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Agonia della Terra [City at World's End - it]

Электронная книга - «Agonia della Terra [City at World's End - it]». Краткое содержание книги:

Una bomba superatomica viene lanciata, da una nazione sconociuta, su una piccola città americana dove si cela un centro per le ricerche atomiche. L’esplosione ha per effetto di rompere la continuità del tempo e sbalestrare la piccola città, intatta, in un’epoca dell’avvenire, a milioni di anni nel futuro, in una Terra morente e arida, inabitabile e deserta. La Federazione delle Stelle, che governa tutti i mondi del futuro, interviene per evacuare la popolazione della città su un altro pianeta. Ma la popolazione si ribella, e, con l’aiuto di uno scienziato del futuro, alla Terra morente viene iniettata una potente carica atomica che ha la virtù di riscaldarla nuovamente. Gli ultimi superstiti rimangono quindi sulla Terra rinata e la vita degli abitanti della piccola città può riprendere il suo corso normale, nella eterna storia dell’Universo.
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Vide un vasto paesaggio, i cui colori dominanti erano del tutto dissimili da quelli della Terra. Alte montagne aspre, di una roccia nero-rossastra, si elevavano al di là di vaste pia­nure azzurre. Poi la nave spaziale passò come un lampo so­pra una grande distesa di un giallo vivissimo... un oceano dorato che rifletteva in modo accecante la luce brillante di Vega. E infine, una città! Una città torreggiante, grande co­me un continente che, anche se veduta dalla stratosfera, ba­stava da sola a mozzare il respiro a Kenniston. Accanto a quella città c’era un enorme spazioporto per le navi spaziali, e il Thanis vi stava calando, districandosi abilmente nel traf­fico intenso delle altre navi spaziali in arrivo e in partenza. Poi, con una leggerissima vibrazione, la nave spaziale si ar­restò.

Vega Quattro! Vi era giunto, finalmente! E non poteva cre­dere a se stesso, nemmeno ora!

Gorr Holl gli slacciò le cinghie che lo avevano tenuto lega­to durante la decelerazione dell’atterraggio su Vega. Il grosso umanoide era teso e preoccupato quanto Kenniston.

«Jon Arnol dovrebbe essere qui ad attenderci» disse ra­pidamente. «Le sue officine sono sull’altra faccia di questo pianeta. Vieni, Kenniston.»

Jon Arnol? Kenniston si era quasi dimenticato di lui, nella tensione di quello strano arrivo. Nel fascino conturbante di quell’evento, gli riusciva difficile raccapezzarsi persino delle ragioni di quel viaggio.

Scese con Gorr Holl nell’ampio vestibolo dello spaziopor­to. Una strana luce solare azzurra scintillava sul pavimento metallico. Un’aria strana, carica di lievi profumi sconosciuti, gli giungeva alle narici.

Lund e Varn Allan erano già nel vestibolo, e la donna gli disse: «Sarete alloggiato al Centro del Governo. Posso ac­compagnarvi là.»

Gorr Holl, che guardava un uomo magro e scuro che si avvicinava a passi rapidi verso di loro, intervenne: «No, non vi disturbate. Accompagneremo noi Kenniston al suo alloggio.»

L’uomo magro e scuro si era nel frattempo avvicinato. Ave­va forse dieci anni più di Kenniston, ma aveva un viso sciu­pato e gli occhi da sognatore, e le mani incerte di un uomo in stato di grande eccitazione.

Varn Allan appuntò lo sguardo su di lui, e disse: «Ora ca­pisco! Jon Arnol, era questo che avevate in mente, Gorr Holl. Ma non riuscirete.»

«Forse riusciremo, questa volta» borbottò Gorr Holl.

Norden Lund, dopo aver osservato Arnol mentre entrava, rise e senza dire una parola se ne andò. Varn Allan si sof­fermò un istante, come se volesse dire qualche cosa a Kenni­ston, ma non lo fece. Disse invece: «Allora siete voi respon­sabile per la sua comparsa, domani, alla seduta, Gorr.» E si allontanò.

Kenniston, guardandola mentre se ne andava, avrebbe de­siderato che gli avesse parlato. Avrebbe anche desiderato che Lund non avesse riso così beffardamente. Era già abbastan­za preoccupato.

Arnol li aveva raggiunti e salutava Lal’lor come un vecchio amico, sorridendo anche a Magro e a Gorr Holl.

Il suo sorriso, i suoi movimenti erano bruschi, come se i nervi tesi del suo corpo agissero indipendentemente dal cer­vello.

«Credo che abbiamo una buona occasione, questa volta, Lal’lor!» diceva intanto, con voce rapida. «Sia ringraziato il Cielo! La questione della Terra può essere proprio ciò che attendevamo, l’occasione per far loro accettare il mio proce­dimento, piaccia o no! È proprio un colpo di fortuna!»

«Questi è Kenniston, della Terra» gli disse Gorr Holl.

Jon Arnol parve un poco turbato e confuso, mentre si ri­volgeva a Kenniston.

«Mi spiace di essermi dimostrato un poco egoista. So che avete anche voi il vostro terribile problema. Ma se sape­ste quanto ho sudato, atteso e sperato! Sono uno scienziato, null’altro ha importanza per me, e ho visto il lavoro e gli sfor­zi di tutta la mia vita sciupati dalla politica...»

Gorr Holl lo interruppe.

«Questo non è il posto adatto, per discorrere. Andiamo al Centro del Governo. Potremo parlarne nell’alloggio di Kenniston, e abbiamo molto da dirci, prima di domani!»

Kenniston si avviò con loro e, per un momento, tutti i pro­blemi della Terra gli parvero incredibilmente lontani.

Stava su un mondo sconosciuto, sotto un sole sconosciu­to, e tutt’attorno a lui fremeva la vita intensa dello spaziopor­to, dove giungevano e partivano per mondi ignoti le grandi astronavi. Qui, più che nello spazio, aveva la chiara percezio­ne di quei contatti che si svolgevano coi soli più lontani, la realtà di quelle scintillanti vie attraverso le nebulose, verso i numeri infiniti di porti di infiniti mondi senza nome. Un sen­timento di meraviglia e di orgoglio sorgeva in lui, al pensiero che uomini provenienti dalla Terra avessero raggiunto tali mete.

Il ronzio delle grandi navi spaziali faceva vibrare il suolo all’intorno, le potenti forze atomiche allestivano le grandi piastre metalliche per le corazze, le nere chiglie si levavano maestose contro il cielo. Kenniston non si sarebbe mai stan­cato di guardare se Gorr Holl, presolo per un braccio, non lo avesse condotto con sé.

Jon Arnol aveva una vettura ad attenderlo, un veicolo che non assomigliava affatto a quanti Kenniston avesse mai visto eccetto per il fatto che correva veloce rasente al suolo. Il suo percorso sembrava automaticamente controllato nell’incre­dibile traffico delle strade, delle rampe, dei ponti sospesi che collegavano la città come una tela di ragno. Partirono veloci, ma non tanto veloci che egli non potesse guardare.

Guardando quella città, Kenniston si sentiva come un barbaro venuto dal deserto a Babilonia. Era più una nazio­ne che una città, troppo vasta, troppo enorme, per poterla comprendere. Già l’oscurità si addensava, ma le vie profon­de erano tutte illuminate di una luce brillante e il traffico proseguiva dovunque, come grandi fiumi in piena. E men­tre la vettura procedeva rapida, i suoi compagni, per nulla impressionati da quello spettacolo, continuavano a parlare animatamente del domani, della seduta, della grande occa­sione.

Kenniston guardava le strade affollate e lucenti, quelle migliaia di sconosciuti che le percorrevano, e pensava atto­nito che quello era il centro della Galassia, la capitale di mi­gliaia e migliaia di mondi. Uomini, donne e umanoidi, abiti di seta ed epidermidi pelose, spalle ricoperte di ali, voci umane e non umane, musiche sconosciute che lo snervava­no, palpiti di macchine nascoste, e, al di sopra di tutto, il ron­zio profondo di altre navi spaziali, innumerevoli, che calava­no dal cielo oscuro.

Come da una distanza remota, udì Gorr Holl che gli parla­va, indicandogli un gruppo di edifici titanici che sorgevano, come una bianca cordigliera, con le cime che si perdevano nel cielo. Con la mente confusa, capì che quello era il Centro del Governo, il posto al quale erano diretti, il posto dove, fra poco, si sarebbe trovato di fronte a quegli stranieri delle stel­le per parlare loro della sua lontanissima Terra.

17

Il giudizio delle Stelle

Kenniston strinse spasmodicamente i pugni sotto la tavola di lucente materia plastica, come per aggrapparsi a una realtà.

“Questo è vero, tutto questo è vero” diceva a se stesso, con­vulsamente. “Tutto questo sta proprio accadendo, e io non sono un pazzo. Io sono proprio John Kenniston. Solo poche settimane or sono mi trovavo a New York. Ora mi trovo in un posto che si chiama Centro di Vega. Sono sempre io, sono John Kenniston. Solo il mondo è cambiato. Ma è sempre realtà.”

Ma sapeva che non era così. Sapeva che quel Centro di Ve­ga e il vastissimo anfiteatro di marmo nel quale sedeva, era­no solo le ombre di un incubo spaventoso dal quale non riu­sciva a svegliarsi.

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