Crocevia del crepuscolo
- Автор: Джордан Роберт
- Серия: La Ruota del Tempo #10
- Язык: итальянский
- Переводчик: Gabriele Giorgi
- Жанр: Фэнтези
Электронная книга - «Crocevia del crepuscolo». Краткое содержание книги:
«Che la buona sorte mi tocchi,» borbottò Domon, grattandosi i peli ispidi che crescevano sopra il suo orecchio sinistro «qualunque cosa tu abbia in mente, potresti non averla vinta facilmente. Penso che lei sia un osso più duro di quanto tu non sospetti.»
«Egeanin?» disse Mat in tono incredulo. Si guardò attorno rapidamente per vedere se qualcuno nella viuzza avesse udito il suo errore. In pochi guardarono di sfuggita lui e Domon mentre passavano, ma nessuno lanciò una seconda occhiata. Luca non era l’unico desideroso di andarsene da una città in cui il flusso di spettatori si era esaurito, e i lampi che nella notte avevano dato fuoco alla baia erano un ricordo ancora fresco. Sarebbero potuti fuggire tutti quella prima notte, non lasciando a Mat alcun posto per nascondersi, se non ci fosse stato Luca a convincerli a non farlo. Quella promessa d’oro aveva reso Luca assai persuasivo. «So che è dura più di un vecchio scarpone, Domon, ma i vecchi scarponi non contano con me. Questa non è una dannata nave, e io non lascerò che lei prenda il comando e rovini tutto.»
Domon fece una smorfia come se Mat avesse un cervello di gallina.
«La ragazza , amico. Credi forse che potresti essere così calmo se venissi portato via nella notte? Qualunque sia il gioco a cui stai giocando, con tutte quelle chiacchiere sul fatto che lei sia tua moglie, stai attento che non ti dia una spuntatura alla testa fino alle spalle.»
«Stavo solo facendo lo scemo» borbottò Mat. «Quante volte ve lo devo dire? Mi sono innervosito per un minuto.» Oh, sì che si era innervosito. Apprendere chi era Tuon mentre stava lottando con lei avrebbe innervosito un maledetto Trolloc.
Domon grugnì dall’incredulità. Bisogna ammettere che non era certo la storia migliore che Mat si fosse inventato. Tranne per Domon, tutti quelli che l’avevano sentito farfugliare sembravano accettare quella storia, però. Perlomeno, Mat pensava che l’avessero accettata. A Egeanin poteva venire un groppo alla gola al solo pensiero di Tuon, ma avrebbe avuto molto da dire se avesse creduto che Mat fosse stato serio. Avrebbe perfino potuto accoltellarlo.
Gettando uno sguardo nella direzione verso cui Egeanin si era incamminata, milanese scosse il capo. «Cerca di tenere a freno la lingua, d’ora in avanti. Eg... Leilwin... va quasi su tutte le furie ogni volta die pensa a quello che hai detto. L’ho sentita borbottare sottovoce, e ci puoi scommettere che nemmeno la ragazza prende la cosa alla leggera. Fa’ lo scemo con lei e potresti farci finire tutti accorciati.» Fece scorrere un dito lungo la gola in modo eloquente e gli rivolse un brusco cenno col capo prima di farsi strada fra la folla per raggiungere Egeanin. Osservandolo andare, Mat scosse la testa. Tuon, dura? Certo, era la Figlia delle Nove Lune e tutto il resto, e al palazzo di Tarasin non aveva fatto che irritarlo, quando pensava che fosse solo un’altra nobildonna seanchan col naso per aria, ma era soltanto perché aveva l’abitudine di sbucare sempre dove lui non si aspettava. Nient’altro. Dura? Sembrava una bambola di porcellana nera. Quanto poteva essere dura?
Tutto quello che sei riuscito a fare è stato impedirle di romperti il naso e forse altro, ricordò a sé stesso.
Era stato attento a non ripetere quelle che Domon chiamava ‘chiacchiere’, ma la verità era che lui avrebbe sposato Tuon. Il pensiero lo fece sospirare. Sapeva che era sicuro come una profezia, cosa che in un certo senso era davvero. Non riusciva a immaginare come potesse verificarsi un matrimonio del genere; sembrava impossibile, a giudicare dalle apparenze, e non avrebbe sicuramente pianto se si fosse rivelato tale. Ma sapeva che non sarebbe stato così. Perché si trovava sempre maledettamente pieno di dannate donne che cercavano di accoltellarlo o di fargli saltar via la testa? Non era giusto.
Aveva intenzione di andare dritto al carrozzone dove venivano custodite Tuon e Selucia, con Setalle Anan di guardia (la locandiera poteva far sembrare morbida una pietra; una nobildonna viziata e la domestica di una lady non le avrebbero dato alcuna preoccupazione, specialmente con uno delle Braccia Rosse di stanza di fuori. Perlomeno finora non avevano causato guai, altrimenti lui l’avrebbe saputo) ma i suoi piedi si ritrovarono a vagare, portandolo lungo le strade che serpeggiavano attraverso lo spettacolo. In tutte vi era un grande andirivieni, strette o larghe che fossero. Gli uomini si affrettavano in giro conducendo cavalli che saltellavano e scartavano, dato che erano rimasti troppo tempo fuori allenamento. Altre persone stavano smontando le tende e caricando i carri delle masserizie, o trascinando fagotti avvolti nella stoffa, forzieri borchiati di metallo, botti e contenitori di ogni dimensione fuori dai carri simili a case che erano rimasti lì fermi per mesi, in parte scaricando in modo che tutto potesse essere risistemato per viaggiare anche mentre venivano messi i finimenti ai cavalli da tiro. Il frastuono era costante: i cavalli nitrivano, le donne chiamavano a gran voce i bambini, i bambini piangevano per aver perso i giocattoli o urlavano per il solo gusto di fare rumore, gli uomini mugghiavano per sapere chi aveva visto le loro redini o chi aveva preso i loro attrezzi. Una compagnia di acrobati, donne snelle ma muscolose che lavoravano su corde che pendevano da alti pali, aveva circondato uno dei custodi di cavalli, e tutte stavano sventolando le braccia e gridando a pieni polmoni, ma nessuno ascoltava. Mat si fermò un momento per cercare di capire per cosa stessero discutendo, ma alla fine stabilì che non ne erano sicure nemmeno loro stesse. Due uomini senza giacca combattevano rotolandosi sul terreno, osservati da vicino dalla probabile causa, una sartina slanciata e dagli splendidi occhi di nome Jameine, ma Petra apparve e li separò prima ancora che Mat potesse fare una puntata su di loro.
Non aveva paura di vedere di nuovo Tuon. Certo che no. Si era tenuto a distanza, dopo averla ficcata in quel carrozzone, per darle tempo di ambientarsi e di riprendersi. Questo era tutto. Solo che... Calma, l’aveva definita Domon, ed era vero. Rapita nel mezzo della notte, portata via durante una tempesta da persone che, a quanto lei ne sapeva, avrebbero potuto benissimo tagliarle la gola, e lei era stata di gran lunga la più tranquilla fra tutti loro. Per la Luce, avrebbe potuto aver pianificato tutto lei, da quanto era turbata! Allora gli era sembrato come se la punta di un coltello lo stesse solleticando fra le scapole, e il coltello era tornato soltanto pensando a lei. E quei dadi stavano continuando a rotolare nella sua testa.
Quella donna non si offrirà di certo di scambiare i voti qui e ora, pensò con un risolino, ma suonò forzato perfino a lui stesso. Tuttavia non c’era alcuna ragione al mondo per cui lui dovesse avere paura. Era solo giustamente cauto, non spaventato.
L’accampamento poteva pure essere simile a un villaggio di medie dimensioni, ma un uomo poteva vagare in giro fino a un certo punto in uno spazio del genere prima di cominciare a tornare sui propri passi. Presto, troppo presto, si ritrovò a fissare un carrozzone senza finestre dipinto di viola sbiadito, circondato da carri delle masserizie con copertura di tela e in vista delle linee dei cavalli a sud. I carretti del letame non erano usciti quella mattina e il lezzo era forte. Il vento portava con sé anche un penetrante odore dalle gabbie degli animali più vicine, un puzzo muschiato di enormi felini, orsi e solo la Luce sapeva cos’altro. Oltre i carri delle masserizie e i picchetti, una sezione della parete di tela era caduta e un’altra iniziava a tremare mentre gli uomini allentavano le funi di sicurezza che reggevano i pali. Il sole, ora seminascosto da nubi scure, era a metà o più del suo percorso fino allo zenit, ma era comunque troppo presto.