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L’ombra della maledizione [The Curse of Chalion - it]

Электронная книга - «L’ombra della maledizione [The Curse of Chalion - it]». Краткое содержание книги:

Da una grande maestra della narrativa fantastica, più volte vincitrice del premio Hugo, un potente racconto di mistero, magia e tradimento. Il destino di un cavaliere, della sua stirpe e di un regno tormentato. Provato nel corpo e nello spirito da una lunghissima prigionia, il comandante Lupe dy Cazaril ritorna nel regno di Chalion, in cui aveva servito come paggio, e viene nominato tutore di Royesse, bella e intelligente sorella dell’erede al trono. Ma quell’occasione di riscatto si trasforma presto in un incubo, poiché Cazaril scopre che a corte proprio quegli uomini che lo hanno tradito ora occupano posti di grande potere. E scopre soprattutto che l’intera stirpe di Chalion è gravata da una terribile maledizione, che non può essere annullata se non con la magia più nera…
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Gli capitava ancora di pensarci, quando si svegliava di colpo e si sollevava a sedere di scatto, emergendo da un incubo in cui l’acqua pareva chiudersi sopra la sua testa o, peggio ancora, che non si chiudesse. Una volta, il vento si era alzato all’improvviso mentre il capo vogatore era impegnato in quel giochetto a spese di un ibrano particolarmente riottoso, e il comandante, impaziente di arrivare in porto prima della tempesta, si era rifiutato di tornare indietro per recuperare lo schiavo. Le urla sempre più fievoli dell’ibrano erano echeggiate sull’acqua a mano a mano che la nave si allontanava. In seguito, per punire quell’errore di valutazione, il comandante aveva detratto il costo della sostituzione dello schiavo dalla paga del capo vogatore, cosa che aveva irritato l’uomo per settimane.

«Oh», mormorò Palli.

«Te lo concedo. Il mio orgoglio e la mia linguaccia mi hanno fruttato non poche percosse all’inizio del mio imbarco, ma a quel tempo mi consideravo ancora un nobile di Chalion, una convinzione che è stata rimossa dalla mia mente… in seguito.»

«Ma… non sei stato… non ti hanno fatto oggetto di… Voglio dire, non ti hanno usato in modo degradante…»

La luce era troppo tenue per permettere a Cazaril di vedere se l’amico era arrossito… Alla fine il Castillar comprese che, in maniera contorta e imbarazzata, Palli stava cercando di chiedergli se era stato violentato, cosa che gli fece affiorare sulle labbra un amaro sorriso. «Ritengo che tu stia confondendo la flotta roknari con quella di Darthaca», rispose. «Temo che siffatte leggende non siano che il frutto dei desideri di qualcuno. A causa della concezione eretica dei roknari, che contempla soltanto quattro Dei, il genere di amori singolari che qui ricade sotto l’egida del Bastardo è considerato un crimine. Secondo i teologi dei roknari, infatti, il Bastardo è un demone, come suo padre, e non un Dio, come la sua santa madre, motivo per cui ci accusano di adorare il diavolo… il che, a mio parere, costituisce una grave offesa per la Signora dell’Estate, e anche per il Bastardo stesso, che non ha certo chiesto di nascere. I roknari torturano e uccidono gli uomini colpevoli di sodomia, e i migliori comandanti roknari non tollerano cose del genere a bordo della loro nave, né tra i loro uomini né tra gli schiavi.»

«Ah», commentò Palli, sollevato. Subito dopo, però, non riuscì a trattenersi dal chiedere «E i peggiori comandanti roknari?»

«Con loro, la necessità di mantenere il segreto poteva rivelarsi letale. A me non è mai successo, forse perché ero troppo magro, però alcuni uomini più giovani e i ragazzi più attraenti… Noi schiavi sapevamo che si sacrificavano per tutti e cercavamo di essere gentili con loro. Alcuni piangevano, altri imparavano a sfruttare quella sventura per ottenere favori. Erano ben pochi gli schiavi che nutrivano rancore verso di loro per qualche razione in più o per qualche regalino comprato a così caro prezzo. Inoltre si trattava di un gioco pericoloso, perché i roknari con quel genere d’inclinazioni segrete avevano la tendenza a rivoltarsi contro quei poveretti e a ucciderli, come se, così facendo, potessero cancellare il loro peccato.»

«Mi fai rizzare i capelli in testa», ammise Palli. «Credevo di conoscere il mondo, ma… pare che non sia così. Se non altro, almeno ti è stato risparmiato il peggio.»

«Tu non sai cosa sia il peggio», ribatté Cazaril, cupo. «Una volta sono stato usato per un orribile scherzo durato un intero, infernale pomeriggio… Un’esperienza al cui confronto quello che succedeva ad alcuni ragazzi era una cosa da nulla, e a causa della quale nessun roknari ha corso il rischio di essere impiccato.» Si rese conto di non aver mai raccontato quell’incidente a nessuno, né ai gentili Accoliti del Tempio, né tantomeno a qualcuno nel palazzo della Provincara, per il semplice fatto che fino a quella sera non aveva avuto nessuno con cui poter davvero parlare. «La galea su cui mi trovavo ha commesso l’errore di attaccare un grosso mercantile di Brajar, avvistando le galee di scorta quando ormai era troppo tardi», proseguì, quasi impaziente di potersi sfogare. «Durante l’inseguimento che è seguito, io sono svenuto al remo a causa del calore eccessivo e, per potermi sfruttare lo stesso, il capo vogatore mi ha fatto spogliare e mi ha appeso oltre la murata di poppa, con le mani legate alle caviglie, per farsi beffe degli inseguitori. Non saprei dirti se le quadrelle di balestra che si sono conficcate nella murata e nello scafo, intorno a me, mi hanno mancato perché gli arcieri brajariani avevano una mira scadente o perché hanno evitato di proposito di colpirmi. E non so neppure per quale atto di misericordia degli Dei la mia vita non sia finita quel giorno, con una manciata di frecce conficcata nel posteriore. Forse quei brajariani hanno pensato che fossi un roknari, o forse hanno cercato di porre fine alle mie sofferenze.» Osservando l’espressione sconvolta di Palli, decise di sorvolare sui dettagli più grotteschi e, dopo un istante, riprese: «Come ricorderai, a Gotorget abbiamo vissuto nella paura per mesi di fila, fino ad abituarci a quella sorta di tensione interiore che riuscivamo ormai a ignorare ma che non ci abbandonava mai».

Palli annuì.

«Io però ho scoperto che… Sai, è strano, non so esattamente come spiegarlo… Ho scoperto che esiste un posto al di là della paura, cui arrivi quando il corpo e la mente non sono più in grado di sostenerti, un posto dove il mondo, il tempo… si riorganizzano in qualche modo. Quel pomeriggio, il battito del mio cuore si è rallentato, ho smesso di sudare e di produrre saliva… Sono quasi scivolato in una sorta di trance sacra. Quando i roknari mi hanno appeso lassù, ho pianto per la paura, la vergogna e il disgusto, ma quando finalmente i brajariani hanno rinunciato all’inseguimento e il capo vogatore mi ha fatto tirare giù, coperto di scottature a causa del sole… Be’, stavo ridendo. I roknari hanno creduto che fossi impazzito, e così pure i miei poveri compagni di voga, ma io non credo che si sia trattato di follia. In qualche modo, il mondo mi appariva… nuovo. Naturalmente, il mondo in questione era lungo soltanto qualche dozzina di passi, era fatto di legno e rollava sull’acqua, e lo scorrere del tempo era costituito dal girarsi di una clessidra. Ho imparato quel giorno a pianificare la mia vita ora per ora, come gli altri la pianificano anno per anno; ho scoperto che tutti gli uomini erano splendidi e gentili, roknari e schiavi in pari misura, sangue nobile o plebeo, e che io ero amico di tutti, che mi piaceva sorridere a tutti. Dopo di allora, però, sono sempre stato ben attento a non svenire mentre stavo remando. Per questo motivo, ogni volta che la paura mi affiora nel cuore, ne sono quanto mai lieto, perché è un segno che non sono davvero pazzo, e che forse sto migliorando. Adesso, la paura è mia amica», concluse, sollevando lo sguardo con un sorrisetto contrito.

Palli sedeva con la schiena addossata alla parete, le gambe rigide e gli occhi dilatati, un sorriso forzato dipinto sulle labbra.

«Per i cinque Dei, Palli, perdonami!» esclamò Cazaril, scoppiando a ridere. «Non volevo scaricarti addosso tutte le mie confidenze, addossandoti questo fardello. Quello di cui ti ho gravato è un peso sgradevole e male assortito. Mi dispiace.» Tuttavia pensò che forse aveva parlato proprio perché l’indomani l’amico sarebbe ripartito, e quelle confidenze sarebbero rimaste fra loro.

Palli accantonò le sue scuse con un gesto distratto, poi mosse a vuoto le labbra un paio di volte, deglutì a fatica, e infine riuscì a replicare. «Sei certo che non si sia trattato soltanto di un’insolazione?» chiese.

«Oh, ho avuto anche un’insolazione», ridacchiò Cazaril. «Se non ti uccide, però, un’insolazione non dura più di un paio di giorni, mentre quello stato d’animo si è protratto… per mesi.» Si era protratto fino all’ultimo incidente con quel ragazzo ibrano terrorizzato e tuttavia audace, l’incidente conclusosi con la fustigazione che per poco non lo aveva ucciso. «Noi schiavi…»

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