorno dopo, durante l’ora d’aria, se ne vantavano in cortile, li ho sentiti con le mie orecchie dire ridendo:
«Il fantasma era troppo debole».
L’amministrazione faceva passare tutte le violenze tra minori come incidenti. I «caduti dalla branda nel sonno» erano un casino, molti di loro sono morti, alcuni sono rimasti disabili per sempre.
Nessuno osava raccontare la verità.