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Appuntamento nel tempo [Bid Time Return - it]

Электронная книга - «Appuntamento nel tempo [Bid Time Return - it]». Краткое содержание книги:

Innamorato di una donna vissuta molto tempo prima, il protagonista di questo libro straordinario comincia a studiarne i ritratti, la carriera, l’ambiente. Finché l’ossessione lo porta a tentare di raggiungere la misteriosa attrice… nel passato. Ma è solo l’inizio dell’avventura. Da questo grande romanzo è stato tratto un film con Christopher Reeve.
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Mi sono studiato nello specchio del bagno, dopo avere acceso la luce. Sulle mie guance c’era la barba di un giorno. Ho guardato il completo da rasatura di Robinson, sul lavandino. Non avevo tempo. Volevo uscire di lì, concentrarmi sui particolari, non fissarmi in uno specchio. Dovevo evitare quel pensiero onnivoro. Non ero ancora pronto ad affrontarlo.

Mi sono spruzzato acqua fredda in faccia, mi sono asciugato, poi ho tentato, con scarso successo, di pettinarmi con le dita. Dovevo comperare rasoio, pennello, e tutto l’occorrente per la barba, una camicia, e soprattutto (l’idea mi ha imbarazzato) calze e biancheria intima.

Sono uscito in tutta fretta dalla stanza, confidando che il sonno pesante impedisse a Robinson di udire il tonfo della porta. Chiudendola, ho visto il numero 472 sulla targa. Ho svoltato a sinistra, percorso il breve corridoio laterale, svoltato di nuovo a sinistra. Mi sono accorto di avere preso la direzione sbagliata, e ho cambiato rotta.

Scendendo la scala, ho notato l’enorme quiete dell’hotel. Alle mie orecchie non giungeva il rombo delle automobili, il ruggito degli aerei in atterraggio. A parte il continuo rimbombo della risacca in distanza, il silenzio era completo. Il suono dei miei passi sembrava gigantesco.

Al primo piano, ho percorso il corridoio in direzione delle scale per l’esterno, per evitare l’atrio. Mentre raggiungevo la porta, ho ricordato che alle nove e diciotto avrei firmato il registro e mi avrebbero dato la stanza 350.

“Déjà vu” ho pensato uscendo sulla balconata, fissando il cortile aperto. Anche se l’aspetto era molto diverso (nel 1971 non c’era quell’abbondanza di piante tropicali: fichi, tigli, aranci, guava, melograni e affini), ho provato la stessa sensazione del mio primo mattino all’hotel. Solo che ovviamente, a rigor di logica, non si poteva parlare di “déjà vu” visto che l’espressione significa “sono già stato qui”, e io sarei arrivato all’hotel per la prima volta soltanto di lì a settantacinque anni.

La perplessità mi ha messo a disagio, così l’ho respinta dalla mente. Ho disceso i gradini e mi sono avviato nel cortile fradicio di pioggia, superando macchie di fiori e sedie bianche, archi scavati in siepi alte e foltissime, la fontana che ha al centro la figura di una donna nuda con una giara sulla testa. Ho sobbalzato quando un canarino giallo mi è svolazzato davanti, per poi sparire in un cespuglio. Mentre superavo un olivo, ho guardato in su quando un movimento ha attirato la mia attenzione, e con enorme stupore ho visto su uno dei rami più bassi un pappagallo dalle piume multicolori, intento alla toilette. Ho sorriso all’uccello, poi a quel nuovo mondo, invaso da un impeto di gioia. Avevo dormito, non c’erano emicranie, e stavo andando da Elise!

Sono entrato nel cupo salotto in uno stato d’animo tutt’altro che cupo, anzi col desiderio di spezzare il silenzio con allegri fischi. Solo davanti alla sua porta l’incertezza è tornata a farsi viva. Era ancora troppo presto? Si sarebbe inquietata, addirittura arrabbiata, se avessi bussato adesso? Non volevo svegliarla. Però, riflettendo con tutta la calma possibile, mi era chiaro che non potevo andarmene e sperare di rivederla più tardi. Se avessi aspettato che tutti si svegliassero, sua madre e Robinson mi avrebbero sbarrato la strada un’altra volta. Facendomi forza, ho alzato il pugno sul legno scuro della porta, ho fissato per diversi secondi la targa col numero, poi ho bussato.

Con troppa timidezza, mi è parso. Impossibile che lei avesse sentito. Però non osavo bussare più forte, nel timore di svegliare qualcuno nelle stanze vicine e spingerlo a uscire a controllare. Per quello che ne sapevo, nella stanza accanto poteva esserci sua madre; era molto probabile. “Buon Dio” ho pensato. E se la signora McKenna avesse preteso di passare la notte nella camera di Elise?

Stavo riflettendo su queste cose quando ho udito la voce di Elise, dall’altra parte della porta, che chiedeva piano: — Sì?

— Sono io — ho risposto. Non mi è mai passato per la mente che lei potesse non sapere chi fosse quell’“io”.

Infatti, lo sapeva. Ho sentito il rumore della chiave che girava, la porta si è socchiusa lentamente, e lei mi è apparsa davanti. Indossava una vestaglia ancora più deliziosa di quella che avevo evocato nella mia fantasia: color vino rosé, col collo ricamato, e due file verticali di motivi a spirale che scendevano sul davanti. I capelli, liberi, le cadevano sulle spalle in una profusione fulvo-dorata. Gli occhi grigioverdi mi scrutavano seri.

— Buongiorno — ho detto.

Lei mi ha fissato in silenzio. Alla fine ha mormorato: — Buongiorno.

— Posso entrare?

Ha esitato, ma io ho intuito che non era l’esitazione di una signora perplessa sulla liceità di accogliere un uomo nella propria stanza in circostanze discutibili. Era semmai l’esitazione di una donna che non è sicura di volersi lasciare coinvolgere più di quanto sia già coinvolta.

Giunta a una decisione, si è tirata da parte e mi ha lasciato entrare. Chiusa la porta, si è voltata a guardarmi. Aveva un aspetto così stanco, così triste. Cosa le stavo facendo?

Stavo per uscire nell’ennesima espressione di scusa, quando lei mi ha preceduto. — Si accomodi — ha detto.

A volte, si ha la sensazione letterale che il cuore sprofondi. Lo posso giurare perché l’ho avvertita in quel momento. Quella sarebbe stata l’ultima scena, l’addio condito di frasi provate e riprovate? Deglutendo, ho raggiunto una sedia e mi sono girato.

Non c’erano luci accese in salotto; la stanza era invasa da grandi ombre. Rabbrividendo di tristi premonizioni, ho atteso che lei si sedesse. Quando si è sistemata sull’orlo del divano, io mi sono lasciato cadere sulla sedia, certo di essere solo una comparsa della scena che stava per svolgersi: non sapevo nulla del dialogo, né della trama.

Lei ha alzato gli occhi e mi ha guardato.

— Cosa c’è? — le ho domandato, vedendo che non parlava.

Un sospiro affaticato, stanco. Elise ha scosso lentamente la testa. — Non so perché lo sto facendo — ha detto. Dava l’impressione di soffrire. — In vita mia, non ho mai fatto nulla di remotamente simile a questo.

“Lo so” ho pensato. Grazie a Dio, non ho espresso la riflessione ad alta voce. “Però mi aspettavi” ho quasi detto. Ma sono rimasto zitto. Meglio non dire niente.

Quando lei ha ripreso a parlare, il suo era un tono di sfida. — La mente mi dice che lei e io ci siamo incontrati per la prima volta ieri sera, sulla spiaggia — ha detto. — Che, fino a quel momento, non ci conoscevamo. La mente mi dice che non ho ragione di comportarmi con lei come ho fatto. Nessunissima ragione. — La sua voce si è spenta, e lei si è guardata le mani. Dopo quello che mi è parso un tempo molto lungo, ha aggiunto, senza alzare la testa: — Eppure lo sto facendo.

— Elise… — Ho accennato ad alzarmi.

— No, non si muova — ha ordinato lei, sollevando la testa di scatto. — Voglio che ci sia una… certa distanza fra noi due. Non voglio poterla vedere bene. Il suo viso… — Si è interrotta, con un respiro ansante. — Quello che voglio fare è “pensare.”

In silenzio, ho aspettato un processo di analisi, comprensione, messa a fuoco. Non c’è stato nulla, e così mi sono reso conto che la sua era una speranza, più che un piano concreto.

Dopo un lungo intervallo, è tornata a guardarmi. — Com’è possibile che stasera io riesca a recitare? — ha chiesto.

— Reciterà — ho detto io. — Sarà magnifica.

Lei ha scosso la testa.

— Lo farà — ho detto. — E io la guarderò.

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