Il cerchio del male [Þriðja táknið - it]
- Автор: Сигурдардоттир Ирса
- Серия: Thora Gudmundsdottir #1
- Год: 2006
- Язык: итальянский
- Год: Sperling & Kupfer
- ISBN: 9788820041724
- Переводчик: Paolo Maria Turchi
- Жанр: Криминальные детективы
Электронная книга - «Il cerchio del male [Þriðja táknið - it]». Краткое содержание книги:
Dall’elencazione delle date era evidente che il ragazzo aveva una memoria di ferro. Non era perciò strano che procedesse negli studi universitari nonostante le pazzie notturne, pensò Thora e gli chiese: «I monaci irlandesi?»
«Sì, quelli che i vichinghi chiamavano volgarmente i ‘papi’.»
«Va bene», disse Thora senza sapere come continuare l’interrogatorio. All’improvviso si ricordò del povero Gunnar. «Quell’antica epistola danese, sai per caso da dove veniva o dove sia andata a finire?»
«Non ho assolutamente idea dove l’avesse trovata, anche se di lettere antiche ne aveva altre che stava sempre a confrontare con quella. Le teneva in una cartella di pelle, ma quella danese no. Si deve trovare da qualche parte qui dentro.»
«Conosci per caso un certo Mal?» chiese Matthew di punto in bianco.
«No, non l’ho mai sentito nominare. Perché?»
«No, niente», glissò Matthew.
Halldor stava per aggiungere qualcos’altro, quando il cellulare gli squillò nella tasca. Lo estrasse, guardò il display, fece una smorfia di dispetto e lo rimise a posto.
«Mammina?» chiese Matthew sghignazzando.
«Appunto», rispose Halldor in tono amareggiato.
Il bip di un sms risuonò nella tasca. Halldor non diede cenno di voler riprendere il telefonino per leggerlo, cosicché Thora porse la domanda successiva. «Sai qualcosa di una specie di libro degli ospiti che Harald avrebbe potuto possedere o di cui ti avrebbe parlato? Il libro degli ospiti della croce?»
Halldor la guardò con sguardo vacuo. «La croce era una setta religiosa?»
«Non ne hai mai sentito parlare?»
«Mai.»
Matthew strinse i pugni. «Dicci ora del corvo che Harald stava cercando.»
Il pomo d’adamo di Halldor ebbe un sussulto evidente. «Il corvo?» ripeté con voce stridula.
«Sì, l’uccello», intervenne Thora. «Sappiamo che stava cercando di comprarsi un corvo. Sai per quale motivo?»
«No. Forse gli piaceva l’idea: sono uccelli stupendi.»
Thora era convinta che stesse mentendo, ma non sapeva come smascherarlo. Matthew cambiò ancora argomento perché voleva arrivare alla conclusione. «Sai qualcosa circa un viaggio di Harald a Holmavik, per visitare il Museo della Magia di Strandir?»
«No», rispose Halldor, mentendo chiaramente di nuovo.
«E di un pernottamento all’Hotel Ranga a sud?» chiese Thora.
«No.» Altra bugia.
Matthew si rivolse alla sua socia. «Strandir, Ranga. Perché non ci facciamo un bel viaggetto?» L’espressione di Halldor rivelava una palese disapprovazione per i loro progetti di viaggio.
23
Halldor respirò di sollievo quando uscì in fretta dall’appartamento. Oltrepassato il cancello e arrivato sul marciapiede, si girò per controllare se Matthew o Thora lo seguissero con lo sguardo dalla finestra, ma nessuno dei due era in vista. Invece gli sembrò di scorgere la tendina di una finestra al piano di sotto muoversi leggermente, e maledì la curiosità della vicina. Non era cambiata per niente quella maledetta cagna rinsecchita che non lasciava mai in pace Harald, e si lamentava al minimo colpo di tosse e a ogni sospiro. Dopo uno dei primi party che avevano organizzato l’estate passata, Halldor era stato mandato ad aprire la porta la mattina dopo per accogliere la ventata di proteste della donna, e Dio sa quanto quella cianciava. Lui era talmente in preda ai fumi dell’alcol che ogni parola gli faceva l’effetto di una martellata sulla fronte, e alla fine aveva dovuto spingere di lato la signora per mettere fuori la testa e vomitare. Il che aveva orripilato la poveretta, come è logico, eppure quella sera stessa Harald aveva potuto chissà come placarla. Lui invece da quella volta era stato costretto a infilarsi in casa di Harald sempre in tutta segretezza, con gran divertimento del resto della compagnia.
Il cellulare suonò. Halldor lo estrasse dalla tasca e vide che si trattava ancora di Marta Mist. Ora rispose: «Che c’è?»
«Hai finito?» disse lei impaziente e innervosita. «Ti stiamo aspettando, vieni.»
«Dove?» Halldor in realtà non aveva alcuna voglia di incontrarli proprio ora. Avrebbe preferito di gran lunga andarsene a casa e stendersi nel suo letto, ma sapeva che quella rompiscatole non gli avrebbe dato pace. Marta Mist l’avrebbe chiamato in continuazione e alla fine si sarebbe presentata a casa sua, se non le avesse risposto. Meglio tagliare corto subito.
«Al 101, fa’ in fretta.» Lei riattaccò e Halldor si incamminò. Faceva freddo e lui era ormai allo stremo delle forze. Prima di quanto si aspettasse era arrivato all’entrata dell’albergo, dove si scrollò di dosso la neve che gli era caduta addosso lungo la strada. Poi aprì la porta ed entrò. Ovviamente sedevano tutti nel reparto fumatori, alcune tazze di caffè sul tavolino davanti a loro assieme a un boccale di birra. Halldor ebbe una voglia improvvisa di birra anche lui, si avvicinò al gruppo e si sedette in una poltrona, benché sia Marta Mist sia Briet si fossero spostate per fargli spazio in mezzo a loro. Ma ora non poteva nemmeno pensare alla loro vicinanza.
Le due ragazze non fecero trasparire la loro delusione per la scelta dell’amico, e si rispostarono lentamente l’una accanto all’altra per riempire lo spazio vuoto senza dare nell’occhio. Marta Mist era esperta nel mantenere la calma e il contegno. Erano rare le occasioni in cui mostrava i propri sentimenti, tranne una rabbia smisurata e il disprezzo. Ma di farsi ferire nell’orgoglio non se ne parlava affatto. «Perché diavolo non mi hai risposto al telefono?» domandò irritata. «Stiamo aspettandoti qui con il cuore in gola per ricevere tue notizie, e tu niente.»
«Che vi prende? Stavo parlando con quegli avvocati. Che cosa vi avrei dovuto dire al telefono?» Nessuno rispose, tanto che Halldor ripeté la domanda: «Eh? Che cosa vi avrei dovuto dire?»
«Che diamine, almeno potevi rispondere al maledetto messaggino che ti ho mandato, no? Che fatica ti faceva?» insisté Marta.
«Oh, sì, come no!» replicò Halldor sarcastico. «Avrei proprio fatto un’ottima figura. Chi pensi che sia, un ragazzino di dieci anni?»
Brjann intervenne nel battibecco. «Che ti è successo? Non ti senti bene?» disse sorseggiando la sua birra.
Quella visione fu la goccia che fece traboccare il vaso. Halldor fece un cenno al cameriere e si ordinò una birra grande. Poi si voltò di nuovo verso il gruppo. «È andata bene, non vi preoccupate. Hanno sì dei sospetti, ma niente di preoccupante.» Con le dita della mano destra cominciò a dare colpi ritmati sul bordo del tavolino, mentre con la sinistra cercava il pacchetto di sigarette nelle tasche della giacca, senza però trovarle. «Ho dimenticato le sigarette da qualche parte. Me ne potete prestare?»
Briet gli porse il suo pacchetto, e Halldor sospirò dentro di sé. Non sopportava quelle sigarette al mentolo, da donna, bianchissime e sottilissime. Ciò nonostante afferrò il pacchetto e ne tirò fuori una. Peccato che Marta si fosse arrabbiata con lui, altrimenti le avrebbe scroccato le Marlboro. Dopo una tirata, scrollò il capo. «Come fai a fumare questo schifo?»
«Alcuni dicono anche ‘grazie’, sai?» ribatté Briet piccata.
«Scusa. È che sono un po’ stressato.» Finalmente arrivò la birra e, dopo essersi bevuto un bel sorso, Halldor tirò un’altra lunga boccata, soffiò fuori il fumo dalle guance gonfie e fece un sospiro di sollievo. «Aaah, ora sì che va meglio.»