Le stelle nelle mani [In Our Hands, the Stars - it]
- Автор: Гаррисон Гарри Максвелл
- Год: 1973
- Язык: итальянский
- Год: Mondadori
- Переводчик: Maria Benedetta De Castiglione
- Жанр: Научная фантастика
Электронная книга - «Le stelle nelle mani [In Our Hands, the Stars - it]». Краткое содержание книги:
— Professor Klein! — chiamò Skou, passando con un balzo sopra l’uomo disteso. Si udirono altri tre rapidi spari, e lui continuò ad avanzare, gettandosi a terra. Teneva puntata la pistola, ma non rispose al fuoco. — State indietro! — gridò agli altri due, poi si levò in piedi.
Ove esitò, ma Nils si lanciò in avanti, rotolando sopra la guardia. Si rialzò giusto in tempo per cogliere il guizzo di un movimento, mentre la grande camera stagna della sala macchine si chiudeva e si precipitò contro la porta, ma questa non si mosse.
— Chiusa dall’altra parte. Dov’è Arnie?
— Con loro. L’ho visto. Due uomini lo portavano via. Erano armati. — Skou aveva estratto la sua radio portatile, ma da quella non provenivano che scariche.
— La radio non può funzionare qui dentro — gli ricordò Ove, chinandosi sulla guardia. — Siamo circondati da metallo. Correte in coperta! Quest’uomo è solo svenuto, l’hanno colpito con qualcosa.
Skou e Nils gli passarono davanti, rapidi come il baleno. Poiché per la guardia non poteva far nulla in quel momento, Ove balzò in piedi e seguì gli altri due.
Entrambe le porte della camera stagna erano aperte, e Skou, sul ponte scoperto, gridava qualcosa nella sua radio. I risultati furono immediati; perché anche quel caso di emergenza era stato previsto.
Tutte le luci del cantiere si accesero contemporaneamente, compresi i riflettori montati sui muri e le lampade ad arco installate sulle gru e sulle navi in costruzione. Era chiaro come in pieno giorno. Le sirene ulularono nel porto e i fari sferzavano l’acqua nera, mentre due lance della polizia bloccavano anche quello sbocco. Nils gattaiolò giù per la scala, a pochi metri dal suolo balzò a terra e partì a razzo, girando intorno allo scafo in direzione della poppa, dove c’era la camera stagna. La porta esterna era aperta, e lui intravide rapidamente due figure. Subito afferrò per il braccio un poliziotto che arrivava ansando.
— Avete una radio? Bene. Chiamate Skou. Ditegli che si sono diretti verso l’acqua. Probabilmente hanno una barca. Non sparate! Sono in due e si trascinano via il professor Klein. Non possiamo rischiare di ferirlo. — Il poliziotto annuì, si attaccò alla radio e Nils continuò a correre.
Nel cantiere era scoppiato il finimondo. Gli operai scappavano a nascondersi, mentre le auto della polizia entravano a velocità pazza dai cancelli, a sirene spiegate.
Skou trasmise a tutti il messaggio di Nils, con voce rotta, senza smettere di correre. Davanti a lui, alcuni agenti convergevano verso la banchina e l’invasatura, dove l’intelaiatura di una nave in costruzione si protendeva rugginosa verso il cielo.
Ad un tratto, una fiammata rossa partì da dietro una pila di lamiere. Un agente sì piegò su se stesso, premendosi le mani sull’addome, e crollò. Gli altri due si misero al riparo, puntando le rivoltelle.
— Non sparate! — ordinò Skou, avanzando solo. — Illuminate quel punto lassù.
Qualcuno spostò una pesante lampada ad arco nella direzione indicata dal faro di un’auto della polizia. La sua luce brillava, bianca come quella del giorno. Skou corse avanti, zoppicando, sempre solo.
Allora si vide un uomo tutto vestito di nero balzare in piedi, riparandosi gli occhi con la mano, e puntare una pistola a canna lunga. Sparò una, due volte, e un proiettile andò a conficcarsi vicinissimo a Skou, mentre l’altro gli sfiorava la giacca. Il capo dei servizi di sicurezza si fermò; alzò la propria rivoltella, poi l’abbassò lentamente per prendere di mira il bersaglio. Era calmissimo, come se stesse esercitandosi al tiro a segno. Lo sconosciuto sparò di nuovo, ma dall’arma di Skou partì un colpo quasi nel medesimo istante.
L’uomo barcollò, girò su se stesso e cadde sulle lamiere d’acciaio, mentre la pistola gli sfuggiva di mano.
Skou fece cenno a due agenti di esaminare il corpo, e riprese a correre. Un cordone di guardie e poliziotti avanzava dietro di lui, e una motolancia della polizia si avvicinò alla riva, col motore rombante e il faro che frugava nelle ombre profonde dello scalo di costruzione.
— Eccoli là! — gridò qualcuno mentre il faro smetteva di cercare e si fermava in un punto preciso. Anche Skou si fermò e bloccò gli altri con un segnale convenuto. Davanti a lui, le lastre piene di bulloni della chiglia formavano una specie di palcoscenico. La scena era bene illuminata e il dramma che vi si recitava parlava di vita e di morte. Un uomo completamente vestito di un nero luccicante dalla testa ai piedi, si inginocchiò dietro la forma abbandonata di Arnie Klein. Con un braccio lo sosteneva, facendosene scudo, e nell’altra mano stringeva una pistola con la canna appoggiata alla tempia del professore. Le sirene, terminato il loro compito, tacquero. Ormai l’allarme era dato. Cadde un silenzio improvviso e pesante. La voce dell’uomo risuonò alta e aspra, scandendo chiaramente le parole.
— Non avvicinatevi… o lo uccido!
Si era espresso in un inglese dal forte accento straniero, ma comprensibile. Nessuno degli spettatori si mosse, e l’uomo cominciò a trascinare la figura inerte di Arnie lungo la chiglia, verso il bordo dell’acqua.
In quel momento Nils Hansen sbucò dalle tenebre alle spalle dello sconosciuto e protese una mano poderosa che immobilizzò il polso dell’altro, torcendolo, cosicché la canna della rivoltella si rivolse in alto, verso il cielo, lontano dalla tempia di Arnie. L’uomo vestito di nero urlò per il dolore e per la sorpresa, e dalla pistola partì un proiettile che andò a perdersi nel buio.
Con la mano libera, Nils strappò Arnie alla stretta del rapitore e si chinò lentamente per stenderlo sulla lastra d’acciaio sottostante.
Lo sconosciuto si divincolò inutilmente, poi cominciò a tempestare di pugni Nils che ignorò quella gragnuola fino a che non si fu raddrizzato di nuovo. Soltanto allora allungò l’altra mano, strappò l’arma al prigioniero e la lanciò lontano. Poi colpì lo sconosciuto con un poderoso ceffone. L’uomo girò su se stesso e rimase lì, penzoloni, sostenuto solo dal solido braccio del pilota.
— Voglio parlargli! — gridò Skou precipitandosi verso di loro.
Nils ora teneva il prigioniero con tutte e due le mani, scuotendolo come una grossa bambola, e protendendolo verso Skou. L’uomo indossava uno scafandro da subacqueo, e un paio di baffi sottili come una linea di matita correvano lungo il labbro superiore. Sopra una guancia spiccava, rossa, l’impronta di cinque grosse dita.
Per un istante il rapitore si divincolò nella stretta spietata di Nils, guardando il poliziotto che si avvicinava. Poi desisté, accorgendosi forse che non c’era scampo. Ogni resistenza cessò. Improvvisamente portò una mano alla bocca e spezzò con i denti l’unghia del pollice in un gesto apparentemente infantile.
— Fermatelo! — urlò Skou, cercando di fare ancora più in fretta.
Troppo tardi. Un’espressione di pena passò sulla faccia dello sconosciuto. Gli occhi si dilatarono, la bocca si spalancò in un grido senza suono. L’uomo si contorse tra le braccia di Nils, il suo dorso si inarcò sempre più, terribilmente, fino a che il suo corpo si abbandonò inerte.
— Lasciatelo andare — disse Skou, sollevandogli una palpebra. — È morto. Veleno sotto l’unghia.
— Anche l’altro è morto — disse un agente. — L’avete colpito…
— So dove l’ho colpito.
Nils si chinò sopra Arnie, che cominciava ad agitarsi, muovendo la testa, ma ancora con gli occhi chiusi. Aveva una grossa contusione dietro l’orecchio.
— Mi sembra in buono stato — disse il pilota, alzando gli occhi. Poi vide sui pantaloni e sulla scarpa di Skou del sangue che gocciolava fin sulla lastra di metallo. — Ma voi siete ferito!