L’ombra della maledizione [The Curse of Chalion - it]
- Автор: Буджолд Лоис Макмастер
- Серия: Chalion (it) #1
- Год: 2003
- Язык: итальянский
- Год: Nord
- ISBN: 88-429-1291-3
- Переводчик: Annarita Guarnieri
- Жанр: Фэнтези
Электронная книга - «L’ombra della maledizione [The Curse of Chalion - it]». Краткое содержание книги:
Lentamente, Ista cominciò a rimuovere le spine dallo stelo della rosa, allineandole in fila, come i denti di una sega. «Sì, essa accumula… questa è la definizione esatta. Raccoglie calamità come una cisterna, come le sue grondaie raccolgono l’acqua piovana. Farete bene a evitare lo Zangre, Cazaril.»
«Non ho nessun desiderio di recarmi a corte, mia signora.»
«Io lo desideravo, un tempo, con tutto il mio cuore. Sapete, le peggiori maledizioni inflitte dagli Dei si manifestano come una risposta alle nostre preghiere. Le preghiere sono una cosa pericolosa, tanto che credo dovrebbero essere dichiarate illegali», dichiarò Ista, procedendo a sbucciare lo stelo della rosa, staccandone sottili strisce verdi e mettendo così in mostra il candore sottostante.
Non sapendo cosa replicare, Cazaril si limitò a un sorriso esitante.
«A Lord dy Lutez era stata fatta una profezia, secondo la quale non sarebbe mai annegato, se non sulla cima di una montagna», riprese Ista, aprendo in due quel che restava dello stelo. «Da allora, lui non ha mai più avuto paura di nuotare, per quanto alte potessero essere le onde, perché tutti sanno che non ci può essere acqua sulla cima di una montagna, in quanto tutti i fiumi scorrono verso valle.»
Cercando di soffocare un’ondata di panico, Cazaril si guardò intorno con discrezione, sperando di veder tornare la dama di compagnia, che però ancora non si scorgeva. A dar retta alle voci, Lord dy Lutez era morto mentre veniva sottoposto alla tortura dell’acqua, nelle segrete dello Zangre, cioè nelle viscere del castello che sorgeva sulla collina sovrastante la città di Cardegoss. «È una cosa di cui non ho mai sentito parlare, quando quel nobile era ancora in vita», azzardò, umettandosi nervosamente le labbra aride. «Secondo me, è una storia inventata in seguito, per dare un alone di terrore alla sua morte. In genere, le giustificazioni emergono a posteriori, soprattutto dopo una caduta… spettacolare come la sua.»
Socchiudendo le labbra in uno stranissimo sorriso, Ista finì di separare in due lo stelo e se lo appoggiò sulle ginocchia, appiattendolo. «Povero Cazaril!» esclamò. «Come avete fatto a diventare tanto saggio?»
Lui poté evitare di rispondere perché, in quel momento, la dama di compagnia di Ista riapparve, tenendo in mano una matassa di filo colorato. Scattando in piedi, lui si affrettò a rivolgere un inchino alla Royina. «La vostra dama di compagnia sta tornando…» annunciò, avviandosi.
Nell’incrociare la donna, che si stava avvicinando in tutta fretta, accennò un inchino anche nella sua direzione.
«Si è comportata bene, mio signore?» sussurrò la dama.
«Sì, alla perfezione», annuì Cazaril, anche se avrebbe voluto aggiungere: a modo suo…
«Non ha detto nulla di dy Lutez?»
«Nulla… d’importante», replicò il Castillar. Non aveva certo intenzione di riferire quel dialogo.
Con un respiro di sollievo, la dama di compagnia si concesse un momento per assumere un’espressione sorridente, poi cominciò a chiacchierare di tutte le cose che aveva dovuto spostare per trovare il filo mancante, mentre Ista la fissava con annoiata tolleranza. Del resto, come Cazaril rifletté nel contemplare la scena, era impossibile che la figlia della Provincara nonché madre di una fanciulla sveglia come Iselle fosse mentalmente ritardata. D’altro canto, se Ista parlava alle sue ottuse dame di compagnia nello stesso modo ermetico che aveva usato con lui, saltando da un argomento all’altro, non c’era da meravigliarsi che la considerassero pazza. Tuttavia Cazaril aveva l’impressione che quelle sue affermazioni oscure non fossero tali per un problema mentale, ma perché lei si esprimeva in una sorta di linguaggio cifrato, dotato di una sua elusiva coerenza, se si disponeva della chiave giusta per decifrarlo. Lui però non possedeva quella chiave, e comunque gli era capitato d’incontrare alcuni folli che sembravano possedere quella velata forma di coerenza nel parlare. Serrando il libro, andò a cercare un angolo ombroso che non fosse già occupato da persone tanto sconcertanti.
L’estate stava progredendo con un passo pigro che armonizzava con lo stato fisico e mentale di Cazaril, ma non si poteva dire lo stesso per il povero Teidez, che risentiva invece della forzata inattività, in quanto le spedizioni di caccia gli erano state proibite dalla calura, dal tipo di stagione e dal suo tutore. Nell’osservarlo abbattere qualche coniglio con la balestra nella frescura dell’alba nebbiosa, intorno alle mura del castello, tra gli applausi dei giardinieri, Cazaril pensò ancora una volta che quel ragazzo accaldato, irrequieto e grassoccio sembrava davvero fuori stagione; a suo parere Teidez era infatti l’incarnazione di un Devoto al Figlio dell’Autunno, Dio della caccia, della guerra e di un clima più fresco.
Un giorno, mentre stava andando a pranzo, Cazaril rimase sorpreso nel vedersi avvicinare da Teidez e dal suo tutore. I due dovevano essere nel bel mezzo di una delle loro solite discussioni, almeno a giudicare dai volti arrossati.
«Lord Caz!» esclamò Teidez, col fiato corto per il caldo e la foga. «Non è forse vero che il maestro d’armi del vecchio Provincar conduceva i paggi al mattatoio perché affrontassero e abbattessero i giovani tori? Così insegnava loro ad avere coraggio in un vero combattimento, invece di limitarsi a farli saltellare nel cerchio per i duelli, con una spada in mano.»
«Ecco, in effetti…» cominciò Cazaril.
«Cosa vi avevo detto?» sbottò Teidez, rivolto a dy Sanda.
«Però ci esercitavamo anche nel cerchio», fu pronto ad aggiungere Cazaril, in caso dy Sanda avesse bisogno della sua solidarietà.
«L’abbattimento dei tori è un’antica pratica contadina, Royse, e non si adatta all’addestramento dei nobili», dichiarò dy Sanda, con una smorfia. «Voi siete destinato a diventare un gentiluomo, se non qualcosa di più… Non certo l’apprendista di un macellaio.»
La Provincara non aveva alle sue dipendenze un maestro d’armi, quindi aveva trovato al Royse un tutore che fosse anche un esperto spadaccino. Avendo assistito a qualche sessione di addestramento del giovane Royse, Cazaril rispettava l’abilità e la precisione di dy Sanda, le cui mosse erano caratterizzate da una grande correttezza. Se però dy Sanda conosceva anche tutti quei disperati, brutali trucchi che permettevano agli uomini di sopravvivere in battaglia, non pareva intenzionato a insegnarli a Teidez.
«Il maestro d’armi non ci stava addestrando per fare di noi dei gentiluomini, ma perché diventassimo soldati», affermò Cazaril, con un sorriso. «A favore del suo metodo, posso dire che qualsiasi campo di battaglia da me visto somigliava più a un mattatoio che a un cerchio per i duelli. Per quanto sgradevole, la sua tecnica ci ha permesso d’imparare il nostro mestiere, e non ha comportato nessuno spreco. Non credo infatti che, alla fine della giornata, ai tori abbattuti importasse se erano morti per mano di uno stolto armato di spada che li aveva inseguiti per un’ora o a causa di un colpo di maglio sul cranio.» Lui non aveva mai gradito prolungare quell’esperienza più del dovuto, come facevano alcuni dei suoi compagni, che avviavano un macabro e pericoloso gioco con quegli animali infuriati. Con un po’ di pratica, aveva imparato ad abbattere il toro con un affondo di spada, in modo preciso e rapido proprio come un macellaio. «L’unica differenza, ve lo concedo, è che sul campo di battaglia non mangiavamo ciò che abbattevamo… tranne a volte i cavalli.»