L'arte della magia [Equal Rites - it]
- Автор: Пратчетт Теренс Дэвид Джон
- Серия: Mondo disco #3
- Год: 1991
- Язык: итальянский
- Год: Mondadori
- ISBN: 88-04-35085-7
- Переводчик: Natalia Callori
- Жанр: Фэнтези
Электронная книга - «L'arte della magia [Equal Rites - it]». Краткое содержание книги:
Così, ne conseguiva che certi scritti cercavano di trasformarsi in cose. A questo punto, i pensieri di Esk si facevano confusi. Ma era certa che le parole realmente magiche erano quelle che battevano con forza nel tentativo di sfuggire e diventare reali.
Il loro aspetto non era precisamente gradevole.
Ma poi si ricordò del giorno precedente.
Era successo un fatto piuttosto strano. Le classi dell’Università erano state progettate a forma d’imbuto: le file dei sedili (resi lucidi dai deretani dei più grandi maghi del Disco) guardavano giù a una zona centrale dove c’erano un banco da lavoro, un paio di lavagne e sul pavimento uno spazio abbastanza grande da contenere un ottogramma educativo di buone proporzioni. Lo spazio, sotto le fila dei sedili, era vuoto ed Esk lo aveva trovato un eccellente posto di osservazione, dal quale poteva guardare l’insegnante sbirciando attraverso le calzature a punta degli apprendisti maghi. Stare lì era molto riposante, mentre su di lei aleggiava la voce monotona dei conferenzieri, simile al ronzio delle api leggermente ebbre nello speciale giardino delle erbe della Nonnina. Non si svolgeva mai un esercizio di magia pratica, ma sempre soltanto parole. Pareva che ai maghi le parole piacessero molto.
Ma il giorno prima era stato differente. Esk sedeva nella semioscurità polverosa e si sforzava di fare almeno una magia molto semplice. In quel momento aveva udito la porta aprirsi e un rumore di passi sul pavimento. Già questo era sorprendente. Esk conosceva gli orari e gli studenti del Secondo Anno, che normalmente occupavano quella stanza, si trovavano giù in palestra con Jeophal il Vivace per il corso di Smaterializzazione per Principianti. (Gli studenti di magia non praticavano gli esercizi fisici; la palestra era un vasto locale, dalle pareti foderate di piombo e il pavimento di legno di sorbo selvatico, dove i neofiti potevano applicarsi alla Grande magia senza sbilanciare gravemente l’equilibrio dell’universo, anche se talvolta sbilanciavano gravemente il loro. La magia non aveva pietà degli inetti. Certi studenti imbranati erano abbastanza fortunati da uscire con le proprie gambe, altri erano portati via in bottiglia).
Esk sbirciò tra le assicelle. Non erano studenti, erano maghi. Assai importanti, a giudicare dalle loro vesti. E non c’era da sbagliarsi sulla figura che salì sul palco del conferenziere: somigliante a una marionetta dai fili troppo lenti aveva urtato pesantemente contro il leggio e se ne era scusato con aria assente. Era Simon. Nessun altro aveva occhi come due uova alla coque e un naso rosso a forza di soffiarsi. Su Simon il polline aveva sempre un effetto devastante.
Alla bambina venne fatto di pensare che, senza la sua generale allergia all’intera Creazione, con un buon taglio di capelli e qualche lezione di portamento, lui sarebbe potuto essere un gran bel ragazzo. Un pensiero insolito, che mise da parte per rifletterci su in futuro.
Quando i maghi si furono sistemati, Simon cominciò a parlare. Leggeva degli appunti e, ogni volta che s’inceppava su una parola, come un sol uomo, incapaci di trattenersi, i maghi la pronunciavano in coro per lui.
Dopo un po’, dal leggio si alzò un gessetto che prese a scrivere sulla lavagna alle sue spalle. Esk ne sapeva abbastanza sull’arte dei maghi per rendersi conto che quella era un’impresa eccezionale. Simon si trovava all’Università soltanto da due settimane e la maggior parte degli studenti non padroneggiavano la tecnica della Levitazione Leggera nemmeno al termine del loro secondo anno.
Il gessetto bianco scivolava e scricchiolava sulla superficie nera con l’accompagnamento della voce di Simon. Anche tenuto conto della balbuzie, lui non era un buon parlatore. Lasciava cadere gli appunti. Si correggeva. Intercalava di continuo con "uhm" e "ah". E, almeno per Esk, non diceva un granché. Le frasi filtravano fino al suo nascondiglio. Una era "il tessuto basilare dell’universo" e lei non capiva che cosa significava. A meno che lui volesse dire "denim" o forse "flanella". Quanto alla "mutabilità della matrice della possibilità", non le riusciva nemmeno di fare una congettura qualsiasi.
Certe volte sembrava affermare che nulla esisteva se non nel pensiero delle persone. E che se il mondo era lì, ciò era dovuto al fatto che la gente continuava a immaginarlo. Poi, però, pareva dicesse che c’erano tanti altri mondi, tutti quasi uguali e occupanti lo stesso luogo. Ma tutti separati dallo spessore di un’ombra di modo che, qualsiasi cosa accadesse, avrebbe avuto un qualche luogo dove accadere.
(Questo era comprensibile per Esk. Ne aveva avuto un mezzo sospetto da quando puliva il gabinetto dei maghi anziani. O piuttosto quando lo faceva la verga, mentre lei esaminava gli orinatoi. E, con l’aiuto di certi dettagli vagamente ricordati dei fratelli nella tinozza di stagno davanti al caminetto a casa, formulava la sua Teoria Generale sull’anatomia comparata. Il bagno dei maghi anziani era un luogo magico, con vera acqua corrente, belle piastrelle e, soprattutto, due grandi specchi d’argento fissati sulle pareti opposte. Così, guardandosi dentro uno, era possibile vedersi ripetuti ancora e ancora finché l’immagine diventava troppo piccola per scorgerla. Per Esk era stato quello il suo primo approccio all’idea dell’infinito. Per la precisione, aveva il sospetto che una delle Esk riflesse nell’ultima delle immagini, le facesse dei cenni di saluto).
C’era qualcosa d’inquietante nelle frasi dette da Simon. Sembrava ripetere, per la metà del tempo, che il mondo era reale come una bolla di sapone. O un sogno.
Il gesso continuava a scricchiolare sulla lavagna alle sue spalle. A volte Simon doveva fermarsi per spiegare i simboli ai maghi i quali, secondo la bambina, si eccitavano per delle frasi molto stupide. Poi il gessetto si rimetteva in movimento e descriveva sulla superficie nera un arco come una cometa, lasciandosi dietro una scia di polvere.
Fuori, la luce si spegneva nel cielo. Mano a mano che la stanza si faceva più buia, le parole tracciate col gesso rilucevano ed Esk aveva l’impressione che la lavagna non fosse scura. Ma che semplicemente non ci fosse affatto. Che fosse soltanto un buco quadrato tagliato nel mondo.
Simon continuava a parlare. Diceva che il mondo era fatto di cose infinitesimali, la cui presenza era solo determinata dal fatto che non erano lì, piccole sfere rotanti di nulla, messe insieme dalla magia per creare stelle farfalle diamanti. Tutto era fatto di vuoto.
Il buffo era che per lui questo era affascinante.
Esk era conscia che le pareti della stanza si facevano sottili e inconsistenti come il fumo, come se il vuoto che era in loro si estendesse per inghiottire qualsiasi cosa fosse che le definiva come pareti. E al loro posto non ci fosse altro che la familiare distesa, fredda vuota scintillante, con le lontane colline. E le creature, immobili come statue, che guardavano giù.
Adesso erano molto più numerose. Come le falene che si accalcano intorno a una luce.
Con una importante differenza. Anche vista da vicino, la faccia di una falena era affabile come quella di un coniglietto, paragonata agli esseri che osservavano Simon.
Poi entrò un servo ad accendere le lampade e le creature si dileguarono per lasciare il posto alle ombre perfettamente innocue in agguato negli angoli della stanza.
In un’epoca del recente passato qualcuno aveva deciso di ravvivare gli antichi corridoi dell’Università dipingendoli, spinto dalla vaga nozione che l’Istruzione Dovrebbe Essere Divertente. Non aveva funzionato. Nell’intero universo è un fatto risaputo che, per quanto i colori siano scelti con cura, la tinteggiatura istituzionale finisce per essere o verde vomito, marrone innominabile, giallo nicotina oppure rosa acceso da strumento chirurgico. Per un processo di affinità poco conosciuto, i corridoi dipinti in quei colori odorano sempre leggermente di cavolo bollito… anche se il cavolo non viene mai cucinato nelle vicinanze.