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Il pianeta del miraggio [Job: A Comedy of Justice - it]

Электронная книга - «Il pianeta del miraggio [Job: A Comedy of Justice - it]». Краткое содержание книги:

Escursionisti inter-dimensionali, attenzione: basta imboccare una volta sola il bivio sbagliato del tempo, e la Terra si trasforma in un vero e proprio pianeta-miraggio, sempre elusivo, anche se apparentemente a portata di mano. Si può finire, per esempio, in un mondo dove il famoso presidente americano William Jennings Bryan, la personalità cruciale della Grande Guerra 1912–17, non è stato eletto, con la conseguenza che laggiù l’intera civiltà è arretrata di settant’anni, la tecnologia degli anni Novanta è ancora quella degli anni Venti e i gangster alla Al Capone la fanno da padroni. E i rischi non finiscono qui. Se a questo punto, volendo tornare indietro, si imbocca il bivio giusto e Bryan è stato regolarmente eletto nel 1896, la situazione può addirittura peggiorare, perché quel mondo è dominato da un puritanesimo pettegolo e invadente, e le Chiese Unite per la Decenza ne bandiscono con uguale severità le parolacce e le minigonne, la narrativa d’evasione e i liquori, le sigarette e il baltabarin. Ma forse il bivio giusto non esiste più: muovendo un altro passo, si può finire in un mondo di computer e di stazioni orbitanti o in uno ancora fermo ai carri a cavalli. Oppure si può essere catapultati da una Terra all’altra, senza poter fare nulla per opporsi, costretti a fermarsi per poche ore in ciascuna, a cambiare mondo tutti i giorni, a fare il pendolare tra gli universi. E quanto capita ad Alex Hergensheimer, a partire dal momento in cui, durante una crociera in Polinesia, comincia ad avere il sospetto che qualcosa non quadri: la sua austera motonave è diventata un’allegra Love Boat, gli ultimi novant’anni di storia sono cambiati, e lui stesso ha ora un altro nome, Graham e in tasca un milione di dollari di dubbia provenienza. Che cosa mi è successo? si chiede l’imbarazzatissimo Alex. È finito in un altro universo? Si è spezzato qualcosa nella trama della realtà e il mondo è prossimo alla fine? Qual è il mondo “giusto” e come arrivarci? E, soprattutto, dov’è finito il vero Graham?

Nominato per il premio Nebula per il miglior romanzo in 1984.
Nominato per il premio Hugo per il miglior romanzo in 1985.
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I filetti erano eccezionali.

Per effetto della buona birra e del buon cibo, mi trovai a cercar di spiegare a Steve come ci trovassimo a dover accettare passaggi e pasti da sconosciuti… senza dirgli niente di preciso. Alla fine Margrethe mi disse: «Alec, raccontagli tutto».

«Pensi che sia il caso?»

«Certo. Steve ha il diritto di sapere. E sento di potermi fidare di lui.»

«Benissimo. Steve, noi siamo stranieri venuti da un altro mondo.»

Lui non rise e neppure sorrise; si limitò a guardarmi con interesse. Dopo qualche istante, chiese: «Dischi volanti?»

«No» risposi «Parlo di un altro universo, e non, semplicemente, di un altro pianeta. Anche se il pianeta non sembra cambiato. Voglio dire che io e Margrethe, questa mattina, ci trovavamo in uno stato chiamato Arizona e in una città chiamata Nogales. Poi la città è cambiata. Nogales si è rimpicciolita ed è divenuta leggermente diversa. L’Arizona pare sempre la stessa, ma devo dire che non conosco molto bene questo stato.»

«Territorio.»

«Come?»

«L’Arizona è un territorio, non uno stato. Gli abitanti hanno votato contro il passaggio a stato.»

«Oh, anche nel mio mondo è andata così. Qualcosa che riguardava le tasse. Ma noi non veniamo direttamente dal mio mondo, e neppure da quello di Marga. Noi veniamo da…» M’interruppi e mi voltai verso Margrethe. «Sto facendo confusione. Puoi spiegarlo tu?»

«Non posso spiegarlo» rispose lei «perché non lo capisco neppure io. Ma è vero, Steve. Io vengo da un mondo, Alec viene da un altro, siamo stati per alcuni mesi in un terzo, e questa mattina eravamo in un altro mondo ancora. Adesso siamo qui. È per questo che non abbiamo denaro. O meglio, lo abbiamo, ma non è denaro di questo mondo.»

Steve disse: «Puoi ripeterlo? Ma un mondo alla volta… Mi gira la testa».

«Ha tralasciato due mondi» commentai io.

«No, caro: tre. Hai dimenticato il mondo degli iceberg.»

«No, l’ho contato. Scusa, Steve, cercherò di parlare di un mondo alla volta. Ma non è facile. Questa mattina… siamo andati in una gelateria di Nogales perché volevo offrire a Margrethe un gelato alla cioccolata. Ci siamo seduti a un tavolino, l’uno dirimpetto all’altra, come adesso, e mi sono trovato davanti a un semaforo…»

«Eh?»

«Un semaforo: luci rosse, verdi e gialle per regolare il traffico. È stata la sua sparizione a farmi capire che avevamo di nuovo cambiato mondo. Qui non ho visto semafori; solo vigili del traffico. Ma nel mondo dove eravamo questa mattina, per dirigere le automobili si usano luci colorate.»

«Sarà una cosa fatta con gli specchi. E cosa c’entra con il gelato di Maggie?»

«Quando abbiamo fatto naufragio e ci siamo trovati su un materassino in mezzo all’oceano, Margrethe ha detto che il suo massimo desiderio era un gelato con la cioccolata. Questa mattina per la prima volta sono stato in grado di offrirglielo. Poi, nel non vedere più il semaforo, ho capito che avevamo di nuovo cambiato mondo… e che quindi i nostri soldi non erano più buoni. Perciò, non potevo più pagare il gelato a Marga. E non potevo pagarle il pranzo di questa sera. Non avevo più soldi. Soldi che si potessero spendere, voglio dire. Capito?»

«Devo essermi perso due o tre spiegazioni fa. Che cosa è successo al tuo denaro?»

«Oh.» Frugai in tasca, ne estrassi con attenzione la mazzetta di dollari che avevo messo in serbo per l’autobus, presi un biglietto da venti dollari e lo mostrai a Steve. «Non gli è successo niente. Guarda.»

Lo osservò con attenzione. «“Biglietto di stato a corso legale per tutti i debiti pubblici e privati.” Fin qui, mi pare giusto, ma chi è questo tizio con il suo ritratto sul biglietto? E da quando in qua si sono messi a stampare biglietti da venti dollari?»

«Non li hanno mai stampati, nel tuo mondo. Il ritratto è di William Jennings Bryan, presidente degli Stati Uniti dal 1913 al 1921.»

«Non certo alla Horace Mann School di Akron. Laggiù non me ne hanno mai parlato.»

«A quanto invece hanno insegnato a me, è stato eletto nel 1896, e non sedici anni più tardi. E nel mondo di Margrethe non è mai stato eletto. Ehi, Margrethe! Potrebbe essere il tuo mondo!»

«Che cosa te lo fa pensare, caro?»

«Può darsi di sì, può darsi di no. Da quando abbiamo lasciato Nogales, non ho visto tracce di campi di volo. E ricordo che non ho visto aerei jet per tutto il giorno. E neppure altri tipi di macchine volanti. Tu ne hai viste?»

«No. Non ci ho fatto caso, ma, ora che ci penso, non ne ho viste neanch’io.»

«Questo è il punto. Che questo mondo possa essere il mio? Steve, com’è la situazione dell’aeronautica, qui?»

«Aero…?»

«Macchine volanti. Aeroplani jet. Aerei di qualsiasi tipo. E dirigibili. Avete dirigibili?»

«Mai sentito queste parole. Parli di volare nell’aria, come gli uccelli?»

«Sì.»

«No, naturalmente non ne abbiamo. O intendi i palloni? Io, una volta, ho visto un pallone.»

«Non sono come i palloni. Sì, un dirigibile è un po’ come un pallone, ma è fatto a sigaro invece di essere a palla. È spinto da motori come quelli del tuo camion, e viaggia a duecento chilometri l’ora… e vola molto in alto: cinquecento metri e più. Ancora più in alto se ci sono montagne.»

Per la prima volta, Steve mostrò sorpresa, e non solo interesse. «Dio onnipotente! Hai davvero visto qualcosa di simile?»

«Ci sono salito. Molte volte. La prima volta quando avevo solo dodici anni. Tu sei andato a scuola ad Akron? Nel mio mondo, Akron è universalmente famosa perché vi si costruiscono i dirigibili più grandi e più veloci.»

Steve scosse la testa. «È la storia della mia vita. Quando succede qualcosa d’interessante a casa mia, io sono fuori a bere una birra. E tu, Maggie, hai visto le navi aeree? Ci sei salita?»

«No, nel mio mondo non ci sono. Ma ho volato su una macchina volante. Un aeroplano. Una volta sola. È stato emozionantissimo. Mi sono anche spaventata a morte. Ma mi piacerebbe rifarlo.»

«Ci credo. Dovessi farlo io, mi verrebbe un accidente. Però, mi piacerebbe provare, anche se dovessi rimanerci secco. Ragazzi, comincio a credervi. Mi sembrate sinceri. E poi ci sono questi soldi. Sempre che siano soldi.»

«Sono soldi» ripetei «Ma di un altro mondo. Guardali con attenzione, Steve. Chiaramente non sono dollari del tuo mondo. Ma non sono biglietti per bambini o per illusionisti. Qualcuno si prenderebbe la briga di fare incisioni su acciaio così perfette, solo per stampare banconote-gioco? L’incisore che ha fatto le lastre si aspettava che il biglietto venisse usato come denaro. Aspetta un attimo.»

Frugai in un’altra tasca. «Ecco.»

Gli mostrai un biglietto da dieci pesos… del Regno del Messico. Avevo bruciato la maggior parte del denaro inutilizzabile che avevamo messo da parte prima del terremoto — le mance di Margrethe al Pancho Villa — ma avevo tenuto qualche biglietto per ricordo. «Guarda anche questi. Conosci lo spagnolo?»

«Non proprio. Solo il TexMex, lo spagnolo da cantina.» Guardò il denaro messicano. «Mi sembra a posto.»

«Guarda meglio» gli suggerì Margrethe. «Dove dice Reino. Non dovrebbe esserci scritto República? O il Messico è un regno anche qui?»

«È una repubblica… in parte perché ho aiutato anch’io a mantenerlo repubblicano. Sono stato un controllore delle elezioni quando ero laggiù con i marine. È straordinario quel che riescono a fare un po’ di marine armati fino ai denti, quando si tratta di mantenere onesta un’elezione. D’accordo, amici, mi avete convinto. Il Messico non è un regno, e gli autostoppisti in bolletta non dovrebbero avere con sé banconote messicane di quel genere. Qual è la spiegazione?»

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