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Maestro del passato [Past Master - it]

Электронная книга - «Maestro del passato [Past Master - it]». Краткое содержание книги:

Il “migliore dei mondi possibili” è Astrobia, pianeta costruito sul modello dell’Utopia, dove agi e ricchezze sono a disposizione di chi li vuole. Ma proprio quando il sogno sta per realizzarsi ecco scoppiare una crisi inspiegabile: perché la gente volta le spalle al benessere e sceglie di vivere nel pericolo, negli stenti? I capi di Astrobia non lo sanno, e decidono di chiedere aiuto al passato, cercando nella Storia un leader che possa salvare la loro civiltà perfetta. Inizia così uno dei romanzi più ironici e profondi degli ultimi anni. Un’opera inesauribile, allegorica e umana, che mostra realtà e sogno, mostri e astronavi, assassini meccanici e individui programmati. Un futuro di paria e di dominatori, dove il sublime si alterna al mediocre e dove sovrastano sulla scena figure misteriose: il Rimrock, la creatura oceanica, Evita, la strega bambina, e soprattutto il fondatore e insieme il più grande avversario dell’Utopia: Thomas More, il “Maestro del passato”. Nominato per il premio Hugo in 1969.
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Poi ritornarono sul coracle e alzarono la vela, che non era più grande di uno scudo. E in novantanove giorni furono di ritorno nella Baia di Dingle, da dove avevano iniziato il loro viaggio.

Gli altri esploratori che si avventurarono nell’Atlantico del Nord, sulla Vecchia Terra, non riuscirono a trovare nessuna costa del genere, e dissero che san Brandano aveva mentito. Ma il bravo santo non aveva mentito. Quegli esploratori avevano usato barche con la prora, capaci di mantenere la rotta, e non un coracle bello e rotondo che può essere guidato soltanto dalle preghiere e dai digiuni, e che con molta probabilità riesce ad arrivare molto lontano, perfino fuori della Terra.

Questa era la storia del ragazzo Adam; e il Decifratore Supremo si ruppe la schiena per decifrarla e giungere al suo significato nascosto, ma non ci riuscì. Non era il tipo di cifrario che si può incontrare ogni momento.

— Ottimo, questo rum — disse Rimrock l’ansel.

George il siriano raccontò come vanno le cose ogni volta che finisce il mondo. — L’unica cosa che rimane quando il mondo è finito — disse, — sono un siriano e una duna di sabbia. Tutte le altre caratteristiche del mondo sono cancellate dalla catastrofe finale. Poi, ci sono quei tremendi istanti, o milioni di anni, durante i quali niente si muove. Un istante o un milione di anni sono la stessa cosa, quando niente si muove. Poi il siriano va dietro la duna e trova un dromedario; e insieme ricostruiscono il mondo.

«Questa è la versione originale della Genesi. È così che il mondo ricomincia tutte le volte. Sentirete anche delle storie su un uomo e una donna, o su una tartaruga che innalza il cielo sopra la terra. Non credeteci! Ogni volta che il mondo ricomincia, ci sono un siriano e un dromedario. A dire il vero, io non so cosa sia un dromedario, non so cosa sia una duna di sabbia, e non so neppure cosa sia un siriano. Credo che mi abbiano appioppato questo nome perché ho una specie di becco al posto del naso. Il mondo finirà di nuovo domani. State attenti, se vedete un siriano e una duna. Se il siriano va dietro la duna, c’è speranza; se non lo fa, o se non ci sono né il siriano né la duna, allora vuol dire che il mondo è stato fregato una volta per tutte.»

Al Decifratore Supremo le valvole si fulminarono proprio mentre George stava raccontando la sua storia. Non era, probabilmente, un guasto grave, ma ci sarebbero volute parecchie ore per far funzionare nuovamente i Decifratori. Perciò la sorveglianza cessò. Non c’era ragione di controllare quello che neppure i Decifratori riuscivano a decifrare.

— Ottimo, questo rum — disse Evita.

Foreman? Fabian Foreman? Che cosa faceva lì? Era uno dei Grandi. Da quanto tempo era seduto fra loro?

— Non stupitevi — disse Foreman. — Non passo attraverso le pareti, come fa Copperhead. Non ho strani poteri, a parte quelli che cominciano ad apparire in molti di noi, su Astrobia. Io sono il proprietario di questo edificio, come anche di tutti gli altri edifici che si affacciano su Piazza Centralità. Ho i miei mezzi per entrare in ciascuno di essi. Mi sono rifugiato qui per evitare la folla, là fuori. In quest’ultima ora la gente di Cosmopoli, e forse anche quella delle altre grandi città di Astrobia, ha cominciato a riversarsi nelle strade. Una carnevalata come questa non la facevano da secoli. Pensavamo tutti che il letargo dorato fosse ormai troppo profondo, che nulla li avrebbe scossi. E invece rieccoli qui, pieni di vita. Però, adesso che sono qui dentro, mi accorgo che mi manca il chiasso e il colore della folla. Ti cresce addosso. Usciamo in piazza e uniamoci a loro! Così Evita potrà andare da Thomas e assicurarlo che tutto va per il meglio, e che i fulminei guerriglieri di Battersea lo salveranno dalla lama domani a mezzogiorno. E che sarà ancora re. Più tardi, verso l’alba, andrò anch’io a parlargli per l’ultima volta.

Uscirono tutti sulla piazza. La gente si azzuffava allegramente per le strade. Chi si sarebbe mai immaginato che cose simili potessero ancora accadere nella civile Astrobia? Questi non erano gli sputasangue di Cathead e del Barrio. Non erano neppure quelli della terra di mezzo, dell’ambigua Wu Town. Era la popolazione civilissima della stessa Cosmopoli. Era un autentico carnevale, suddiviso in diverse fazioni bellicose e spiritate, e stava trasformandosi in una vera e propria mascherata. Si spaccavano teste e la gente rideva come mille anni prima. Quelli dell’«Esilio e Aldilà» sventolavano gli stendardi mentre gruppi di oppositori con striscioni con o senza motto piombavano su di loro, facendo esplodere tante piccole risse separate. La fazione del «Sacco e Cenere» marciava ridendo e scherzando. Il nuovo Metropolita, appena eletto (o autoeletto) aveva interdetto l’intero mondo di Astrobia finché tutti non avessero fatto penitenza, rispettando certe particolari condizioni; nuovi gruppi si formavano, intonando canzoni sull’argomento. Alcune grandi signore di Astrobia, travestite da vecchie megere, vendevano teste candite e teschi in onore della decapitazione del giorno dopo. Arieti lanosi, scovati da qualche parte, venivano messi allo spiedo e arrostiti sui falò: cinquanta persone si disputavano ogni carcassa, facendola a pezzi per divorarla mezzo cruda e mezzo bruciata. La festa dell’ariete lanoso da trecento anni non si celebrava più su Astrobia, e soltanto gli appassionati di Storia ne conoscevano l’esistenza.

Era un’isteria generale; Ferragosto, Rito della Primavera, Pasqua e Corpus Domini celebrati tutt’insieme. Il carnevale e la veglia funebre travolgevano l’intera città. E tutti i Programmati facilmente riconoscibili erano scappati a nascondersi.

Non che gli uomini intendessero minacciare nessuno. Nell’atmosfera di quella notte, i Programmati sarebbero risultati invisibili; talmente privi d’importanza da non venire minimamente notati. Ma i Programmati avevano paura, un’emozione che non era mai stata programmata in essi. Non riuscivano a darsene ragione, e l’unica cosa di cui dispone un Programmato è la ragione.

Si beveva e si urlava, si depredava e si appiccavano incendi, il tutto nel più travolgente buonumore. Evita si allontanò dal gruppo e riuscì ad arrivare fino alla cella di Thomas, per dirgli che la sua morte non sarebbe stata una morte, che un gruppo di uomini ben preparati, «duri» di Cathead, lo avrebbe tirato fuori di li, che sarebbe stato ancora re, con nuovi poteri.

La coppa delle emozioni traboccava in tutte le strade intorno a Piazza Centralità. Rabbia. E chi mai, fra i cittadini della civile Astrobia, era stato arrabbiato in vita sua? Meraviglia. E chi, fra tutti loro, aveva mai avuto occasione di meravigliarsi? Truculenza, gioia di battersi, ricordi sconnessi (forse di cose future), delizia, rimorso, penitenza totale, grandi speranze, gioia di uccidere, umiltà.

Stelle filanti e coriandoli, e su Astrobia se n’era perduto perfino il ricordo. Zucche intagliate e luci spettrali per la Notte di Valpurga, roba dimenticata perfino dai loro trisavoli. I «Tagliateste» si scontravano coi «Devastatori».

Poi cominciarono a suonare le campane. La grande campana di una chiesa dimenticata o trasformata in museo, poi di un’altra, e di un’altra, e infine di tutt’e cinquecento. La maggior parte delle chiese erano state rase al suolo trecento anni prima: come mai, ora, le gigantesche campane suonavano a morto come sulla Vecchia Terra? Nessuno aveva mai udito quei rintocchi su Astrobia. Ma cinquecento grandi campane suonavano, e la gente ricordava i loro nomi: l’Arcangelo Gabriele col suo tocco argentino, il Gigante, l’Orco Bianco, il Re Pastore, San Pietro, il Re di Baviera, il Nano Giallo, San Simeone, l’Olandese, l’Arcivescovo Turpino, il Renano, Daniele, la Campana Ebrea, Mefìstofele, la Vergine Nera, il Campanaccio della Pecora, la Montagna, Sant’Ilario. Decine d’intonazioni diverse, argentee, bronzee, tutte le antiche, gigantesche campane delle chiese (quasi tutte da lunghissimo tempo scomparse) suonavano il rintocco funebre e venivano riconosciute dal loro tono e ricordate coi loro nomi dei secoli passati. E un’altra, alta, possente e cristallina, la Campana Giulia.

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