I giorni del cervo [Hart's Hope - it]
- Автор: Кард Орсон Скотт
- Год: 1988
- Язык: итальянский
- Год: Mondadori
- ISBN: 88-95127-08-0
- Переводчик: Delio Zinoni
- Жанр: Фэнтези
Электронная книга - «I giorni del cervo [Hart's Hope - it]». Краткое содержание книги:
— Niente — disse Orem. Cosa avrebbe potuto rubargli, nudo com’era? Il mago staccò il dito dall’occhio di Orem. Adesso l’occhio gli bruciava terribilmente, e Orem lo fregò con le mani, mentre le lacrime scorrevano alleviandogli il dolore dal vetro screpolato della sua vista. — Non lo sai, Segrivaun che un pellegrino rimarrebbe visibile solo lui? Invece sei visibile anche tu, e Braisteneft, e io, e il cervo. Non è un pellegrino. Ma qualcosa di mio, senz’altro di mio. Una borsa piena di scudi, Braisteneft. E dieci scudi per te, Madama Segrivaun. Bastano? Bastano?
— Oh, sì, bastano, Vetro-di-Forca! — gridò Braisy.
— Bastano perché vi dimentichiate di aver portato un ragazzo qui?
— Già dimenticato.
— Bastano perché vi dimentichiate di un cervo il cui sangue ha fallito mentre era caldo?
— Già dimenticato, mio signore — disse Segrivaun.
Vetro-di-Forca rise. — Voi siete pronti a spergiurare cento volte al giorno. No. Giureremo per il Cervo, capito? Per il Cervo. — Perciò tutti, anche Orem, si inginocchiarono attorno all’inguine del cervo, e ognuno infilò un dito nel taglio morbido e umido di sangue della ferita, e tutti, anche Orem, giurarono. Era un giuramento terribile, e Orem seppe che in quel momento il suo filo era tagliato. Ricordava tutti i suoi incantesimi, ma non c’era modo di ritornare da quella parte, adesso.
Una borsa di monete cambiò di mano. Orem sapeva cosa stava accadendo. Era stato venduto. Non era più libero. Aveva lasciato Inwit senza un visto perché non aveva voluto essere il servo di un servo. Adesso sarebbe stato… qualcosa, per quel Vetro-di-Forca. E non libero.
Eppure, non gli importava.
Gli altri uscirono, e Vetro-di-Forca diede a Orem i suoi vestiti. Si vestirono insieme, Orem con i suoi abiti sporchi da viaggiatore, Vetro-di-Forca con una tunica verde scuro.
— Cosa mi sta succedendo? — chiese Orem.
— Sei stato assunto.
— Per quanto tempo?
— A vita, credo, qualunque sia questo tempo. Ma non disperare. Avrai la libertà della città, e i migliori visti falsi che si possano trovare sul mercato, dal momento che con te non posso usare incantesimi che rendano cieche le guardie. E tutto quello che dovrai fare, ragazzo mio, sarà di servirmi.
— Io volevo solo entrare in città.
Vetro-di-Forca gli gettò la cintura. — E ci sei entrato. O lo farai fra un momento.
— Cosa ti fa pensare che io voglia lavorare per te?
Vetro-di-Forca si limitò a sorridere gentilmente, battendo con la mano sul disegno a cerchi che aveva sul davanti della tunica. Sul momento gli sembravano i sette cerchi di un Uomo di Dio. Ma i cerchi erano otto. Due doppie coppie di due. Era una cosa terribile da pronunciare. Verso l’alto significava: il mio sangue. E verso il basso: Acqua secca. E seguendo la rotazione del due, del due, del due e del due, diceva: Nessuna speranza.
— Sei spaventato, ragazzo?
— Sì.
— Dimmi: hai visto già della magia durante la tua vita?
— Qualcuna.
— Ma quali di queste magie hanno effettivamente funzionato, davanti a te?
Nessuna. Era per questo che agognava tanto vederne. La magia era qualcosa di cui aveva sentito parlare, che tutti avevano visto dalla sua infanzia in poi, ma mai durante la sua vita aveva visto il momento del cambiamento. Perché quando c’era lui la magia non funzionava mai a dovere, per quanti sforzi facessero.
— Proprio così, ragazzo. Nessuna. Mai durante la tua vita. Tua madre, faceva qualche incantesimo?
Orem annuì.
— Ma ti mandava fuori di casa quando li faceva, vero? Quando tesseva e quando cucinava ti mandava fuori di casa.
Il mago minacciava di liberare un diluvio di amarezza. — Sì — disse Orem.
— Ti mandavano sempre via. Perché, ragazzo? Perché? Quando dicevano l’incantesimo della forza su di te non funzionava, vero? Non hai mai fatto i muscoli, non sei mai diventato forte. Il sergente del villaggio non ti ha voluto, vero? Perché dovunque tu sia, ragazzo, si apre un buco nel tessuto del mondo. Tu sei un Pozzo, ragazzo. Un Pozzo.
Orem non aveva idea di cosa volesse dire. Era un bene o un male? Se intende punirmi per questo, non accetterò senza protestare. — Io sono Orem Fianchi-Magri.
— Cosa credi che sia la magia, Fianchi-Magri?
— Potere. Comprato col sangue.
— Comprato. Sì, questa è la descrizione migliore che potresti darne, immagino. Ma non si tratta di comprare. Non come fanno i mercanti, con i soldi. Loro separano il guadagno dall’acquisto, mettendoci in mezzo il denaro, in maniera che il prezzo possa salire e scendere, e perdere il suo legame con il lavoro. In maniera da poter imbrogliare. Ma i prezzi con il sangue non cambiano.
— Qualcosa che ci si guadagna, allora.
— Neppure questo, ragazzo. Perché non puoi fare di più e avere di più. È dentro di te, ecco tutto. In ogni cosa vivente, secondo il sangue. Il sangue della vita è una ragnatela, una rete che ci tiriamo dietro, catturando con essa la vita del mondo. Tutto il sangue vivente attira forza, e la trattiene, così che quando uno come me, che conosce l’uso di questa forza, versa il sangue caldo può formare, può costruire, può creare e uccidere. Ma non con il tuo sangue, Orem Fianchi-Magri. Oh sì, tu catturi la vita mentre passi; sì, la forza scorre dentro di te come in ogni altro. Meglio che negli altri, perché la tua rete è grande, si allarga dietro di te e attorno a te, e succhia il potere e la vita da tutti, li succhia verso di te. Ma tu ti riempi di forza? C’è una forza più grande in te?
— No.
— Tu rubi la magia direttamente dal sangue, ma poi essa scorre via da te, si riversa nella terra, per essere assorbita dagli alberi e dall’erba, per sciogliersi nell’aria, per essere mangiata dal bestiame, per posarsi nuovamente nel sangue di altri uomini. Tu non puoi usarla. Scorre dentro di te e se ne va.
— Quanta?
— Hai assorbito il sangue di un intero cervo in un istante, Fianchi-Magri. Questa è forza, ragazzo. Non c’è limite in te. Sorelle, Sorelle, nessun limite se non per la forma delle tue reti, Grande Pescatore, e per la posizione delle tue ragnatele, Maestro Ragno. Io ti insegnerò.
— Mi insegnerai?
— Come sistemare la tua ragnatela. Come inghiottire forza quando e dove vorrai. Mi deruberai, disferai la magia ogni volta che te lo dirò. Chi potrà resistermi allora? Chi oserà sfidare Vetro-di-Forca? Sfidatemi pure, tutti quanti, e il mio Pozzo, il mio Fianchi-Magri, si insinuerà nel cuore della vostra forza e vi prosciugherà.
— Perché tu?
— Perché sei venuto da me. Non è stato un caso. La forza viene a te, e tu vieni alla forza. Io sono il più grande dei dottori della Via dei Maghi. Tu sei venuto da me per la forza. Oh, è un rischio quello che corro, un sacrificio che faccio. Quanto ci metterai a imparare? Finché non avrai imparato non ci sarà magia nella mia casa. Sei un pericolo per me. Se diventerai troppo pericoloso ti ucciderò, naturalmente, ti ucciderò. Perciò impara in fretta, ragazzo. Impara in fretta.
— Lo farò.
— Per tutta la vita ho letto storie sui Pozzi, ma non avrei mai creduto di vederne uno. Seguimi, ragazzo.
La strada per uscire era altrettanto difficoltosa quanto quella per entrare, ma questa volta Orem non cercò di memorizzare il cammino. Era giunto nella Inwit che aveva sognato, la Inwit dell’antica magia del tempo prima di Dio.
Alla fine si trovarono in una casa immersa nel buio, da cui si scorgevano, lontani, i profili delle due torri. — La Porta Occidentale — disse Vetro-di-Forca. — Bella l’ha fatta chiudere appena un anno dopo che Palicrovol aveva lasciato la città. Ma Porta Occidentale non era il suo vero nome, neppure allora. Prima di Palicrovol era la porta principale della città. Traccia del Cervo, questo era il suo nome, e l’antica città non era Inwit, ma Speranza del Cervo. Speranza del Cervo, poiché molto prima che i sette cerchi fossero tracciati sulla Porta di Dio, il candeliere dalle cento braccia veniva acceso nelle grandi case. E non andavano al Grande Tempio. I pellegrini arrivavano alla Via del Santuario, al piccolo albero spezzato che non muore. Anche Palicrovol, che crede di essere un Uomo di Dio, anche lui conosce la verità. Credi che in trecento anni si sia dimenticato di aver abbandonato il Cervo?