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Le argentee teste d'uovo [The Silver Eggheads - it]

Электронная книга - «Le argentee teste d'uovo [The Silver Eggheads - it]». Краткое содержание книги:

Presentazione tratta dai Classici Urania:
Quali mutamenti possono attendere il mondo della cultura nel prossimo secolo? Fritz Leiber ce ne offre un assaggio nel suo romanzo più caustico e divertente. Agli scrittori toccherà firmare soltanto le opere composte elettronicamente dai mulini-a-parole, e recitare in pubblico i ruoli scelti per loro dalle controcopertine. Solo i colleghi robot sapranno scrivere sul serio, ma com’è ovvio, per un pubblico di robot. Questo, fino al giorno in cui gli scrittori inferociti distruggono tutti i mulini-a-parole, per dover poi affrontare una grave crisi di creatività. Solo presso l’Editrice Razzi nessuno sembra scaldarsi molto; forse perché qui si custodisce il grande segreto del secolo precedente, il Divorzio Psicosomatico di Daniel Zukertort. In una nursery segreta, infatti, vivono ancora le trenta argentee Teste d’Uovo la cui esistenza potrebbe scuotere il mondo intero… per il bene di tutti i lettori.
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“Inoltre vennero aggiunte speciali caratteristiche che resero le femmequine particolarmente attraenti per gli uomini più schizzinosi, fantasiosi ed esigenti, come me.

“Perché, vedi, Flaxie, l’organizzazione dei robot non soltanto aveva salvato gli automi femmine di Chernik, ma altresì tutti i suoi brevetti e procedimenti segreti. Dopo un po’, cominciarono a costruire femmequine fuori serie, donne che erano meglio delle donne vere o per lo meno erano molto più interessanti se tu hai una passione per il tipo outré”. Cullingham si animò un poco, e macchie di colore apparvero sulle sue guance pallide. “Puoi immaginare, Flaxie di avere a che fare con una ragazza che è tutta velluto o peluche, o che davvero diventa tutta calda o tutta fredda, o che ti può cantare sottovoce una sinfonia a piena orchestra, o magari il Bolero di Ravel, o che ha i seni leggermente prensili o zone dell’epidermide lievemente elettrizzate, o che ha qualche lineamento, non troppo marcato, si intende, di una gatta o di un vampiro o di una piovra, o ha i capelli come quelli di Medusa o di Shambleau, che sono vivi e ti accarezzano, o che ha quattro braccia come Shiva, o una coda prensile lunga otto piedi… e nello stesso tempo è perfettamente innocua, non può darti noia, né contagiarti, né dominarti in ogni modo? Non voglio parlare come un libro in brossura, Flaxie, ma credi, è un piacere assoluto!”

— Per te forse — disse Flaxman, guardando il socio con una certa apprensione. — Ehi, adesso capisco perché, con quei gusti, ieri ti sei fatto venire i brividi quando quella Ibsen ha cominciato a guardarti con l’acquolina in bocca.

— Non ricordarmelo! — supplicò Cullingham, impallidendo.

— D’accordo. Bene, come volevo dire, le femmequine fuori serie di madame Pneumo possono essere adatte per te (ciascuno ha i suoi gusti!), ma io… non mi calmerebbero per niente; anzi, ho paura che convertirebbero il mio nervosismo in ribrezzo, proprio come quelle spaventose teste d’uovo che negli incubi della mia infanzia venivano a volteggiare nell’oscurità, per poi tuffarsi sotto al letto e risalire, preparandosi a uccidermi.

Per la seconda volta, la porta dell’ufficio si spalancò. Flaxman si esibì in una versione moderata della sua precedente reazione, ma diede l’impressione di essere comunque profondamente scosso.

Un uomo robusto dal mento blu, che indossava una tuta color cachi, li guardò e poi spiegò bruscamente: — Azienda elettrica. Normale ispezione dei guasti. Vedo che la vostra serratura elettrica non funziona. Prenderò nota. — E si tolse il taccuino dalla tasca.

— Il robot che sta riparando la scala mobile aggiusterà anche quella — disse Cullingham osservando pensieroso l’uomo.

— Non ho visto nessun robot quando sono salito — rispose l’altro. — Secondo me, sono tutti sporchi mascalzoni di latta o idioti di latta. Ne ho licenziato uno proprio ieri sera. Beveva corrente ad alto voltaggio durante il lavoro. Deve aver fatto fuori qualche centinaio di ampère. Andremo in rovina in due settimane, se quello trova il modo di continuare.

Flaxman riaprì gli occhi.

— Sentite, mi fareste un grosso favore? — disse ansioso all’uomo che stava sulla soglia. — So che siete un ispettore, ma non c’è niente di illegale e io vi ricompenserò adeguatamente. Ma aggiustate la serratura elettrica di quella porta, subito.

— Sarò lietissimo di accontentarvi — sogghignò l’uomo. — Non appena avrò preso la borsa dei ferri — aggiunse, indietreggiando rapidamente e richiudendo la porta.

— Strano — disse Cullingham — quell’uomo è la copia perfetta di un certo Gil Hart che faceva l’investigatore privato e il procuraguai industriale quando l’ho conosciuto, cinque anni fa. O era il suo gemello, oppure Gil è andato in rovina. Oh, be’, non è un guaio, era un uovo marcio.

Flaxman batté automaticamente le palpebre a quelle parole. Fissò per un lungo attimo la porta chiusa e temporaneamente tranquilla, poi scrollò le spalle.

— Cosa stavi dicendo, Cully, a proposito delle teste d’uovo? — chiese.

— Non stavo dicendo niente — fece con dolcezza Cullingham. — Ma eccoti il piano che ho meditato questa notte. Inviteremo due o tre uova, non Ruggine, questa volta, a venire in ufficio. Gaspard può aiutare a portarle, ma non dovrà essere qui, durante il colloquio e non dovrà esserci neppure una delle bambinaie: costituiscono una distrazione. Gaspard può riaccompagnare la bambinaia, o qualcosa del genere, mentre noi faremo una bella chiacchierata di due o tre ore; io presenterò certa roba e forse farò qualcosa alle uova, e credo che le convincerò a scrivere. Mi rendo conto che per te sarà dura, Flaxie, ma se a un certo momento andrà troppo male, potrai uscire e riposarti mentre io continuo.

— Credo che sarà meglio fare così — disse rassegnato Flaxman. — Dobbiamo ottenere dei libri da quegli orrori, o siamo finiti. E per me vedermeli qui, posati sui loro cercini neri mentre mi fissano, non sarà poi tanto peggio che ricordare il modo spaventoso in cui entravano…

Questa volta la porta si aprì così lentamente e dolcemente che lo sguardo non riusciva a cogliere il senso del movimento: il battente era quasi completamente spalancato quando i due se ne accorsero. Questa volta Flaxman si limitò a chiudere gli occhi, con un lampo bianco finale, come se avesse rivolto di scatto le pupille verso l’alto.

Ritto sulla soglia c’era un uomo alto e magro, dalla carnagione non molto più viva del suo abito grigiocenere. Gli occhi cavernosi, la lunga faccia sparuta, le spalle aggobbite e il petto incavato lo facevano assomigliare a un pallido cobra appena levato dal cesto di vimini.

— Cosa volete, signore? — chiese Cullingham.

Senza aprire gli occhi, Flaxman aggiunse, con voce molto stanca: — Se vende elettricità, noi non ne compriamo.

L’uomo grigio sorrise lievemente. E questo accentuò la sua somiglianza con un cobra. Ad ogni modo disse con voce che era tuttavia sibilante: — No. Curiosavo soltanto. Ho pensato che, siccome era tutto aperto e deserto, questo fosse uno degli edifici sinistrati in vendita.

— Non avete visto gli elettricisti al lavoro, lì fuori? — chiese Cullingham.

— Non c’è nessun elettricista qui fuori — disse l’uomo grigio. — Va bene, signori, me ne andrò. Fra due giorni riceverete la mia offerta.

— Qui non c’è niente in vendita — l’informò Flaxman. L’uomo grigio sorrise.

— Manderò comunque la mia offerta — disse. — Sono un tipo molto insistente e temo che lorsignori dovranno tener conto della mia ostinazione.

— Be’, voi chi siete, comunque? — domandò Flaxman. L’uomo grigio sorrise per la terza volta, mentre richiudeva lentamente la porta dietro di sé, e disse: — I miei amici mi chiamano, forse per la mia ferrea persistenza, La Garrota.

— Strano — disse Cullingham quando la porta si fu richiusa. — Anche quell’uomo mi ricorda qualcuno. Ma chi? Ha una faccia da Cristo siciliano… Strano!

— Cos’è una garrota? — chiese Flaxman.

— Uno stretto collare di ferro — rispose freddo Cullingham — con una vite per rompere l’osso del collo. Un’invenzione degli allegri vecchi spagnoli. Tuttavia, La Garrota potrebbe anche significare Nodo Scorsoio.

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