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La casa che uccide [Smart House - it]

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La casa che uccide [Smart House - it]
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«Mangi la sua colazione» le disse Constance quando Beth ricadde nel silenzio.

Beth prese un boccone, poi un altro, senza nemmeno guardare il cibo. Posò la forchetta e bevve dell’altro caffè. «Mi ha detto che Bruce ha accettato delle pesanti condizioni economiche per gli alimenti della moglie, la sua ex moglie, perché pensava che non avrebbe avuto problemi di soldi. Se fossi rimasta con Gary non avrebbe pensato a quello stupido gioco. Uomini adulti che si aggirano furtivamente con palloncini, pistole ad acqua, fratello contro fratello. Ed è tutta colpa mia! Se fossi rimasta con lui e avessimo avuto dei bambini non avrebbe cominciato a occuparsi di Smart House!» Il mento le tremava di nuovo e aveva gli occhi lucidi e gonfi di lacrime.

Constance le appoggiò una mano sul braccio e le disse con fermezza: «Beth, Maddie è molto spaventata. Perché ha così paura?»

«Le è crollato il mondo addosso. Gary è morto, Bruce è… È convinta che Bruce abbia ucciso il fratello, credo. Gary era il sole, Bruce la luna, ed erano tutto per lei. Questa consapevolezza la spaventa a morte.»

Charlie e Alexander si trovavano nell’appartamentino di Gary. Charlie era al computer e lo stava detestando con tutte le sue forze. Alexander era seduto accanto a lui.

«Non c’è bisogno che le spieghi come lo so» disse Charlie rabbiosamente. «Le dico che aveva una serie di comandi separati, o qualcosa del genere, a cui poteva accedere attraverso questa dannata macchina, mi creda. Lei lo conosceva bene, cerchi di entrare nella sua testa. Se avesse una stanza segreta, per esempio, come aprirebbe e chiuderebbe la porta?»

Alexander si mordicchiava le unghie guardandosi intorno nervosamente e rifiutandosi di entrare nella testa di Gary anche solo per un istante. «Qualsiasi cosa. Avrebbe potuto programmare qualsiasi cosa avesse voluto. Come faccio a saperlo?»

Charlie inspirò brevemente. «Va bene, va bene. Facciamo un gioco. Attraverso questo computer possiamo colloquiare con quello principale, giusto?»

Alexander annuì stancamente.

«Immaginiamo che io voglia chiudere a chiave la porta e non mi voglia alzare. Cosa potrei fare?»

«Entrare nelle funzioni della sicurezza. È un programma separato che va sotto la denominazione sicurezza. È sufficiente che digiti la parola.»

«Bene. Di solito usava parole normali come questa? Nessun codice segreto o altri stratagemmi?»

«Dipende da cosa doveva fare.»

Charlie imprecò sottovoce e guardò il ragazzo. «Aveva creato un codice segreto, ammesso fosse questo ciò di cui si serviva?»

«Non lo so.»

«Lo deve sapere!» gli gridò Charlie, ed ebbe l’impressione che Alexander volesse scappare via, così lo afferrò per un braccio e lo trascinò sulla sedia di fronte alla tastiera. «Lei sa sicuramente qual è, e ora me lo cercherà. Non può essere sicurezza, quel programma è accessibile a tutti nel computer principale. Potrebbe trattarsi di un altro programma? Di un segnale? Di un codice di accesso o di un comando? Cosa potrebbe essere?»

Alexander sembrava terrorizzato e scosse la testa.

«Non si alzerà da qui finché non lo avrà trovato, ha capito?»

Sconsolato, Alexander iniziò a digitare sulla tastiera con due sole dita. Cominciò a scorrere un testo e il ragazzo guardò il monitor. Fece qualche operazione per cancellare la schermata, digitò nuovamente qualcosa e poi di nuovo, e di nuovo ancora. Qualche minuto dopo alzò lo sguardo pieno di speranza. In quel momento si udì bussare.

«Non si muova!» Charlie aprì appena la porta, vide che era Constance e la fece entrare.

Constance si accorse della presenza di Alexander e rivolse al marito uno sguardo interrogativo. Charlie aveva un’aria particolarmente corrucciata.

«Alexander sta cercando il codice che ha usato Gary» disse cupamente.

«È inutile» ribadì Alexander facendo appello alla comprensione di Constance. «Non può pretendere che gli dica qualcosa che non so.»

«Ha provato nella directory?» gli domandò Constance.

«Conosco tutti gli elementi che contiene, ma lui pensa che si tratti di qualcos’altro in aggiunta ai normali file.»

Constance annuì. Se Charlie era convinto di questo probabilmente aveva ragione. «Forse non in aggiunta, ma nascosto in uno dei file che già conosce.»

«È quello che sto cercando di verificare» rispose sconsolato.

Constance lo guardò per alcuni secondi poi disse: «A cosa era meno interessato? Alla serra? Alla cucina? A qualcosa fuori dalla casa? All’autorimessa?»

Alexander lanciò uno sguardo impaurito a Charlie e digitò un nuovo comando, e poi un altro ancora. Stava scorrendo i beni inventariati delle varie stanze tra cui la sala musica e la libreria. Era appena passato alla cucina quando all’improvviso trasalì nell’udire la voce di Charlie, ma questa volta il tono era gentile, sommesso e confortante come quello di un amorevole genitore. «Basta così, Alexander. Ora può andare. So che ha del lavoro da sbrigare.»

Il ragazzo guardò alternativamente Charlie e Constance, balzò in piedi e uscì quasi di corsa dalla stanza.

«Lo hai visto anche tu?» le domandò Charlie. Constance annuì e Charlie si sedette al computer e digitò "sala tv". Apparve una nuova schermata con sottocategorie riguardanti il mobilio e una lista di videocassette. Ad attirare Charlie e Constance era stata proprio quella lista la cui prima voce era "Sesamo". Charlie spostò il cursore su "Sesamo" e lo selezionò. Constance emise un suono soffocato. Una porzione di muro si stava spostando rivelando una porta.

«Sapevo che quel figlio di puttana era capace di farlo» mormorò Charlie, e Constance sorrise.

Charlie cominciò a canticchiare sottovoce, emettendo un suono monotono più simile alle fusa di un gatto che a una voce umana. Si chinò a esaminare la porta senza toccarla, tornò alla scrivania e prese una matita. Premette la gomma sul primo dei tre pulsanti posti sul rivestimento della porta e questa si aprì. Si ritrovarono davanti un altro ascensore non più grande di un metro per un metro, sul cui pavimento erano appoggiati un rotolo di copie cianografiche e due computer portatili perfettamente uguali a quello che avevano recuperato nel vaso di gardenia.

«Bene, bene» disse Charlie a bassa voce con un tono decisamente soddisfatto. «Che bella sorpresa!»

Beth si trovava in cima al lungo sentiero che portava alla spiaggia scendendo di una sessantina di metri. Il vento si era calmato e la temperatura era persino calda, un evento raro per la costa dell’Oregon. In lontananza vedeva le pozzanghere lasciate dalla bassa marea. Non c’era nessuno. Beth cominciò a scendere verso la spiaggia. In alcuni punti il sentiero era stato scavato nella roccia, in altri era ricoperto da una pavimentazione nera, e dove il percorso diventava pericolosamente ripido avevano costruito scale e ringhiere. L’ultima volta che era stata lì aveva capito che scendere era piuttosto facile, ma non risalire. Dopo aver parlato con Constance nella sala della colazione, si era sentita curiosamente vuota, senza energie. E i pensieri, così come erano arrivati, le erano sfuggiti senza lasciarle il tempo di fare delle considerazioni. Beth però sapeva che doveva ripensare alle cose che Maddie aveva farfugliato quella mattina. Continuava a ripetersi che non era giusto, questa volta cercando di fissare i pensieri nella sua mente ed esaminandoli a lungo. Se avesse accettato un pagamento differito per la sua quota azionaria sarebbe rimasta al verde per mesi, forse persino per anni, e di certo questo non era giusto. Se avesse preteso adesso quello che le spettava avrebbero dovuto vendere la società a un prezzo inferiore rispetto al valore di mercato, e anche questo non era giusto. Aveva lasciato il tetto coniugale a causa di quello che Gary era diventato. Non era diventato così perché lei se n’era andata. Tutto non era giusto! Bruce non era un suo problema, e nemmeno Maddie.

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