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Сибирское воспитание

Электронная книга - «Сибирское воспитание». Краткое содержание книги:

В 1938 году по приказу Иосифа Сталина из Сибири в приднестровский город Бендеры ссылают общину урок. Урки — это не обычные воры или бандиты, а древний сибирский клан благородных преступников, фактически отдельная малая народность. Они живут в строгом соответствии с собственным моральным кодексом, в котором, в частности, говорится, что настоящие урки обязаны презирать власть, какой бы она ни была, царской, коммунистической или капиталистической. Урки грабят сберкассы, товарняки, корабли и склады, но живут очень скромно, тратя награбленное лишь на иконы и оружие. Они зверски расправляются с милиционерами, но всегда приходят на помощь обездоленным, старикам и инвалидам. Чуть ли не с пеленок учатся убивать, но уважают женщин.
В 1980 году в одной из наиболее авторитетных семей этой общины рождается мальчик Николай (позже ему дадут прозвище Колыма). Книга написана от его лица. На обложке говорится, что это автобиография, а Николай Лилин — «потомственный сибирский урка». Первое оружие, первая сходка, первая отсидка, парочка убийств, гибель друзей, вторая отсидка, обучение ремеслу тюремного татуировщика — вот и вся канва.
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Il nemico era nel panico, i ragazzi con le facce bruciate si buttavano nella neve, c’era fuoco dappertutto, qualcuno ha cominciato a correre talmente veloce che è scomparso alla nostra vista in un baleno.

In tre abbiamo svuotato la cassa in meno di un minuto. Mei non ha avuto il tempo di spegnere il fiammifero che avevamo già finito.

Ho tirato fuori i coltelli e mi sono lanciato contro uno che si era appena alzato da terra e stava per prendere in mano un bastone. Non aveva bruciature, il fuoco gli era arrivato solo sulla giacca e aveva fatto in tempo a rotolarsi nella neve. Era parecchio incazzato, e continuava a urlare come un guerriero. Ha tentato di colpirmi un paio di volte, tenendomi sempre a distanza. A un certo punto mi sono buttato ai suoi piedi schivando una bastonata, e gli ho piantato il coltello nella gamba. Lui mi ha colpito in faccia con l’altra gamba e mi ha spaccato il labbro, ho sentito in bocca il sapore del sangue. Ma nel frattempo ero riuscito a dargli un bel po’ di coltellate sulla coscia e a tagliargli il legamento dietro il ginocchio.

Dietro di me Mei ne aveva già stesi tre, uno con metà della faccia bruciata, un altro con tre buchi nella testa da dove usciva sangue serio: quello quasi nero, quello che esce quando ti beccano il fegato, solo più denso. Il terzo aveva un braccio rotto. Mei era furioso, e girava con un coltello piantato nella gamba.

Dito stava vicino al muro, sotto i suoi piedi c’erano altri tre, tutti feriti alla testa, uno aveva un osso rotto che gli spuntava dalla gamba, sotto il ginocchio.

Al muro era appoggiato anche Geka, si era preso una botta in fronte: niente di grave, ma era evidente che si era spaventato.

Quei due pazzi di Fima e Ivan invece stavano massacrando insieme un gigante, un colosso disteso per terra che, per qualche oscuro motivo, non voleva mollare la mazza di legno che stringeva nel pugno. Aveva la faccia che sembrava un pezzo di carne tritata e da un bel po’ doveva aver perso i sensi, ma continuava a non mollare la mazza. Mi sono chinato su di lui e ho notato che era legata al polso con una benda elastica. Per lasciargli un saluto dalla Siberia gli ho tagliato i legamenti sotto il ginocchio: quello non ha fatto un lamento, era proprio out.

Ho tirato fuori il coltello dalla gamba di Mei, poi ho recuperato la benda elastica e l’ho divisa in due, una parte gliel’ho messa sulla ferita come un tappo, con l’altra ho fatto una fasciatura stretta. Mei non voleva rimettersi i pantaloni che si era tolto per semplificare le operazioni, diceva che voleva prendere un po’ d’aria, ’sto scemo.

Dito guardava Fima e Ivan con un sorriso che non si spegneva e loro si sentivano protagonisti, agitavano fieri le loro spranghe di ferro.

Ho aiutato Geka ad alzarsi. Stava bene, solo che dopo la botta si sentiva un po’ rintronato e al tempo stesso agitato. Ho tirato fuori dalla tasca una caramella:

— Prendi fratello, masticala piano. Ti farà stare calmo.

Era una balla, certo, ma se uno ci crede una caramella funziona come un tranquillante. «Fattore psicologico», lo chiamava mio zio, che aveva fatto smettere di fumare un suo compagno di cella raccontandogli la balla che se si massaggiava le orecchie per mezz’ora al giorno in un mese perdeva il vizio.

Geka ha preso la caramella e si è sentito meglio. Sulla fronte aveva un livido viola, lungo, che si perdeva nell’occhio sinistro. Gli ho detto che dovevamo andarcene in fretta, lasciare Ferrovia il più presto possibile. Geka era preoccupato perché quelli sapevano dove abitava, aveva paura di tornare a casa.

— Stai sereno, fratellino, — l’ho rassicurato. - Quando arriviamo nel nostro quartiere racconterò tutto al Guardiano. Zio Trave sistemerà le cose.

Cercavo di spiegargli che con noi lui era al sicuro, protetto.

— Come fai a essere certo che abbiamo ragione e non torto? — mi ha chiesto.

La sua domanda in quel momento mi era sembrata sciocca. Solo pili tardi, col tempo, ho capito quant’era profonda, invece. Perché il punto era un altro: non era in dubbio la nostra ragione in quella situazione о in altre analoghe, ma la realtà oggettiva della nostra posizione rispetto al mondo che ci circondava.

Era un filosofo, il mio amico Geka, ma io non ero abbastanza abile con le parole, e allora gli ho risposto con le prime che mi sono venute in mente:

— Perché siamo veri, non nascondiamo niente.

Sentendo la mia risposta lui mi ha sorriso in un modo strano, come se volesse dire qualcosa ma preferisse tenerselo per un’altra volta.

Intanto Mei aveva ispezionato le tasche dei nostri nemici, rimediando tre coltelli, sei pacchetti di sigarette, quattro accendini — uno dei quali era d’oro, e lui se l’è messo subito in tasca —, pili di cinquanta rubli e un sacchettino pieno di anelli e catene d’oro, che quei balordi avevano sicuramente appena fregato a qualcuno.

Vicino al bidone ci attendeva un’altra fetta di bottino. Una borsa di stoffa. Dentro c’era un thermos pieno di tè fatto male però ancora abbastanza caldo, una decina di piccoli panini al formaggio e una sorpresa: una doppietta corta, senza calcio, e un mucchio di cartucce sparse qua e là, anche in mezzo ai panini. Le ho controllate: quelle originali le ho tenute, quelle fatte in casa le ho buttate via, perché non mi fidavo delle cartucce fatte da sconosciuti, soprattutto se di Ferrovia.

Mei era sorpreso e continuava a chiedere come un disco rotto:

— Perché non ci hanno sparato? Perché non ci hanno sparato? Perché non ci hanno sparato?

— Perché non hanno le palle… — ho risposto, ma solo per farlo smettere di fare ’sta domanda, perché in verità non lo capivo neanch’io. Forse chi si era portato dietro quella doppietta era stato colto di sorpresa e non aveva avuto il tempo di tirarla fuori… Forse, о forse no. L’unica cosa certa era che se l’avessero usata, tutta la nostra storia sarebbe andata diversamente e magari io non sarei qui a raccontarla.

Mei voleva prenderla, ma per diritto d’anzianità spettava a Dito: l’ho data a lui, che l’ha nascosta bene sotto la giacca. Mei per fortuna non si è offeso, era d’accordo, si è messo so lo a insegnare a Dito come si spara con quella roba.

Siamo partiti a passo veloce verso il parco. Ero sicuro che ancora non era finita, avevo uno strano presentimento. Camminavo, masticando un panino congelato, e intanto pensavo che era proprio un brutto segno che nel giorno del mio compleanno mi fosse capitato tutto quel casino.

«D’accordo, mi aspetta una vita difficile, — mi dicevo.

— Spero solo che non sia troppo corta».

Quando siamo entrati nel parco stava venendo buio. D’inverno il buio scende subito, la luce del giorno se ne va senza una grande battaglia, nel giro di mezz’ora non si vede più niente. Nel parco non c’erano lampioni, si vedevano solo le deboli luci della città scintillare tra gli alberi. Camminavamo per il vialetto principale.

All’altezza del sanatorio ho esposto a Geka la mia teoria sul fatto che non era ancora finita, quella storia. Sentivo con il cuore che ci aspettava un’altra imboscata, e dato che il parco era il posto migliore per farla, isolato e buio com’era, temevo per tutti noi.

Anche Geka la pensava cosi:

— Non è un caso, no, se l’Avvoltoio non si è ancora visto?

Ha proposto di camminare tutti vicini, per essere pronti a coprirsi le spalle a vicenda se ci saltavano addosso all’improvviso.

Ci siamo uniti in un istante, camminavamo con lo stesso passo, come i militari, aspettandoci da un momento all’altro l’attacco nemico.

Abbiamo attraversato tutto il parco, ma non è successo nulla. Quando abbiamo visto le luci del Centro eravamo così contenti che quasi saltavamo dalla gioia. Mei si è messo persino a urlare offese fantasiose in direzione di Ferrovia.

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