L'uomo di Siviglia [The Blind Man of Seville - it]
- Автор: Уилсон Роберт
- Серия: Javier Falcon (it) #1
- Год: 2004
- Язык: итальянский
- Год: Longanesi
- ISBN: 88-304-2141-3
- Переводчик: Paola Merla
- Жанр: Криминальные детективы
Электронная книга - «L'uomo di Siviglia [The Blind Man of Seville - it]». Краткое содержание книги:
«Be', fanno questo effetto a noi, ma tra di loro… credo che abbiano questa espressione: to take the piss, prendere in giro.»
«Proprio così», confermò Javier, «non prendono mai le cose troppo sul serio, sorridono di tutto, niente è sacrosanto per loro. Il famoso senso dell'umorismo degli inglesi. E i francesi?»
«Sesso. Amore. E tutto quello che porta a queste due cose. La table.»
«I tedeschi?»
«Ordnung.»
«Gli italiani?»
«La moda.»
«I belgi?»
«Le cozze», dichiarò convinto il dottor Fernando e risero entrambi. «Non conosco nessun belga.»
«E gli americani?»
«Gli americani sono più complicati.»
«Hanno tutti il loro psicoterapeuta personale.»
«Sì, be', non è facile essere la nazione guida del mondo moderno, con la ricerca della felicità scritta nella costituzione», rispose il medico. «E sono un miscuglio di europei del Nord, di ispanici, di neri, di orientali. E forse è questo, forse hanno perso il contatto con le loro tradizionali valvole di sicurezza.»
«Una bella teoria. Dovresti scriverci un saggio.»
«Ti stai divertendo, Javier.»
«Sì», rispose Falcón alzando lo sguardo, con l'aria di domandarsi perché mai si trovasse lì.
«Forse dovresti uscire di più, lavorare meno, frequentare gente.»
«Vorrei comunque che tu mi trovassi qualcuno con cui parlare», tornò a insistere Falcón, il fardello di nuovo pesante sulle spalle.
Il dottor Valera annuì e scrisse una ricetta per un blando ansiolitico, l'Orfidal, e per qualcosa che lo aiutasse a dormire.
«Una cosa è certa, Javier», disse alla fine, porgendogli il foglio. «L'alcol non risolverà nessuno dei tuoi problemi.»
Falcón portò la ricetta in una farmacia in República Argentina e ingoiò una pillola di Orfidal con la saliva. Ramírez lo stava aspettando in ufficio con un pacchetto indirizzato all'Inspector Jefe Javier Falcón. Il pacchetto aveva il timbro postale di Madrid.
«È stato passato ai raggi X», disse Ramírez. «È una videocassetta.»
«Bisogna portarla alla scientifica e farla controllare.»
«Un'altra cosa che potrebbe essere interessante. Ieri ho mandato Fernández alle Mudanzas Triana per aiutare Baena a interrogare il personale e lui ha attaccato bottone con il caporeparto. È saltato fuori che Raúl Jiménez ha usato le Mudanzas Triana perché le aveva già utilizzate in passato. Hanno conservato in magazzino diversi suoi beni dai due ultimi traslochi.»
«La moglie ha detto che si sono trasferiti nell'Edificio Presidente a metà degli anni '80.»
«Da una casa a El Porvenir.»
«E prima Jiménez abitava in plaza de Cuba.»
«Da dove ha traslocato nel 1967.»
«Quando è morta la prima moglie.»
«Alle Mudanzas Triana, quando hanno messo il suo nome nel computer, hanno scoperto che avevano ancora delle cose sue in magazzino. Gli hanno chiesto se dovevano portarle nella nuova casa. Ha risposto di no, con molta veemenza. Allora gli hanno proposto di mandare tutto alla discarica, perché gli stava costando un bel po' di soldi e di nuovo lui ha detto di no.»
Ramírez se ne andò con il pacchetto. La mano di Falcón rimase sospesa per qualche momento sul telefono. Appoggiandosi allo schienale, rifletté su quell'informazione. L'Orfidal stava facendo effetto, si sentiva calmo e in grado di concentrarsi, anche se si rendeva conto di una lieve tendenza alla paranoia, a credere che Ramírez volesse distrarre la sua attenzione con un'informazione allettante ma infruttuosa. Aveva davanti a sé due possibilità: la prima era chiedere un mandato di perquisizione e questo avrebbe significato mettere nero su bianco come egli credesse nella possibilità che eventi di trentasei anni prima avessero a che fare con l'omicidio. Oppure avrebbe potuto chiedere la collaborazione della signora Jiménez, la quale, però, gli aveva già chiuso la porta in faccia sulla questione della commissione per gli appalti.
Lo squillo del telefono lo fece sobbalzare. Il Juez Calderón voleva vederlo, aveva appena ricevuto la visita inaspettata del Magistrado Juez Decano de Sevilla, Alfredo Spinola. Si accordarono per incontrarsi prima di colazione all'Edificio de los Juzgados.
Ramírez tornò con la cassetta «ripulita» dalla Policía Científica. Insieme con la cassetta, un cartoncino stampato dove si leggeva: «Lezione di vista n. 1. Vedi 4 e 6». Il titolo della cassetta era Cara o culo I.
«Non era questo il titolo sulla custodia vuota nell'appartamento di Raúl Jiménez?» domandò Ramírez.
«Deve averla presa l'assassino», rispose Falcón. «E… 'Lezione di vista'?»
Andarono nella stanza degli interrogatori, dove c'era ancora il videoregistratore. Ramírez inserì la cassetta: musica metallica e brutta grafica, poi una serie di scenette, ognuna della durata di cinque o dieci minuti, nelle quali situazioni normali come cocktail, cene al ristorante, barbecue ai bordi di una piscina si disintegravano in improbabili orge di sesso di gruppo. La noia assalì immediatamente Falcón, la musica e le false estasi lo irritarono e cominciò a sentirsi di nuovo le mani sudate: l'effetto dell'Orfidal stava finendo. Respirò profondamente per mantenere la calma mentre Ramírez, sporgendosi in avanti, giocherellava con l'anello, facendo commenti tra sé, fischiando ogni tanto. Falcón uscì dal suo torpore soltanto una volta, durante l'ultima scena, poiché gli era parso che fosse quella sul videoregistratore di Raúl Jiménez quando era con Eloisa Gómez.
«Non so come fa a riconoscerla», obiettò Ramírez.
«Sono solo forme su uno schermo.»
Ramírez sorrise. La cassetta arrivò alla fine.
«E che cosa vuol dire 'Lezione di vista'?» domandò. «E che importanza ha che abbiano visto questo la sera in cui Jiménez è morto?»
«Quella era l'ultima di sei scene. Ci è stato chiesto di guardare la quattro e la sei.»
«L'abbiamo fatto.»
«Perciò non ha a che vedere con il fatto che fosse stata proiettata la sera del delitto.»
«E 'Lezione di vista'?» mormorò Ramírez.
«Ci vuole insegnare a vedere», spiegò Falcón. «Lui vede cose che nessun altro riesce a cogliere.»
«A me non sta insegnando niente», ribatté Ramírez. «E l'ho vista tutta quella roba.»
«Forse è proprio questo il punto. Che cosa si guarda in un film pornografico?»
«Si guarda quello che fanno.»
«Perciò in America li chiamano skin flicks, perché si guarda solo la pelle, la superficie. L'azione.»
«Che altro c'è da vedere?»
«Forse lui vuole dirci che c'è qualcosa di più. Non si tratta solo di genitali e di penetrazione, noi dimentichiamo che quelle sono persone vere con una faccia, con una vita propria», spiegò Falcón.
«Deve essere stato girato almeno vent'anni fa», osservò Ramírez. «Guardi i colletti delle camicie… io me li ricordo quei colletti.»
Falcón si concentrò sulle facce e mentre passava dall'una all'altra, studiando le bocche e gli occhi, si domandò che cosa inducesse a fare quel genere di film. Il denaro era un motivo sufficiente per abbandonare moralità, innocenza, riservatezza? Il suo sguardo si fissò su un paio di occhi assenti, su una bocca dai denti serrati, su una faccia smorta, senza vita, su labbra ironiche. Rabbrividì sotto il peso lento della piccola tragedia che si stava consumando sullo schermo. Si conoscevano tra loro quelle persone? Forse si erano incontrate la mattina e già il pomeriggio…
Una delle ragazze aveva i capelli neri, ricci. Non guardava mai la telecamera, fissava un punto davanti a sé oppure abbassava gli occhi sulla superficie del tavolo al quale era appoggiata, come se fosse solo una questione di tempo e poi si sarebbe ritrovata dall'altra parte di quell'esperienza. Stringeva il pugno con cupa determinazione. Se la telecamera avesse messo a fuoco i primi piani dei volti mentre una voce fuori campo raccontava la vita dei partecipanti, pensò Falcón, il film avrebbe potuto avere un certo valore documentario. Al di fuori del loro mondo temporaneo, quelle persone avevano qualcuno nella vita? Era possibile fare sesso con sette o otto estranei e poi tornare a casa per cenare con il proprio compagno o la propria compagna? O si doveva rinunciare a una vita personale per riuscire a fare quel lavoro?