Бесплатная библиотека
Читайте книгу на сайте или телефоне
READ-E-BOOK » Ужасы » Il patto con il Vampiro [Covenant with the Vampire - it]
Il patto con il Vampiro [Covenant with the Vampire - it] - Читать Любимую Русскую Полную Книгу 👉 Read-E-Book.com

Il patto con il Vampiro [Covenant with the Vampire - it]

Электронная книга - «Il patto con il Vampiro [Covenant with the Vampire - it]». Краткое содержание книги:

Per questo stupefacente debutto narrativo Jeanne Kalogridis ha scelto di confrontarsi con uno dei classici più avvincenti e terrificanti della letteratura dell’orrore: Dracula di Bram Stoker. Misterioso e sensuale, questo romanzo, scritto in forma di diario, pone l’inquietante figura di Dracula al centro di un puzzle particolarmente intricato. Partendo cinquant’anni prima dell’inizio del romanzo di Stoker, il patto con il Vampiro svela infatti l’esistenza di un antico e segreto accordo nella famiglia Dracula. Arkady, pronipote del principe Vlad Tsepesh, meglio conosciuto come Dracula, vive nell’incubo di una terribile minaccia, costretto a procurare sempre nuove vittime al suo adorato prozio per salvare la vita alle persone amate. Coinvolto in un abisso di morte e di sangue, Arkady oserà ribellarsi al suo tragico destino e sfidare Dracula, per il bene della sua famiglia.
1 ... 43 44 45 46 47 48 49 50 51 ... 76
Перейти на страницу:

Capite, domnule Tsepesh? È stato tutto sistemato, molto tempo prima che voi nasceste. Andate a casa e prendetevi cura della vostra famiglia».

Girò la maniglia e spalancò la porta.

Mi alzai, con il viso paonazzo, soffocando, non permettendomi, in quel momento, di capire.

«No. No, io non capisco. E andrò fino a Vienna, se devo…!».

La sua voce si abbassò, tranquilla, piena di dispiacere e senza traccia di rabbia. Piena di quella odiosa pietà.

«Ed io informerei i miei superiori che siete un pazzo. Vi assicuro, domnule, che nulla verrebbe fatto. Proprio come vi assicuro che non sono io che vi minaccio quando dico: «Per amore della vostra famiglia, non fate così».

Me ne andai tremando dalla furia, e mi diressi verso i Carpazi.

Dapprima, per lo shock e la rabbia, mi dissi che Laszlo doveva avere degli amici sinistri alla gendarmeria: un gruppo di criminali con un’influenza così grande che lo stesso Conestabile li temeva e faceva delle velate insinuazioni riguardo ad essi. Florescu era un bugiardo, un dannato bugiardo che era complice di ognuno dei delitti per il suo rifiuto di indagare. Non riuscivo a credere a niente di quello che aveva detto, e certamente non alla sua vile insinuazione che papà sapesse qualcosa dei trascorsi di Laszlo!

Decisi che l’unico logico modo di agire era di informare V. circa il passato di Laszlo, e della strana reazione del Conestabile alla notizia dei corpi nella foresta; così, sentivo, lo avrei convinto della necessità, per noi tutti, di trovare rifugio dal pericolo a Vienna, mentre informavo le autorità di quel luogo.

Non riuscivo a credere che l’influenza di Florescu arrivasse tanto lontano.

E poi, mentre le ore passavano sulla lunga strada verso casa, mi calmai e cominciai a pensare.

C’erano stati troppi teschi nella foresta per essere stata l’opera di un uomo nel corso di due anni. Io ne avevo portati alla luce almeno cinquanta, la maggior parte di bambini, e mi ero fermato soltanto perché non avevo la forza, fisica o mentale, di continuare. Quanti non ne avevo trovati, sparsi nell’infinita foresta?

Scoppiai in singhiozzi di rabbia, grato per la riservatezza fornita da quella solitaria strada di montagna, mentre ricordavo l’affermazione di Florescu che mio padre si fosse accordato per il rilascio di Laszlo. Per un momento osai permettermi di pensare che il capo dei jandarm avesse detto la verità, ma perché papà si sarebbe consapevolmente accordato per il rilascio di un tale uomo? Un uomo capace di occuparsi dell’eliminazione di cadaveri? Perché, se non era anche lui complice dei delitti?

Guidai i cavalli oltre il passo di montagna con difficoltà, incapace di pensare a causa di un terrore freddo e senza nome. Il pomeriggio lasciava il posto al crepuscolo. Il tramonto doveva essere tanto bello da mozzare il fiato, con il chiarore rosato che si rifletteva sui picchi coperti di neve, dipingendo l’intero paesaggio in fiore di una radiosità soprannaturale, ma io non vidi nulla di tutto ciò. Udii nella testa la voce di Masika:

«Vieni da me, Arkady Petrovich, durante il giorno, quando lui dorme. Non è sicuro per noi parlare qui, all’aperto. Vieni presto…».

Non era più giorno, ma mi sentii spinto a parlarle immediatamente, per sapere quella verità che in quel momento non riuscivo nemmeno a pensare, ma che il mio cuore tormentato sapeva essere vera.

Prima che raggiungessi il villaggio, tutto era coperto dalla notte; le strade erano vuote, e le file di piccole casupole erano scure. Non avevo idea di dove potessi trovare Masika Ivanovna, ma il mio disperato desiderio di parlarle era troppo forte per arrendermi e tornare a casa. Accesi la lanterna nel calesse e, avvantaggiandomi senza vergogna della mia condizione di nipote del Principe, bussai alla prima porta che trovai con l’intenzione di chiedere dove si trovasse Masika.

Non ci fu risposta; la presi come un’indicazione che gli abitanti della casupola fossero addormentati, e così chiamai a voce alta. Continuando a non avere risposta, aprii la porta con una spinta tenendo alta la lanterna, ed entrai, solo per vedere che quel tugurio era stato completamente abbandonato e il suo contenuto portato via.

Passai alla casa accanto, soltanto per trovare la stessa strana circostanza… e alla casa dopo, e a quell’altra ancora. Al quarto tentativo, però, ebbi successo. Il contadino addormentato che vi si trovava non mi fece entrare ma, invece, mi gridò le indicazioni dall’altra parte della porta di legno chiusa con il chiavistello.

Mi affrettai verso la casa di Masika: una casetta con un tetto di paglia pieno di topi, i cui occhietti luccicavano alla luce della mia lanterna. All’unica finestra, brillava una debole luce ma, quando bussai forte alla porta, non ci fu risposta, nessun rumore dall’interno. Mi feci più deciso e chiamai il nome di Masika mentre battevo forte ma, in risposta, ebbi solo silenzio.

Infine, spinsi la porta. Essendo aperta, si spalancò; entrai e vidi Masika Ivanovna ancora vestita con gli abiti del lutto, seduta al suo tavolo da pranzo rozzamente squadrato. Era caduta in avanti nella sedia e la fronte e il braccio erano poggiati sul tavolo; a pochi centimetri dalla testa avvolta in uno scialle c’era una candela, consumata fino alla base della bugia tanto che la cera era colata sul legno e il pezzetto che restava dello stoppino scoppiettava con un’ultima fiamma blu. Sotto la mano aveva un pezzo di carta piegato; accanto una piccola icona di San Giorgio, e sul pavimento sporco e ricoperto di paglia intorno a lei, c’era un cerchio quasi perfetto fatto di sale. Chiaramente, si era addormentata in attesa di qualcuno che non era ancora venuto.

Rabbrividendo leggermente allo scricchiolio del sale sotto gli stivali, mi portai accanto a lei, le toccai la spalla e dissi piano:

«Masika Ivanovna. È Arkady Tsepesh; non aver paura».

Lei non si mosse. Le scossi la spalla, dapprima con dolcezza, poi con più insistenza, alzando la voce finché divenne un urlo; finché realizzai che non si sarebbe svegliata mai più.

Allora la sollevai afferrandola per entrambe le spalle e con delicatezza la rimisi a sedere per bene sulla sedia. Il crocifisso che le avevo restituito al funerale di Radu ora era appeso al suo collo e oscillò per un attimo nell’aria.

Le parole non possono descrivere l’orrore che vidi congelato su quel dolce volto sciupato, in quegli occhi grandi, sporgenti; era lo stesso terrore angoscioso che avevo visto nella testa tagliata di Jeffries. Eppure Masika non portava alcun segno visibile sulla sua persona.

Toccai la mano ormai fredda sul tavolo, l’afferrai, poi caddi in ginocchio accanto a lei e piansi, sentendo come se avessi di nuovo perduto una madre la cui tenera compagnia non avevo mai conosciuto.

Quando mi alzai, asciugandomi gli occhi, vidi sul tavolo il foglio piegato che era stato nella mano di Masika e vi lessi il mio nome, scritto in una calligrafia che non riconobbi. Incuriosito, presi la lettera e la spiegai per leggere:

Al fratello che non conoscerò mai,

Scrivo questo per conto di nostro padre, Petru, che fu incapace di dirti la verità prima della sua morte. Egli diceva che la tua innocenza ha protetto la tua vita e quelle di tua sorella e di tua moglie; temeva di raccontarti tutto perché, diceva, Vlad ti era troppo vicino, e avrebbe compreso immediatamente che tu eri stato avvertito e si sarebbe vendicato. Io, però, rischio, raccontandoti tutto in segreto, perché spero che la conoscenza ti risparmi la vita all’inferno dove si trova nostro padre.

Mia madre dice che Vlad ancora non ti ha parlato del Patto di Famiglia, ma il momento verrà presto. Quando lo farà, ricorda: non credere a nulla di ciò che dice, poiché lui mentirà se gli sarà di vantaggio. Ti dirà che rispetta il Patto per un senso di onore, o di amore per la Famiglia, ma ciò è falso. Quello che i contadini dicono è vero. Lui è uno strigoi, un mostro senz’anima, un assassino, e il Patto, per lui, non è altro che un gioco; lo rispetterà finché per lui vi sarà un vantaggio.

1 ... 43 44 45 46 47 48 49 50 51 ... 76
Перейти на страницу:
0
Сюжет
  • 1
  • 2
  • 3
  • 4
  • 5
  • 6
  • 7
  • 8
  • 9
  • 10
0
Атмосфера
  • 1
  • 2
  • 3
  • 4
  • 5
  • 6
  • 7
  • 8
  • 9
  • 10
0
Главный герой
  • 1
  • 2
  • 3
  • 4
  • 5
  • 6
  • 7
  • 8
  • 9
  • 10
0
Общее впечатление
  • 1
  • 2
  • 3
  • 4
  • 5
  • 6
  • 7
  • 8
  • 9
  • 10
Итоговая оценка: 0.0 из 10 (голосов: 0 / История оценок)