Сибирское воспитание
- Автор: Лилин Николай
- Год: 2009
- Язык: итальянский
- Год: Pili
- ISBN: 978-88-06-19552-6
- Жанр: Криминальные детективы
Электронная книга - «Сибирское воспитание». Краткое содержание книги:
В 1980 году в одной из наиболее авторитетных семей этой общины рождается мальчик Николай (позже ему дадут прозвище Колыма). Книга написана от его лица. На обложке говорится, что это автобиография, а Николай Лилин — «потомственный сибирский урка». Первое оружие, первая сходка, первая отсидка, парочка убийств, гибель друзей, вторая отсидка, обучение ремеслу тюремного татуировщика — вот и вся канва.
— Allora, casinista, cos’avete combinato ancora? — mi ha chiesto zio Vitali], come sempre di buon umore.
Io mi sentivo privo di forze, non avevo molta voglia di scherzare.
— Ti racconterò dopo, zio, è una storiaccia.
— Ma proprio il giorno del tuo compleanno dovevi finire nei casini? Tutti i tuoi amici sono già ubriachi, ti stanno aspettando…
— Niente festa, zio, non sto in piedi, voglio solamente dormire.
Sono stato a letto due giorni, alzandomi solo per mangiare e andare in bagno. Il secondo giorno Mei è venuto a trovarmi insieme al Guardiano, zio Trave, che voleva sentire da me com’era andata la storia.
Gli ho raccontato tutto, e lui mi ha promesso di regolare la faccenda in poche ore, anche per evitare ritorsioni su Geka, Fima e Ivan a Ferrovia, visto che Dito rimaneva a vivere nel nostro quartiere.
Dopo una settimana circa Trave mi ha invitato a casa sua per farmi parlare con una persona di Ferrovia. Era un criminale adulto, un’autorità della casta Seme nero, si chiamava «Corda» ed era uno dei pochi criminali di Ferrovia rispettato dai nostri.
Li ho trovati seduti al tavolo, Corda si è alzato e mi è venuto incontro guardandomi in faccia:
— Allora sei tu il famoso «scrittore»?
Scrittore, in gergo criminale, è chi è agile con il coltello. La scrittura è una coltellata.
Io non sapevo cosa rispondere e se potevo farlo, allora ho guardato Trave. Lui ha fatto si con la testa.
— Scrivo quando c’è da scrivere, quando m’ispira la musa, — ho risposto.
Corda ha fatto un largo sorriso:
— Sei un piede scalzo sveglio.
Mi aveva chiamato piede scalzo, era un buon segno. La cosa forse stava per risolversi a mio favore.
Corda si è seduto e mi ha invitato a sedermi con loro.
— Te lo chiedo una volta sola, cosa ne pensi di questa faccenda, e dopo non ci torneremo più su —. Corda parlava con una grande calma e sicurezza nella voce, si sentiva che era un’autorità, uno capace di gestire le cose. - Se per te la storia finisce qui e non hai voglia di vendicarti su nessuno, ti do la mia parola che tutti quelli che hanno arrecato disturbo a te e ai tuoi amici saranno puniti severamente da noi, dalla gente di Ferrovia. Se vuoi vendicarti su qualcuno in particolare puoi farlo, però in questo caso dovrai fare tutto da solo.
Non ci ho pensato neanche un attimo, la risposta mi è venuta subito alle labbra:
— Non ho niente di personale contro nessuno di Ferrovia, quello che è stato è stato, è giusto che sia dimenticato. Spero di non avere ucciso nessuno dei vostri, però nella rissa sapete com’è, ognuno cerca di uscirne come può.
Volevo fargli capire che per me non era importante la vendetta, che venivano prima il benessere e la pace nella comunità.
Corda mi guardava serio, però con un’aria buona, amichevole:
— Bene, allora ti prometto che quello che ha organizzato questo vergognoso gesto contro di voi, mentre eravate ospiti nel nostro quartiere, sarà punito ed espulso. I tuoi amici possono vivere la loro vita degna e camminare a testa alta a Ferrovia… — ha fatto una pausa, guardando una porta dall’altra parte della stanza. - Ti voglio presentare i miei nipoti, li hai già conosciuti purtroppo, ma adesso voglio che accetti le loro scuse… — a queste parole dalla porta sono usciti due ragazzi con le facce da funerale e la testa bassa. Uno l’ho riconosciuto subito, era Barba, lo stronzetto che avevamo picchiato e chiuso nella scuola, mentre l’altro aveva una faccia che non mi sembrava nuova, ma non riuscivo a ricordarlo. Poi ho notato che zoppicava, e che sotto i pantaloni, sulla gamba sinistra, si vedeva il rigonfiamento di una fasciatura: era il tipo a cui avevo dato una coltellata mentre gli passavo il mio messaggio per l’Avvoltoio, dopo il primo scontro.
I due si sono avvicinati e si sono fermati davanti a me con lo stesso entusiasmo dei condannati a morte di fronte al plotone d’esecuzione. Mi hanno salutato all’unisono. Era molto triste e umiliante, mi dispiaceva per loro.
Corda gli ha detto con voce severa:
— Allora, cominciate!
Subito dopo l’ordine, Barba, il piccolo tossico, è partito come un mitra, con parole evidentemente studiate:
— Ti chiedo perdono come a un fratello, perché ho fatto uno sbaglio, se vuoi punirmi te lo lascio fare, però prima perdonami! — non era commovente come può sembrare, capivo benissimo che si trattava di una pura formalità.
Anch’io dovevo recitare la mia parte:
— Cogli il mio umile saluto di fratello affettuoso e compassionevole. Che il Signore ci perdoni tutti quanti.
Era la scuola di nonno Kuzja, quella. Mi avesse sentito sarebbe stato fiero di me. Tono poetico, contenuto ortodosso: da vero siberiano.
Dopo le mie parole Trave è rimasto con un sorriso soddisfatto stampato sulla faccia, Corda aveva quasi la bocca aperta.
Ora toccava all’altro disgraziato:
— Ti prego, perdonami come un fratello, perché ho commesso un’ingiustizia e…
La sua voce era meno decisa di quella di Barba, era evidente che non riusciva a ricordare bene la sua parte e l’aveva accorciata. Ha rivolto uno sguardo smarrito a Corda, ma quello non ha fatto una piega, però le sue mani involontariamente si sono strette nei pugni.
Allora ho deciso di ammazzarli tutti con la mia gentilezza, e dopo un respiro profondo ho tirato come una canzone la frase seguente:
— Come il Nostro glorioso Signore Gesù Cristo abbraccia tutti noi peccatori nel Suo dolce amore, e affettuosamente ci spinge verso la via dell’eterna salvezza, così con la stessa umiltà e gioia vi comprendo nella fraterna grazia.
Parole da santo, i miei piedi quasi si alzavano da terra, sembrava che dovesse aprirsi un varco nel soffitto tutto per me.
Trave non smetteva di sorridere, Corda ha detto:
— Perdonaci per tutto, Kolima, torna a casa tranquillo, sistemerò personalmente ogni cosa.
Dopo un mese ho saputo che l’Avvoltoio era stato picchiato a sangue, gli avevano «segnato» la faccia, facendogli un taglio che partiva dalla bocca, attraversava tutta la guancia e finiva all’orecchio. Poi lo avevano costretto ad andarsene da Ferrovia.
Qualcuno un giorno mi ha detto che si era trasferito a Odessa, dove si era affiancato a una banda di minorenni che rubavano i portafogli nei tram. Gente che non rispettava nessuna legge, né quella degli uomini né quella dei criminali.
Qualche tempo dopo ho saputo che era morto, ucciso dai suoi stessi compagni, che l’avevano buttato giù dal tram in movimento.
Geka è guarito in fretta, non gli è rimasto nessun segno della frattura; più tardi si è iscritto all’università di medicina.
Fima per sua disgrazia è stato portato dalla sua famiglia in Israele. Mi hanno raccontato che quando hanno cercato di farlo salire sull’aereo s’è messo a protestare, urlando che per un marinaio è una vergogna andare in giro volando. Ha picchiato un aiuto pilota e due agenti della dogana. Alla fine hanno dovuto addormentarlo con un sedativo.
Ivan ha continuato a suonare il violino nel ristorante, e dopo un po’ ha trovato il modo per consolarsi della lontananza del suo amico: ha conosciuto una ragazza, con cui è andato a convivere. Del resto tra le ragazze della città girava voce che Ivan fosse stato dotato dalla natura di un altro talento, oltre a quello musicale.
Dito ha vissuto per un po’ di tempo nel nostro quartiere, poi ha rapinato banche con una banda siberiana e alla fine si è sistemato in Belgio, sposando una donna di H.
Dopo il casino a Ferrovia, ancora per un paio d’anni ogni tanto incontravo in città ragazzi che non conoscevo, e che mi salutavano dicendo:
«C’ero anch’io quel giorno».
Alcuni mi facevano vedere i tagli dietro le ginocchia, le cicatrici sulle cosce, quasi con un senso di vanità e orgoglio, dicendomi:
«Lo riconosci? E il tuo lavoro!»