Il cerchio del male [Þriðja táknið - it]
- Автор: Сигурдардоттир Ирса
- Серия: Thora Gudmundsdottir #1
- Год: 2006
- Язык: итальянский
- Год: Sperling & Kupfer
- ISBN: 9788820041724
- Переводчик: Paolo Maria Turchi
- Жанр: Криминальные детективы
Электронная книга - «Il cerchio del male [Þriðja táknið - it]». Краткое содержание книги:
Briet fece un sorriso tirato. «No, probabilmente no. Comunque mi è sembrato contento di poter stare con te.»
«Oh, non farla lunga. Questo non ha niente a che vedere con l’amore. Tu sei il tipo di ragazza che fa innamorare gli uomini. Io invece… come dire… sono brava a letto!» Marta si alzò e guardò la sua amica con sussiego. «E sai perché?» Nessuna risposta. «Io vivo per il piacere temporaneo. Potresti provarci anche tu. Smettila di cercare la salvezza dell’anima. Goditi piuttosto la vita.»
Briet si girò per prendere la sua borsetta. A quelle parole non poteva e non sapeva rispondere. Lei aveva preso parte a tutte le trovate del loro circolo, solamente a pensarci arrossiva. Non era quello un godersi la vita? Aveva in qualche modo dato a intendere che voleva salvarsi l’anima? Prima di uscire dal locale, si consolò del fatto che i ragazzi si innamoravano piuttosto di lei che di Marta. Ma perché lei ora, in quella situazione così complicata, aveva voluto umiliarla con quel confronto assurdo? Marta era una sorta di alter ego al femminile di Halldor. Quanto a lui, Briet non voleva affatto andare a finire in galera. No, grazie! Al diavolo Halldor, tanto lo avrebbe potuto riacciuffare più tardi.
La ragazza raddrizzò la schiena facendo sporgere ancor più il seno prosperoso. Quando si diressero verso l’uscita provò un senso di beatitudine nel vedere che i tre uomini in giacca e cravatta seduti vicino alla finestra si misero a mangiarsela con gli occhi. Solo lei e non Marta. Beh, spesso le piccole vittorie sono le più dolci.
15
«Niente», disse Thora guardando amareggiata prima lo schermo, poi Matthew. Dopo la visita a Hugi erano passati dallo studio legale per vedere se le fosse pervenuto qualche messaggio elettronico da parte del misterioso «Mal».
Matthew allargò le braccia. «Chissà? Forse non arriverà mai una risposta.»
L’avvocatessa trovava difficile arrendersi subito come lui. «Forse invece troveremo nuove informazioni su Mal nel computer di Harald.»
L’uomo corrugò la fronte. «Vuoi dirmi che tu conservi informazioni sui tuoi amici nel computer?»
«No, intendevo dire l’elenco dei corrispondenti più assidui, che di solito si tiene in memoria.»
«So benissimo di che elenco stai parlando. Pensi che Harald ne tenesse uno del genere? Beh, non si sa mai…»
Thora si voltò di nuovo verso lo schermo. «Che ne dici di chiamare subito la polizia per chiederle di restituirci il computer di Harald?» Guardando l’orologio dello schermo, proseguì: «Non sono che le due, l’ufficio investigativo dovrebbe essere ancora aperto». La lettera con la richiesta di consegna delle pratiche del caso non c’era sulla scrivania di Bella quella mattina, il che poteva significare che era stata imbucata il giorno prima. Forse era già arrivata al destinatario, ma la richiesta era probabilmente ancora da sbrigare. La cosa più opportuna sarebbe stata attendere un paio di giorni e poi telefonare per prendere due piccioni con una fava, cioè il computer e le pratiche del caso. Ma Thora, vinta dall’impazienza, optò per la decisione meno sensata. Anche perché le sembrava necessario farlo, per come stavano le cose. Avevano già trovato i numeri di cellulare degli amici di Harald e avevano contattato Marta Mist, Briet e Brjann, ma nessuno di loro aveva voluto parlarle (la reazione di Briet aveva avuto un che di isterico), rammentandole che avevano già reso la loro testimonianza alla polizia. Così ora Thora e Matthew erano a un punto morto. «Telefona», insisté lei.
Matthew accondiscese e venne a sapere che potevano andare a prendere il computer quando volevano. Li avrebbe ricevuti l’ispettore Markus Helgason.
Alla stazione di polizia Markus salutò Thora in islandese, poi si rivolse a Matthew in inglese, con un forte accento nordico: «Noi ci siamo già incontrati due volte, prima durante la perquisizione dell’appartamento di Harald e poi quando venne a incontrare l’ispettore Arni Bjarnason». L’uomo sorrise impacciato. «Siccome non è che voi due vi foste trovati così d’accordo, è stato deciso che ora vi riceva io. Spero che non abbiate niente in contrario.»
L’ispettore era giovane e indossava una camicia celeste chiaro e pantaloni neri. Era abbastanza basso, ma d’altronde ormai da tempo erano stati abbandonati i prerequisiti di altezza minima per poter entrare nelle forze dell’ordine. Markus aveva un viso normalissimo, né bello né brutto, i capelli chiari e occhi grigi che non attiravano l’attenzione. Ma il suo aspetto banale si trasformava quando lui sorrideva, mostrando una dentatura perfetta.
Matthew e Thora lo rassicurarono che a loro non importava nulla incontrare Bjarnason, e l’ispettore riprese la parola risollevato. «Vorrei che facessimo un discorsetto insieme, se possibile. Da quello che ci hanno detto, voi state investigando privatamente sulle circostanze dell’omicidio; dato che la nostra indagine non si è ancora conclusa, mi pare giusto che ci teniamo al corrente a vicenda degli sviluppi». Dopo un momento di titubanza, continuò impacciato: «Stanno ancora mettendo il computer in uno scatolone, assieme ad alcuni documenti che ci rimanevano da consegnare. Dovreste comunque attendere un po’. Potremmo accomodarci nel mio ufficio».
Thora guardò Matthew di sottecchi e con un rapido movimento delle spalle gli fece intendere di non avere niente in contrario. Sapeva bene che il computer e lo scatolone non erano altro che un pretesto bell’e buono. Un mutilato avrebbe potuto sbrigare l’inscatolamento in meno di tre minuti. Comunque sorrise per formalità e rispose che per lei andava benissimo. L’ispettore tirò un sospiro di sollievo e li fece accomodare nel suo stanzino.
Lì dentro non c’era niente di personale all’infuori di una tazza da latte con lo stemma del Manchester United. L’ispettore invitò i due ad accomodarsi e attese che lo facessero per sedersi a sua volta. Nessuno nel frattempo diceva niente e il silenzio stava diventando molto imbarazzante.
«Allora, che mi dite di bello?» disse infine Markus con falso brio. I due sorrisero soltanto, senza rispondere. Thora voleva che fosse lui a dare avvio alla conversazione, e le labbra serrate di Matthew facevano intendere la stessa idea. Il poliziotto arrivò subito al dunque. «Ci hanno comunicato della vostra visita al penitenziario di Litla-Hraun stamattina e dell’incontro con Hugi.»
«Sì, è vero», confermò Thora laconica.
«Appunto», riprese l’ispettore. «Che ne avete ricavato? Capirete che si tratta di una trovata stravagante, quella di qualificarsi da una parte come rappresentanti della famiglia della vittima, come fate con noi, e al contempo come assistenti del sospettato numero uno, come mi risulta abbiate fatto questa mattina presentandovi al carcere.»
Thora guardò Matthew, che le fece un gesto con la mano per indicare che poteva rispondere lei. «Diciamo che in una situazione così strampalata e poco ortodossa dobbiamo agire con metodi idonei e adeguati. Ciò nonostante è chiaro che stiamo lavorando soprattutto e principalmente per la famiglia di Harald e che gli interessi di Hugi si incrociano semplicemente con quelli dei nostri clienti.» Thora fece una breve pausa per permettere all’ispettore di sollevare delle obiezioni, ma lui non lo fece. «Non siamo affatto convinti della sua colpevolezza. E a dire il vero il nostro colloquio di stamattina non ha fatto che consolidare e corroborare la nostra teoria.»
L’ispettore fece un’aria stupita. «Devo ammettere di non comprendere la vostra certezza in questo caso. Tutto ciò che la nostra indagine ha portato alla luce fa pensare al contrario.»
«Ci sono, a nostro parere, troppi quesiti senza risposta. Non le sembra un motivo ragionevole per farsi sorgere dei dubbi?» ribatté Thora.
«Lei ha perfettamente ragione, ma, come ho detto, le nostre indagini non sono ancora concluse. Comunque mi meraviglierei se all’improvviso saltasse fuori qualcosa contro la nostra teoria che ad assassinare Harald sia stato Hugi Thorisson.» Alzata la mano sinistra, si mise a contarne le dita. «Primo, si trovava con il morto poco prima dell’omicidio. Secondo, il sangue di Harald è stato rinvenuto sui vestiti che Thorisson indossava la sera in questione. Terzo, abbiamo rinvenuto una maglietta, nascosta nel suo armadio, che era stata usata per pulire una grande quantità di sangue, anch’esso risultato della vittima. Quarto, faceva parte di quella combriccola di maghi da strapazzo e conosceva di conseguenza le rune magiche, come quella incisa sul corpo della vittima. Quinto e ultimo, solamente nello stato in cui si trovava quella sera, imbottito com’era di sostanze allucinogene, avrebbe potuto avere il coraggio di togliere gli occhi al cadavere. Credetemi, nessuno in pieno possesso delle proprie facoltà mentali lo farebbe mai. Inoltre era uno spacciatore e stava preparando l’importazione di droga in grande stile. La vittima aveva denaro a sufficienza per finanziare una tale compravendita e guarda caso è scomparsa una grossa somma dai suoi conti in banca proprio pochi giorni prima del delitto. Senza traccia. Questo non avviene quando si tratta di commercio tradizionale. Comunque stiamo facendo il possibile per sapere che fine abbia fatto quel denaro.» L’ispettore si guardò le mani. Con la destra stringeva ora tutte le dita della sinistra. «Posso giurarlo, spesso bastano persino meno indizi per incriminare una persona sospetta. L’unica cosa che ci manca è la confessione dell’indiziato, e ammetto che il più delle volte, in occasioni come queste, sarebbe già dovuta essere spuntata da un pezzo.»