Le stelle nelle mani [In Our Hands, the Stars - it]
- Автор: Гаррисон Гарри Максвелл
- Год: 1973
- Язык: итальянский
- Год: Mondadori
- Переводчик: Maria Benedetta De Castiglione
- Жанр: Научная фантастика
Электронная книга - «Le stelle nelle mani [In Our Hands, the Stars - it]». Краткое содержание книги:
Una volta fuori dalla città, la strada costiera saliva e scendeva serpeggiando tra i paesetti, rivelando a sinistra rapidi scorci del Sound, che faceva capolino fra gli alberi. Skou era concentrato nella guida e Nils aveva ben poco da dire. Pensava a Inger, e i ricordi riaffioravano uno dopo l’altro. Lui di solito viveva i vari momenti della sua esistenza così, come venivano, facendo progetti futuri solo per lo stretto necessario e dimenticando il passato come qualcosa di ormai lontano e inalterabile. Sentiva la mancanza del volo, questo era indubbio, e si rendeva conto che quello era stato l’elemento principale della sua vita, intorno al quale aveva ruotato ogni altra cosa. Non pilotava un aereo da… quando? Da prima del viaggio sulla Luna. Gli sembrava di essere sepolto da anni negli uffici di quel lurido cantiere. La breve gita da Kastrup lo aveva semplicemente stuzzicato… Un passeggero!
— Ehi! — sbottò all’improvviso. — Fatemi guidare un po’, Skou. Intanto vi guardate il panorama.
— Ma questa è un’auto del governo!
— E io sono uno schiavo del governo. Su! Altrimenti vi denuncio ai vostri superiori per ubriachezza nelle ore di servizio.
— Ho bevuto una birra a pranzo… Una birra svedese a bassissima gradazione alcolica, per essere precisi. Dovrei denunciare io voi, per ricatto ed estorsione.
Comunque frenò e i due si scambiarono il posto. Skou non fece commenti quando l’altro premette con forza il pedale dell’acceleratore, facendo salire bruscamente di giri il motore.
C’era pochissimo traffico e la visibilità era buona; il sole prossimo al tramonto cercava di farsi strada tra le nubi. La Humber si comportava come una macchina sportiva e Nils era un pilota eccellente, che andava forte, ma senza correre rischi.
Era quasi buio quando arrivarono a Hälsingborg. Attraversarono sobbalzando i binari della ferrovia per raggiungere più in fretta il terminal della nave traghetto, imboccarono un vicolo e furono i primi a salire con l’auto a bordo, fermandosi proprio dietro il cancello pieghevole, sulla prua. Skou si mise in coda per comprare durante la breve traversata un pacchetto di sigarette senza il sovrapprezzo della dogana, ma Nils rimase nell’auto. La corsa in macchina, per quanto breve, gli aveva fatto bene. Guardò le luci del castello e del porto di Helsingør che si avvicinavano e pensò che i lavori sulla Galatea erano quasi terminati.
Il guardiano che stava all’entrata del cantiere navale riconobbe Skou e li lasciò entrare senza difficoltà.
— Come vanno le misure di sicurezza? — domandò Nils.
— La segretezza è la maggiore misura di sicurezza. Finora le spie non hanno messo in relazione con il segretissimo progetto Daleth l’hovercraft a cui si è fatto tanta pubblicità. Perciò le guardie dislocate qua e là sono travestite. Ne avete visto una anche voi, che vendeva panini con salsicce sull’altro lato della strada.
— Perbacco! E si tiene i guadagni?
— Ma no! Riceve già un salario.
Parcheggiarono nel solito punto dietro gli edici, E Nils si appartò nell’ufficio per infilarsi la tuta. Il cantiere era silenzioso: si udiva rumore solo intorno alla Galatea, dove si lavorava senza interruzione, ventiquattro ore su ventiquattro. Erano state accese le lampade ad arco per illuminare lo scafo ancora arrugginito e incompleto, ma quello era uno stratagemma: la sabbiatura e la verniciatura venivano rimandate all’ultimo momento.
Dentro… era un’altra cosa. Salirono la scaletta ed entrarono attraverso la camera stagna di coperta. Quando la porta esterna fu chiusa, si accesero le luci, illuminando un corridoio bianco, con pavimento di linoleum e pannelli di teak alle pareti. L’illuminazione era indiretta, discreta. Fotografie della Luna incorniciate stavano appese alle pareti.
— Davvero lussuosa — disse Nils. — L’ultima volta che ci sono stato, il corridoio era ancora d’acciaio dipinto di rosso.
— Non si discosta molto dal piano originale — disse Ove Rasmussen, entrando non visto. — L’interno andava bene così. Naturalmente sono stati fatti dei cambiamenti, ma in quasi tutte le cabine e le parti che non hanno una funzione specifica riguardo alla nuova propulsione, le trasformazioni sono state minime. Hanno fatto sparire le foto dei castelli e delle casette dal tetto di paglia, e ci hanno messo invece quelle della Luna mandate dai sovietici in segno di gratitudine. Venite con me, ho una lieta sorpresa per voi.
Percorsero un corridoio con un lungo tappeto e due file di porte ai lati. Ove indicò l’ultima porta e disse: — Prima voi, Nils. — Sopra c’era una targhetta di ottone con la scritta Capitano. Nils spalancò l’uscio.
Era una cabina grande, adibita in parte a ufficio e in gran parte a soggiorno, con una camera da letto che si apriva sul fondo. Il tappeto blu era tempestato di piccole stelle lucenti e sulla scrivania ultramoderna, di palissandro con parti cromate, erano montati un pannello di strumenti e una fila di citofoni.
— Un po’ diverso dagli aerei dalla SAS — disse Ove, sorridendo all’espressione incantata di Nils. — E anche da quelli delle Forze Aeree. E là c’è la foto della vostra prima nave, secondo una classica tradizione marinara.
Sopra la cuccetta stava una grande fotografia a colori del piccolo sottomarino Blaeksprutten, posato sulla pianura lunare. La Terra spiccava chiaramente sullo sfondo.
— Un altro dono dei russi? — domandò Nils.
— Un dono personale del maggiore Shavkun. Ha scattato la fotografia prima della partenza, ricordate? Guardate, l’hanno firmata tutti e tre.
— Una mano di vernice all’esterno, e Galatea è pronta a salpare, no? E come va il settore della propulsione?
— Il generatore a fusione è a bordo, ed è stato provato. Mancano ancora alcune cose di poca importanza. E la propulsione Daleth, naturalmente. È stata costruita e sperimentata nel laboratorio dell’istituto. Verrà installata per ultima.
— Proprio per ultima — sottolineò Skou. — Vogliamo evitare al massimo di mettere in tentazione le nostre spie. Comunque l’università è sorvegliata da un buon numero di militari; immagino quindi che dovrebbero rivolgere là la loro attenzione. — Sorrise. — Tutti gli alberghi sono pieni, e abbiamo un notevole afflusso di valute straniere. È una nuova industria turistica.
— E voi siete nel paradiso della sicurezza! — osservò Nils. — Ora capisco perché guidate una Humber nuova. Dov’è Arnie Klein?
— Vive a bordo da due giorni — disse Ove. — Da quando sono state completate le prove al banco della propulsione Daleth. Lavora al mio generatore a fusione e vi assicuro che ha già apportato almeno cinque miglioramenti brevettabili.
— Andiamo da basso. Voglio vedere la mia sala macchine. — Nils si guardò attorno un’ultima volta con ammirazione, prima di decidersi a richiudere la porta. — Ci vuole un po’ ad abituarsi a tutto questo. Sta diventando un compito assai più imponente di quanto pensassi.
— Non spaventatevi — disse Ove. — Per ora è una nave, ma subito dopo il decollo sarà una macchina volante. Una specie di super settecentoquarantasette che avete già pilotato. Dovete convenire che è assai più facile per voi che non per un capitano della marina imparare a far volare una nave.
— Che cosa succede?
Skou si era fermato di botto, con le narici dilatate per l’ira.
— La guardia! Dovrebbe trovarsi lì, davanti alla sala macchine. Ventiquattro ore su ventiquattro. — Si mise a correre pesantemente, zoppicando un poco, e si lanciò contro la porta. Era chiusa.
— Chiusa dall’interno — disse Nils. — C’è un’altra chiave, da qualche parte?
Skou non perse tempo a cercare una chiave. Estrasse una piccola pistola da una fondina nascosta nella cintura dei pantaloni e la puntò contro la serratura. Si udì un’esplosione e l’atma gli sobbalzò in mano. Dalla toppa uscì una nuvoletta di fumo, gonfiandosi tutta, e la porta si aprì. Ma solo di pochi centimetri, perché qualcosa, dietro, la bloccava. Comunque dalla fessura si scorsero i pantaloni azzurri della guardia caduta sul pavimento, contro il battente. Quando spinsero più forte, il corpo si spostò, inerte.