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Le vite dei più eccellenti pittori, scultori e architetti: 9 (Classici) (Italian Edition)

Электронная книга - «Le vite dei più eccellenti pittori, scultori e architetti: 9 (Classici) (Italian Edition)». Краткое содержание книги:

Nel 1550 presso l'editore Torrentino a Firenze uscì la prima edizione delle Vite de' più eccellenti architetti, pittori e scultori italiani da Cimabue insino a' tempi nostri di Giorgio Vasari. Quest'opera, di vastissime dimensioni, costituisce ancora oggi un documento di fondamentale importanza per la storia dell'arte italiana dal Tre al Cinquecento. Servendosi del modello umanistico delle vite degli uomini illustri, Vasari si propone di mantenere viva la memoria delle opere d'arte, rimediando con la parola scritta alla loro inevitabile deperibilità fisica inventando un nuovo genere letterario, quello delle biografie di artisti. Le Vite costituiscono un ricchissimo catalogo di notizie, descrizioni, documenti degli artisti italiani, all'interno di una storia delle arti figurative ricostruita dall'autore con notevole coscienza critica.
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Dispiacque molto all'Operaio di Pisa la partita sua, ma molto più il rimanere quell'opera imperfetta, onde non restava di scrivergli ogni giorno che tornasse, né di domandarne la moglie d'esso Perino, la quale egli aveva lasciata in Pisa; ma veduto finalmente che questa era cosa lunghissima, non rispondendo o tornando, allogò la tavola di quella cappella a Giovann'Antonio Sogliani, che la finì e la mise al suo luogo. Ritornato non molto dopo Perino in Pisa, vedendo l'opera del Sogliano si sdegnò, né volle altrimenti seguitare quello che aveva cominciato, dicendo non volere che le sue pitture servissino per fare ornamento ad altri maestri. Laonde si rimase per lui imperfetta quell'opera, e Giovan Antonio la seguitò tanto che egli vi fece quattro tavole, le quali parendo poi a Sebastiano della Seta, nuovo Operaio, tutte in una medesima maniera e più tosto manco belle della prima, ne allogò a Domenico Beccafumi sanese, dopo la prova di certi quadri che egli fece intorno alla sagrestia che son molto belli, una tavola ch'egli fece in Pisa. La quale non sodisfacendoli come i quadri primi, ne fecero fare due ultime, che vi mancavano, a Giorgio Vasari aretino, le quali furono poste alle due porte accanto alle mura delle cantonate nella facciata dinanzi della chiesa. De le quali insieme con le altre molte opere grandi e piccole, sparse per Italia e fuora in più luoghi, non conviene che io parli altramenti, ma ne lascerò il giudizio libero a chi le ha vedute o vedrà. Dolse veramente quest'opera a Perino, avendo già fatti i disegni, che erano per riuscire cosa degna di lui e da far nominare quel tempio, oltre all'antichità sue, molto maggiormente, e da fare immortale Perino ancora.

Era a Perino nel suo dimorare tanti anni in Genova, ancora che egli ne cavasse utilità e piacere, venutagli a fastidio, ricordandosi di Roma nella felicità di Leone. E quantunque egli nella vita del cardinale Ippolito de' Medici avesse avuto lettere di servirlo e si fusse disposto a farlo, la morte di quel signore fu cagione che così presto egli non si rimpaniassi. Stando dunque le cose in questo termine e molti suoi amici procurando il suo ritorno, et egli infinitamente più di loro, andarono più lettere in volta, et in ultimo una mattina gli toccò il capriccio, e senza far motto partì di Pisa et a Roma si condusse. Dove fattosi conoscere al reverendissimo cardinale Farnese e poi a papa Paulo, sté molti mesi che egli non fece niente: prima, perché era trattenuto d'oggi in domane, e poi, perché gli venne male in un braccio, di sorte che egli spese parecchi centinaia di scudi, senza il disagio, inanzi che ne potesse guarire; per il che, non avendo chi lo trattenesse, fu tentato per la poca carità della corte partirsi molte volte; pure, il Molza e molti altri suoi amici lo confortavano ad aver pacienza, con dirgli che Roma non era più quella, e che ora ella vuole che un sia stracco et infastidito da lei innanzi ch'ella l'elegga et accarezzi per suo; e massimamente chi seguita l'orme di qualche bella virtù.

Comperò in questo tempo Messer Pietro de' Massimi una cappella alla Trinità, dipinta la volta e le lunette con ornamenti di stucco, e così la tavola a olio, da Giulio Romano e da Giovan Francesco suo cognato; per che, disideroso quel gentiluomo di farla finire, dove nelle lunette erano quattro istorie a fresco di Santa Maria Maddalena e nella tavola a olio un Cristo che appare a Maria Maddalena in forma d'ortolano, fece far prima un ornamento di legno dorato alla tavola, che n'aveva un povero di stucco, e poi allogò le facciate a Perino, il quale, fatto fare i ponti e la turata, mise mano e dopo molti mesi a fine la condusse. Fecevi uno spartimento di grottesche bizzarre e belle, parte di basso rilievo e parte dipinte, e ricinse due storiette non molto grandi con un ornamento di stucchi molto varii, in ciascuna facciata la sua; nell'una era la probatica piscina, con quegli rattratti e malati e l'Angelo che viene a commover l'acque, con le vedute di que' portici che scortono in prospettiva benissimo, e gl'andamenti e gl'abiti de' sacerdoti fatti con una grazia molto pronta, ancora che le figure non sieno molto grandi; nell'altra fece la resurressione di Lazero quatriduano, che si mostra, nel suo riaver la vita, molto ripieno della palidezza e paura della morte, et intorno a esso sono molti che lo sciolgono e pure assai che si maravigliano et altri che stupiscono; senzaché la storia è adorna d'alcuni tempietti che sfuggono nel loro allontanarsi, lavorati con grandissimo amore et il simile sono tutte le cose dattorno di stucco. Sonvi quattro storiettine minori, due per faccia, che mettono in mezzo quella grande; nelle quali sono: in una, quando il centurione dice a Cristo che liberi con una parola il figliuolo che muore; nell'altra, quando caccia i venditori del tempio; la Trasfigurazione et un'altra simile. Fecevi, ne' risalti de' pilastri di dentro, quattro figure in abito di Profeti che sono veramente nella lor bellezza quanto eglino possino essere di bontà e di proporzione ben fatti e finiti; et è similmente quell'opera condotta sì diligentemente, che più tosto alle cose miniate che dipinte, per la sua finezza, somiglia. Vedevisi una vaghezza di colorito molto viva et una gran piacenza usata in condurla, mostrando quel vero amore che si debbe avere all'arte. E questa opera dipinse egli tutta di sua man propria, ancor che gran parte di quegli stucchi facesse condurre co' suoi disegni a Guglielmo Milanese, stato già seco a Genova e molto amato da lui, avendogli già voluto dare la sua figliuola per donna. Oggi costui, per restaurar le anticaglie di casa Farnese, è fatto frate del Piombo in luogo di fra' Bastian Viniziano. Non tacerò che in questa cappella era in una faccia una bellissima sepoltura di marmo e sopra la cassa una femmina morta di marmo, stata eccellentemente lavorata dal Bologna scultore, e due putti ignudi dalle bande; nel volto della qual femina era il ritratto e l'effigie d'una famosissima cortigiana di Roma che lasciò quella memoria; la quale fu levata da que' frati che si facevano scrupolo che una sì fatta femmina fusse quivi stata riposta con tanto onore. Quest'opera, con molti disegni che egli fece, fu cagione che il reverendissimo cardinale Farnese gli cominciasse a dar provisione e servirsene in molte cose.

Fu fatto levare per ordine di papa Paolo un cammino ch'era nella camera del Fuoco e metterlo in quella della Segnatura, dove erano le spalliere di legno in prospettiva fatte di mano di fra' Giovanni intagliatore per papa Giulio, onde, avendo nell'una e nell'altra camera dipinto Raffaello da Urbino, bisognò rifare tutto il basamento alle storie della camera della Segnatura, che è quella dove è dipinto il monte Parnaso; per il che fu dipinto da Perino un ordine finto di marmo con termini varii e festoni, maschere et altri ornamenti, et in certi vani storie contrafatte di color di bronzo che per cose in fresco sono bellissime. Nelle storie era, come di sopra trattando i filosofi della filosofia, i teologi della teologia et i poeti del medesimo, tutti i fatti di coloro che erano stati periti in quelle professioni. Et ancora che egli non le conducesse tutte di sua mano, egli le ritoccava in secco di sorte, oltra il fare i cartoni del tutto finiti, che poco meno sono che s'elle fussino di sua mano. E ciò fece egli perché, sendo infermo d'un catarro, non poteva tanta fatica. Laonde, visto il Papa che egli meritava, e per l'età e per ogni cosa sendosi raccomandato, gli fece una provisione di ducati venticinque il mese che gli durò infino alla morte, con questo: che avesse cura di servire il palazzo e così casa Farnese.

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