Сибирское воспитание
- Автор: Лилин Николай
- Год: 2009
- Язык: итальянский
- Год: Pili
- ISBN: 978-88-06-19552-6
- Жанр: Криминальные детективы
Электронная книга - «Сибирское воспитание». Краткое содержание книги:
В 1980 году в одной из наиболее авторитетных семей этой общины рождается мальчик Николай (позже ему дадут прозвище Колыма). Книга написана от его лица. На обложке говорится, что это автобиография, а Николай Лилин — «потомственный сибирский урка». Первое оружие, первая сходка, первая отсидка, парочка убийств, гибель друзей, вторая отсидка, обучение ремеслу тюремного татуировщика — вот и вся канва.
Mentre ci allontanavamo, dal cortile hanno cominciato a uscire i «sopravvissuti». Eravamo lontani una ventina di metri, quando uno di loro ci ha gridato dietro:
— Bastardi siberiani! Tornate nel vostro bosco di merda! Vi ammazzeremo tutti!
Mei si è girato e gli ha lanciato addosso il suo coltello spaccato. E stato un attimo. Il coltello di Mei ha fatto una strana traiettoria e ha colpito in piena faccia uno che stava vicino a quello che aveva gridato. Ancora sangue, quindi, e tutti che scappavano di nuovo, lasciando sulla neve un altro compagno ferito.
— Cristo Santo, che macello… — ha detto Geka.
Camminavamo veloci. E quando uscivamo in spazi larghi, aperti, quasi correvamo. Cercavamo di evitare i cortili e le strettoie.
Abbiamo superato l’ultima fila di case davanti ai magazzini alimentari e ci siamo nascosti tra i garage e i box auto abusivi. Io ho proposto di esplorare per bene la zona, prima di attraversare la strada in gruppo: sentivo che ci aspettavano delle sorprese.
— Sentite, — ho detto. - Io mi tolgo il giubbotto così corro più veloce. Attraverso la strada pili in giù, dove fa la curva e si perde tra gli alberi, poi vado fino ai magazzini e guardo com’è la situazione. Se ci aspettano in tanti, passiamo da un’altra parte. Se sono in pochi li prendiamo da dietro, e li mischiamo con la merda… Ci metterò un quarto d’ora, non di più, voi intanto guardate nei garage, magari c’è qualcosa di utile da usare come arma, però attenti a non attirare l’attenzione…
Erano tutti d’accordo, solo Mei non voleva lasciarmi andare da solo, era preoccupato.
— Kolima, vengo con te, può succedere di tutto…
Non potevo dirgli che era un peso, dovevo trovare una maniera più morbida.
— Mi servi qui. Se scoprono dove siete tocca a te difendere il gruppo. Io da solo riesco a scappare da qualsiasi merda, ma loro?
A quelle parole Mei è diventato serio, e sulla faccia gli è apparsa la stessa espressione che potevano avere i kamikaze giapponesi prima di salire sui loro aerei.
Mi sono tolto il giubbotto e stavo già per andare, ma Mei mi ha fermato mettendomi in mano la spranga di ferro, e con la voce tremante mi ha detto:
— Ti potrà servire…
Io lo guardavo meravigliato: ma quanto idiota era, e quanto bene mi voleva quell’essere umano!
Meno cose mi portavo nelle mani meglio era. Ma per evitare inutili spiegazioni ho preso la spranga e sono partito di corsa. L’ho buttata appena sono sparito dietro i garage. Andavo veloce, l’aria era fredda e si respirava bene.
Arrivato alla curva, ho attraversato la strada e mi sono diretto verso i magazzini. Da lontano ho visto una dozzina di ragazzi seduti intorno a un bidone di ferro, dove avevano acceso un fuoco per scaldarsi. Ho contato i bastoni e le spranghe appoggiate al muro. Ho aspettato un po’, per assicurarmi che non ci fosse nessun altro, poi sono tornato indietro.
Quando li ho raggiunti, i miei amici avevano già aperto cinque garage. Mei aveva svuotato un armadietto di attrezzi per il giardinaggio e si era fatto un’arma con una piccola zappa che aveva da una parte una lama di ferro per zappare e dall’altra una piccola forca, credo per raccogliere qualcosa; non so un bel niente di giardinaggio, nel nostro quartiere i giardini servivano solo per nascondere le armi.
Mei si era anche riempito le tasche di dischi di ricambio per la sega circolare, erano rotondi e con grandi denti taglienti.
— Che vuoi fare con quella roba? Pensi di poter affettare la gente?
— No, li uso come arma da tiro, — ha risposto lui con orgoglio, e ho visto il suo occhio brillare come succedeva ogni volta che stava per combinare una cazzata.
— Mei, questo non è un gioco. Cerca di non colpire nessuno di noi, altrimenti sarò costretto a infilartele tutte nel culo, ’ste armi da tiro.
Lui ha fatto la faccia offesa ed è uscito dal garage a testa bassa.
Fima girava con un’ascia enorme, cosa che mi preoccupava molto, allora l’ho convinto ad abbandonarla per un bel pezzo di tubo d’acciaio inossidabile:
— Guarda come brilla, — gli ho detto. - Sembra una spada, no?
Lui ha afferrato il tubo senza commenti, gli occhi pieni di voglia di combattere.
Ivan invece si era procurato un’accetta lunga, di quelle che si usano per spaccare i rami. Gliel’ho tolta dalle mani sostituendola con una spranga di ferro. Erano troppo violenti, quei due, e avrebbero fatto un vero macello, bisognava alleggerire i loro armamenti.
Dito aveva trovato un massiccio e lungo manico d’ascia, Geka un grosso cutter e un bastone di legno pesante.
Perfetto.
Io ho ispezionato uno dei garage, rimediando una cassa di bottiglie vuote. Mi era venuta un’idea: volevo fare una cosa orrenda ma molto utile nella nostra situazione. Ho dato un’occhiata agli altri garage, in uno c’era la sabbia per conservare le mele d’inverno. Ho chiamato Geka, ci siamo armati di un tubicino e abbiamo succhiato la benzina dai serbatoi delle macchine.
Abbiamo riempito tutte le bottiglie di benzina mischiata a sabbia, e con dei vecchi stracci raccolti sul posto abbiamo fabbricato i tappi.
Le molotov erano pronte.
Abbiamo fatto una riunione veloce, in cui io ho proposto il mio piano elementare:
— Attraversiamo la strada direttamente da qui e arriviamo al muro del magazzino, poi strisciamo verso di loro avvicinandoci il più possibile. Si aspettano di vederci spuntare dall’altra parte, noi li prendiamo di sorpresa attaccandoli con le molotov, e poi giù botte. Solo così abbiamo una possibilità di uscire dal quartiere sulle nostre gambe.
Erano tutti d’accordo.
Abbiamo attraversato la strada correndo tutti insieme, velocissimi. Una volta arrivati al muro, abbiamo rallentato. Io e Geka portavamo la cassa piena di molotov.
A un tratto abbiamo cominciato a sentire le loro voci: erano proprio dietro l’angolo. Ci siamo fermati. Io mi sono sporto un po’ in avanti e ho sbirciato: la loro posizione era un bersaglio perfetto. Stavano tutti appiccicati al muro, intorno al fuoco del bidone.
Uno di loro lo conoscevo, era un coglione che aveva quattro anni più di me, un imbecille nato, si chiamava Briciolo. Aveva ammazzato tre gatti di una vecchietta sua vicina e poi si era vantato con chiunque di quest’impresa eroica per un sacco di tempo, era un vero sadico.
Un giorno eravamo tutti insieme a fare il bagno in una spiaggia sul fiume, e uno dei ragazzi del nostro quartiere, Stas, soprannominato «Bestia» — uno davvero cattivo, uno arrabbiato con tutto il mondo — l’ha sentito raccontare quella sua bravata dei gatti. Bestia non ha fatto tante storie, si è avvicinato a lui, gli ha preso le mani e gliele ha schiacciate cosi forte che si è sentito il rumore delle ossa rotte. Briciolo è sbiancato ed è svenuto, le mani gli sono diventate gonfie e viola come due palloncini. I suoi lo hanno portato via. Dopo ho sentito dire che gli avevano messo a posto le mani, in ospedale, e che lui aveva ripreso a fare la sua vita da coglione, dicendo in giro che un giorno si sarebbe vendicato. Ma non ha fatto in tempo, perché Bestia è morto poco dopo, ucciso in una sparatoria con gli sbirri. Cosi Briciolo se l’è presa con tutto il nostro quartiere e ha fatto un patto con l’Avvoltoio, promettendo di distruggerci. Girava voce che avevano anche celebrato una messa nera nel cimitero della città, durante la quale tutti noi ragazzi di Fiume Basso eravamo stati maledetti.
Ho preso due molotov, altre due le ho date a Geka e Dito. A Mei nessuna, perché da piccolo ne aveva tirata una troppo in alto e quella si era aperta in volo, colpendoci di striscio. Da allora gli veniva affidata la parte di quello che tiene pronto il fiammifero о l’accendino.
Ho agitato per bene le bottiglie, sollevando la sabbia dal fondo, ho fatto prendere fuoco agli stracci e subito dopo sono uscito da dietro il muro, tirando contemporaneamente due molotov contro il mucchio. In un attimo ne avevo già altre due in mano, le accendevo e via, a ripetizione.