Le vite dei più eccellenti pittori, scultori e architetti: 9 (Classici) (Italian Edition)
- Автор: Вазари Джорджо
- Язык: итальянский
- Жанр: Картины, альбомы, иллюстрированные каталоги
Электронная книга - «Le vite dei più eccellenti pittori, scultori e architetti: 9 (Classici) (Italian Edition)». Краткое содержание книги:
Ebbe Giangirolamo, oltre al gran giudizio di conoscere la qualità de' siti, molta industria in sapergli rappresentare con disegni e modelli di rilievo, onde faceva vedere ai suoi signori insino alle menomissime cose delle sue fortificazioni in bellissimi modelli di legname che facea fare, la qual diligenza piaceva loro infinitamente, vedendo essi, senza partirsi di Vinezia, giornalmente come le cose passavano ne' più lontani luoghi di quello stato; et a fine che meglio fussero veduti da ognuno, gli tenevano nel palazzo del principe in luogo dove que' signori potevano vedergli a lor posta. E perché così andasse Giangirolamo seguitando di fare, non pure gli rifacevano le spese fatte in condurre detti modelli, ma anco molte altre cortesie.
Potette esso Giangirolamo andare a servire molti signori con grosse provisioni, ma non volle mai partirsi dai suo' signori viniziani, anzi, per consiglio del padre e del zio tolse moglie in Verona una nobile giovanetta de' Fracastori con animo di sempre starsi in quelle parti, ma non essendo anco con la sua amata sposa, chiamata madonna Ortensia, dimorato se non pochi giorni, fu dai suoi signori chiamato a Vinezia e di lì con molta fretta mandato in Cipri a vedere tutti i luoghi di quell'isola, con dar commessione a tutti gli ufficiali che lo provedessino di quanto gli facesse bisogno in ogni cosa. Arivato dunque Giangirolamo in quell'isola, in tre mesi la girò e vide tutta diligentemente, mettendo ogni cosa in disegno e scrittura per potere di tutto dar ragguaglio a' suoi signori. Ma mentre che attendeva con troppa cura e sollecitudine al suo ufficio, tenendo poco conto della sua vita negl'ardentissimi caldi che allora erano in quell'isola, infermò d'una febre pestilente che in sei giorni gli levò la vita, se bene dissero alcuni che egli era stato avelenato; ma comunche si fusse, morì contento, essendo ne' servigi de' suoi signori et adoperato in cose importanti da loro, che più avevano creduto alla sua fede e professione di fortificare che a quella di qualunche altro. Subito che fu amalato, conoscendosi mortale, diede tutti i disegni e scritti che avea fatto delle cose di quell'isola in mano di Luigi Brugnuoli suo cognato et architetto, che allora attendeva alla fortificazione di Famagosta, che è la chiave di quel regno, acciò gli portasse a' suoi signori. Arivata in Vinezia la nuova della morte di Giangirolamo non fu niuno di quel senato che non sentisse incredibile dolore della perdita d'un sì fatt'uomo e tanto affezionato a quella repubblica.
Morì Giangirolamo di età di 45 anni et ebbe onorata sepoltura in S. Niccolò di Famagosta dal detto suo cognato, il quale poi tornato a Vinezia presentando i disegni e scritti di Giangirolamo, il che fatto fu mandato a dar compimento alla fortificazione di Legnago, là dove era stato molti anni ad essequire i disegni e modelli del suo zio Michele. Nel qual luogo non andò molto che si morì, lasciando due figliuoli che sono assai valenti uomini nel disegno e nella pratica d'architettura; con ciò sia che Bernardino, il maggiore, ha ora molte imprese alle mani, come la fabrica del campanile del Duomo e di quello di San Giorgio; la Madonna detta di Campagna, nelle quali et altre opere che fa in Verona et altrove riesce eccellente, e massimamente nell'ornamento e cappella maggiore di S. Giorgio di Verona, la quale è d'ordine composito e tale che per grandezza, disegno e lavoro affermano i veronesi non credere che si truovi altra a questa pari in Italia; quest'opera dico, la quale va girando secondo che fa la nicchia, è d'ordine corinzio con capitelli composti, colonne doppie di tutto rilievo e con i suoi pilastri dietro; similmente il frontespizio, che la ricuopre tutta, gira anch'egli con gran maestria secondo che fa la nicchia et ha tutti gl'ornamenti che cape quell'ordine, onde monsignor Barbaro, eletto patriarca d'Aquileia, uomo di queste professioni intendentissimo e che n'ha scritto, nel ritornare dal Concilio di Trento, vide non senza maraviglia quello che di quell'opera era fatto e quello che giornalmente si lavorava; et avendola più volte considerata, ebbe a dire non aver mai veduta simile e non potersi far meglio. E questo basti per saggio di quello che si può dall'ingegno di Bernardino, nato per madre de' San Micheli, sperare.
Ma per tornare a Michele, da cui ci partimo non senza cagione poco fa, gl'arrecò tanto dolore la morte di Giangirolamo, in cui vide mancare la casa de' San Micheli, non essendo del nipote rimasi figliuoli, ancor che si sforzasse di vincerlo e ricoprirlo, che in pochi giorni fu da una maligna febre ucciso, con incredibile dolore della patria e de' suoi illustrissimi signori. Morì Michele l'anno 1559 e fu sepolto in San Tommaso de' frati carmelitani, dove è la sepoltura antica de' suoi maggiori; et oggi Messer Niccolò San Michele medico ha messo mano a fargli un sepolcro onorato, che si va tuttavia mettendo in opera. Fu Michele di costumatissima vita et in tutte le sue cose molto onorevole; fu persona allegra, ma però mescolato col grave; fu timorato di Dio e molto religioso, in tanto che non si sarebbe mai messo a fare la mattina alcuna cosa, che prima non avesse udito messa divotamente e fatte sue orazioni. E nel principio dell'imprese d'importanza faceva sempre la mattina innanzi ad ogni altra cosa cantar solennemente la messa dello Spirito Santo o della Madonna; fu liberalissimo e tanto cortese con gli amici, che così erano eglino delle cose di lui signori, come egli stesso. Né tacerò qui un segno della sua lealissima bontà, il quale credo che pochi altri sappiano, fuor che io. Quando Giorgio Vasari, del quale, come si è detto, fu amicissimo, partì ultimamente da lui in Vinezia, gli disse Michele: "Io voglio che voi sappiate, Messer Giorgio, che quando io stetti in mia giovanezza a Monte Fiascone, essendo innamorato della moglie d'uno scarpellino, come volle la sorte ebbi da lei cortesemente, senza che mai niuno da me lo risapesse, tutto quello che io desiderava. Ora, avendo io inteso che quella povera donna è rimasa vedova e con una figliuola da marito, la quale dice avere di me conceputa, voglio, ancor che possa agevolmente essere che ciò, come io credo, non sia vero, portatele questi cinquanta scudi d'oro e dategliele da mia parte per amor di Dio, acciò possa aiutarsi et accomodare secondo il grado suo la figliuola". Andando dunque Giorgio a Roma, giunto in Monte Fiascone, ancor che la buona donna gli confessasse liberamente quella sua putta non essere figliuola di Michele, ad ogni modo, sì come egli avea commesso, gli pagò i detti danari, che a quella povera femina furono così grati come ad un altro sarebbono stati cinquecento. Fu dunque Michele cortese sopra quanti uomini furono mai, con ciò fusse che non sì tosto sapeva il bisogno e desiderio degl'amici, che cercava di compiacergli se avesse dovuto spendere la vita; né mai alcuno gli fece servizio che non ne fusse in molti doppii ristorato. Avendogli fatto Giorgio Vasari in Vinezia un disegno grande con quella diligenza che seppe maggiore, nel quale si vedeva il superbissimo Lucifero con i suo' seguaci vinti dall'Angelo Michele piovere rovinosamente di cielo in un orribile inferno, non fece altro per allora che ringraziarne Giorgio quando prese licenza da lui; ma non molti giorni dopo, tornando Giorgio in Arezzo, trovò il San Michele aver molto innanzi mandato a sua madre, che si stava in Arezzo, una soma di robe così belle et onorate come se fusse stato un ricchissimo signore, e con una lettera nella quale molto l'onorava per amore del figliuolo. Gli volleno molte volte i signori viniziani accrescere la provisione et egli ciò ricusando, pregava sempre che in suo cambio l'accrescessero ai nipoti. Insomma fu Michele in tutte le sue azzioni tanto gentile, cortese et amorevole, che meritò essere amato da infiniti signori: dal cardinal de' Medici, che fu papa Clemente Settimo, mentre che stette a Roma, dal cardinale Alessandro Farnese, che fu Paulo Terzo, dal divino Michelagnolo Buonarroti, dal signor Francesco Maria duca d'Urbino, e da infiniti gentiluomini e senatori viniziani. In Verona fu suo amicissimo fra' Marco de' Medici, uomo di letteratura e bontà infinita, e molti altri de' quali non accade al presente far menzione.