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Il patto con il Vampiro [Covenant with the Vampire - it]

Электронная книга - «Il patto con il Vampiro [Covenant with the Vampire - it]». Краткое содержание книги:

Per questo stupefacente debutto narrativo Jeanne Kalogridis ha scelto di confrontarsi con uno dei classici più avvincenti e terrificanti della letteratura dell’orrore: Dracula di Bram Stoker. Misterioso e sensuale, questo romanzo, scritto in forma di diario, pone l’inquietante figura di Dracula al centro di un puzzle particolarmente intricato. Partendo cinquant’anni prima dell’inizio del romanzo di Stoker, il patto con il Vampiro svela infatti l’esistenza di un antico e segreto accordo nella famiglia Dracula. Arkady, pronipote del principe Vlad Tsepesh, meglio conosciuto come Dracula, vive nell’incubo di una terribile minaccia, costretto a procurare sempre nuove vittime al suo adorato prozio per salvare la vita alle persone amate. Coinvolto in un abisso di morte e di sangue, Arkady oserà ribellarsi al suo tragico destino e sfidare Dracula, per il bene della sua famiglia.
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Mi dibattei contro di lui mentre beveva finché la mia pelle fu resa appiccicosa dal sangue; finché fui esausta e fremente di piacere; finché fui stordita, debole, e ancora una volta sopraffatta da quel senso stranamente languido ed estatico dell’approssimarsi della morte. Le braccia mi caddero all’indietro, troppo deboli per afferrarsi al suo collo. Lui mi sosteneva da solo, con una mano aperta sui fianchi, l’altra tra le scapole.

Infine si allontanò dal mio collo e di tra le mie gambe, e mi depose a terra accanto alla finestra aperta. Io fissavo in cielo la luna calante, e la sua lucentezza accecante mi faceva male agli occhi, ma non riuscivo a staccare lo sguardo dalla sua brillante bellezza dal colore sfavillante. Vedevo dei colori dappertutto: nella luna luccicante e madreperlacea, nelle stelle, nel gruppo di sempreverdi molto più lontano, che non erano mai stati visibili al mio sguardo da quella distanza. Vedevo i blu e i rossi vivaci della mia coperta, vedevo il verde degli occhi di Vlad mentre si chinava per ripulire, con la sua rosea lingua, il mio corpo dal sangue che si rapprendeva. La mia vista nell’oscurità era più acuta, più eccezionale di quella di un rapace.

E udivo tutto: ogni agitarsi nella foresta lì fuori, persino il russare di Arkady nella camera di fronte alla mia. Udivo il movimento lieve delle lenzuola mentre Mary si agitava nel letto e, seppi che era sveglia. Udii il battere del mio stesso cuore, tanto assordante quanto dolorosamente piacevole e, lì vicino, il battito regolare del cuore di Dunya e il suo respiro stertoroso. Potevo sentire il calore della sua carne, l’odore del sangue vivente mischiato con il mio… il sangue che si raffreddava del moribondo, il sangue di chi stava cambiando.

E poi lo zio…

No, non mio zio. Mio marito si scostò dal mio corpo ormai senza macchia e fece scorrere la sua lingua sulle sue labbra insanguinate. Guardando nel profondo dei miei occhi, disse:

«Non è ancora finito».

Capii e, con uno sforzo tormentoso, sollevai un braccio verso la sua testa e la guidai al mio collo.

Sorprendentemente, i profondi squarci si erano completamente richiusi. Non sentivo dolore, né tenerezza, solo la sensazione della sua lingua contro la carne liscia, intatta; e poi, sentii le sue labbra muoversi contro la mia pelle mentre sorrideva. Anch’io sorrisi, debolmente, poiché sapevo che voleva dire che il Cambiamento era quasi completo.

Eppure esitò. Poi mi sfiorò con le labbra mentre scendeva con la testa oltre il bordo della clavicola, giù fino al mio seno.

Circondò il capezzolo con la lingua, poi si fermò, per posarvi con delicatezza i denti, finché sentii che il più acuminato di essi incideva il centro di quella carne roseo-bruna.

Nonostante la mia debolezza, provai un’improvvisa eccitazione nel capire quello che stava per fare. Intrecciai strettamente le dita tra i suoi capelli sulla nuca e lo strinsi contro di me.

Mi incise ancora. Per l’ultima volta mi mancò il respiro quando sentii i denti affondare, aguzzi, in quella tenera pelle scura così vicino al mio cuore. Succhiò dal mio seno come un bambino causando, con ogni tirata della bocca e della lingua, un nuovo palpito di piacere tra le mie gambe. Cullai la sua testa tra le braccia, simile a un’amorevole madonna che offriva la sua linfa vitale a quell’infinitamente vecchio e saggio sapiente-bambino, mio progenitore. Bevve finché le mie braccia caddero e io non potei più cullarlo, finché discesi in un rapimento indistinto, irreale, in un’estasi oscura, indifferente.

Per ore, non riconobbi nulla. Ricordo il suono distante di un’esplosione, ma era soltanto una debole onda d’argento contro il profondo sfondo vellutato dell’oscurità.

Poi, proprio prima dell’alba, emersi dalla mia trance e scoprii che se n’era andato e mi aveva lasciato, vestita con la mia camicia da notte, nel letto. Ero consumata da un bisogno insistente di scrivere questo, la mia ultima registrazione, e così ho preso il diario nascosto sotto il cuscino, e la penna e l’inchiostro dal mio tavolino da notte.

Talvolta provo un moto di paura nel comprendere che la morte è così vicina da essere a portata di mano; ma poi chiudo gli occhi e permetto a me stessa di bere della sua costante presenza, della sua intelligenza senza fondo, e so che non sono sola. Sapere ciò che presto diventerò mi conforta. Vado alla tomba vittoriosa, certa della mia resurrezione.

A chiunque legga queste parole: non piangete per me e non giudicate. La vita verso la quale vado è molto più dolce di quella che ho conosciuto.

Il diario di Arkady Tsepesh

17 aprile. È mattino inoltrato, quasi le dieci. Mary si è alzata ed è scesa al piano di sotto. Scrivo queste parole a letto, fissando fuori la brillante luce del sole che entra attraverso la finestra aperta.

Sperando di dissipare la tristezza, ho tirato le tende, ma dal mio comodo punto di vista contro i cuscini, posso vedere la luce che si riflette sul vetro rotto e segnato. Gli orrori della notte scorsa — di fatto, tutta la disordinata confusione delle sconcertanti rivelazioni di ieri — sembrano lontani, velati dalla persistente nebbia mentale causata dal laudano.

Pensare che questo pezzetto di vetro rotto era tutto quello che c’era tra mia moglie, mio figlio e la morte!

Mary era completamente fuori di sé dal terrore ieri notte, e anch’io lo ero ma, per confortarla, l’ho tenuto nascosto. Mentre leggevo nello studio, un lupo ha fatto un salto in direzione della finestra quando lei stava guardando dal vetro. Se avesse oltrepassato il vetro…

Non riesco nemmeno a scrivere quelle parole, non riesco nemmeno a pensare al danno più lieve a lei o al bambino. La notte scorsa ha pianto mentre mi pregava ancora di portarla via da qui, e la vista di lei in quello stato mi ha straziato il cuore. Ho promesso che l’avrei fatto.

Ma non riesco a vedere un modo per poterlo fare. Anche così, devo tentare. Non ho mai visto Mary isterica… ma mai nella mia vita ho udito di un lupo solitario che attacca un uomo in modo così audace. In quei preziosi momenti quando la razionalità ritorna, riesco a considerarlo un evento strano, casuale, tanto insignificante quanto causa di turbamento.

Ma Mary continuava a ripetere, in preda al parossismo, che era un avvertimento, dicendo che quella creatura avrebbe facilmente potuto ucciderla se lo avesse voluto, che l’ha risparmiata per dare forza alla sua minaccia. Non mi ha voluto dire chi, o che cosa, lei crede l’abbia avvertita, tranne che il Male stesso.

Le sue parole mi hanno fatto pensare alle zampe del lupo contro le mie spalle, al suo respiro caldo sulla mia gola. I lupi non sembrano che un simbolo, un avvertimento della follia che è in attesa, ansiosa di divorarmi.

Se credessi in Dio, Gli chiederei di prendere me e di risparmiare la mia famiglia. Posso capire perché i contadini sentano il bisogno di un genitore onnipotente, un divino cane da guardia — che inferno sapere che non c’è un potere più grande di me per proteggere mia moglie e mio figlio — io, che sono debole e estremamente inaffidabile, sull’orlo di un collasso mentale!

Questa mattina presto, nella grigia luce dell’alba, ho aperto brevemente i miei occhi assonnati, e ho visto, impalata sulla colonna del letto ai miei piedi, la testa di Jeffries. Guardava in giù, ridendo con lo stesso sorriso maligno, ironico, di Stefan, quando era apparso nella sedia dello zio.

Credo che io, lo zio, Zsuzsanna e tutti gli Tsepesh, portiamo la pazzia nel nostro sangue. Dopo gli eventi di ieri, ne sono convinto.

La notte precedente all’ultima mi sono finalmente deciso a gettare la lettera di V. nel fuoco. Ieri, all’alba, ho lasciato la casa in calesse e mi sono diretto a Bistritz pieno di agitazione e fiducia. Quando ho raggiunto la città, poco prima delle due, la mia agitazione è diminuita con il crescere della fiducia, ed ho provato un eccezionale sollievo quando ho porto all’albergatore la lettera sigillata che avevo scritto, per informare i visitatori di non venire.

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