Le stelle nelle mani [In Our Hands, the Stars - it]
- Автор: Гаррисон Гарри Максвелл
- Год: 1973
- Язык: итальянский
- Год: Mondadori
- Переводчик: Maria Benedetta De Castiglione
- Жанр: Научная фантастика
Электронная книга - «Le stelle nelle mani [In Our Hands, the Stars - it]». Краткое содержание книги:
— No — disse lei, schermendosi. — La Danimarca non è come dite voi. Il governo non ha affatto simpatia per i russi. Non è il caso di preoccuparsi.
— Siete un po’ ingenua, come la maggior parte della gente, quando si tratta del comunismo internazionale. Penetra dappertutto. Strapperà la propulsione Daleth al mondo libero, se prima non ci mettiamo le mani noi. E voi potete aiutarci, Martha.
— Posso parlarne a mio marito — replicò lei, in fretta, sentendosi invadere da un sentimento di paura. — Non che serva a molto. Lui, le sue decisioni le prende da sé. E poi dubito che sia in grado di influenzare qualcuno… — Si interruppe, vedendo Baxter che scuoteva negativamente la testa.
— Non intendevo questo. Voi conoscete tutte le persone coinvolte in questa faccenda. Le andate a trovare. Avete perfino visitato l’Istituto Atomico…
— E questo, chi ve l’ha detto?
— … dunque ne sapete assai più su ciò che sta accadendo di chiunque altro che non sia ufficialmente legato al progetto. Ci sono alcune cose che vorrei chiedervi…
— No — disse lei, senza fiatò, balzando in piedi. — Non posso fare quello che mi domandate. Non sarebbe onesto! Datemi il mio passaporto, per favore. Ora devo andarmene.
Senza sorridere, Baxter lasciò cadere il documento in un cassetto che chiuse a chiave. — Devo trattenerlo. È una pura formalità. Per controllare il numero. Tornate da me la settimana prossima. L’impiegata vi darà un appuntamento. — La precedette alla porta e posò la mano sulla maniglia. — Siamo in guerra, Martha, in tutto il mondo. E tutti noi siamo come soldati al fronte. Ad alcuni si chiede più che ad altri, ma in guerra succede appunto così. Voi siete americana, Martha… non dovete scordarvelo mai, in nessun momento. Non potete dimenticare la vostra patria e i doveri che avete verso di essa.
14
C’era un non so che di definitivo che deprimeva Nils, in quell’atto di vuotare il suo armadietto. Il numero 121, all’aeroporto di Kastrup, era sempre stato suo e di nessun altro. Quando avevano ingrandito quell’ala e messo i nuovi armadietti, lui, in qualità di pilota senior, aveva avuto il diritto di scelta. E ora, invece, stava ritirando la sua roba. Nessuno gliel’aveva ordinato, ma quando si era fermato per prendere la tuta che ci aveva riposto, si era accorto di non avere più il diritto di tenerselo. Onestamente, doveva permettere a qualcun altro di usufruirne. Detto fatto, pigiò nella borsa da viaggio tutte le cianfrusaglie più disparate accumulate là dentro in tanti anni e chiuse la cerniera lampo. Al diavolo! Si sbatté la porta alle spalle e uscì.
Nel corridoio, si accorse all’improvviso che qualcuno gridava il suo nome e guardò intorno.
— Inger!
— E chi altri vuoi che sia, grosso scimmione? Hai volato troppo senza di me. Non è ora di noleggiare una brava hostess per i tuoi viaggi sulla Luna?
La ragazza avanzò verso di lui col suo passo flessuoso. Era davvero una buona hostess, una pubblicità ambulante per la SAS. Gonna corta, giacchettino aderente, berretto posato con un’inclinazione sbarazzina sopra i capelli biondo cenere… proprio il tipo sognato dal viaggiatore stanco! Alta quasi quanto Nils, sembrava uscita da un film svedese. E, guarda caso, era anche la hostess migliore e più esperta delle linee aeree.
La ragazza afferrò le mani di Nils e le strinse fra le sue, facendoglisi vicina.
— Non è vero, eh? — domandò — che non voli più?
— Non volo più con la SAS, almeno per ora. Ho altri incarichi.
— Lo so: roba grossa, segretissima. La propulsione Daleth. Ne parlano tutti i giornali. Ma non riesco a credere che noi due non voleremo più insieme!
Mentre diceva questo, gli si fece ancora più vicina e Nils sentì il tepore di lei contro il fianco. Poi la ragazza si ritrasse: era troppo abile per mostrare qualcosa di più, in pubblico.
— Lo vorrei tanto! — sbottò Nils. E tutti e due risero forte per l’impeto improvviso della sua voce.
— La prima volta che vai all’estero, fammelo sapere. — Inger guardò l’orologio e gli lasciò andare la mano. — Devo scappare, ora. L’aereo parte tra un’ora.
Salutò con un gesto e sparì. Lui si allontanò nella direzione opposta, portando con sé il ricordo della ragazza. In quanti paesi era successo? In sedici, o giù di lì. La prima volta che lei aveva fatto parte del suo equipaggio erano finiti a letto insieme, come per una decisione reciproca, istintiva.
Era successo a New York, d’estate. Oltre il vetro della finestra d’albergo si stendeva un inferno fuligginoso. Ma la tapparella era abbassata, e loro due si erano abbandonati l’uno all’altra senza riserve. Nessun senso di colpa; solo una piacevole accettazione del passato e del futuro. Lui difficilmente pensava a Inger quando lei non era presente, né era geloso degli altri. Ma quando si incontravano, erano un cuore solo.
E dopo una notte particolarmente divertente, trascorsa sopra un morbido materasso di Karachi, si erano messi a contare le città dove avevano fatto all’amore. Senza fiato dal ridere, Nils aveva comprato un album di foto di bassorilievi erotici tolti dai templi e avevano anche cercato di scimmiottare qualche scena, ma ridevano troppo per concludere qualcosa. Poi erano rimasti lì, a discutere sul numero delle città in cui avevano sostato. Da allora in poi ne avevano sempre tenuto nota. Nils approfittava dei suoi diritti di anzianità per scegliere tra i diversi voli, in modo che potessero trovarsi insieme e aggiungere nuovi nomi all’elenco sempre più lungo. Ma Copenaghen, no… E neppure in Scandinavia. Mai a casa. C’era un intero mondo, fuori, che potevano godersi insieme. Là era diverso. Un accordo implicito, di cui entrambi sapevano ma di cui non parlavano mai.
Nils spalancò la porta del terminal principale e si schiarì la gola. Una voce femminile annunciava all’altoparlante in una dozzina di lingue i voli in partenza. Danese e inglese, più la lingua del paese dove l’aereo era diretto: francese per il volo con destinazione Parigi, greco per quello con destinazione Atene e perfino giapponese per il volo di Tokio. Nils si fece strada tra la folla fino alla più vicina tabella degli arrivi e delle partenze. C’era un aereo di collegamento che partiva presto per Malmö sull’altra sponda del Sound, in Svezia, e che faceva al caso suo. Skou trovava sempre nuovi modi per eludere ogni eventuale tentativo di seguirli, e questo era il suo ultimo espediente. Ottimo, bisognava ammetterlo.
Nils rimase nella sala d’attesa principale fino a due minuti prima della partenza. Poi attraversò la sezione amministrativa dell’edificio, dove i passeggeri non potevano entrare. Ciò avrebbe stroncato definitivamente le manovre di eventuali pedinatori. Alcune persone lo salutarono e infine si ritrovò fuori, sulla pista di decollo, proprio mentre gli ultimissimi viaggiatori stavano salendo sull’aereo per Malmö. Salì dietro a tutti, e lo sportello si chiuse alle sue spalle. La hostess lo conosceva, e quindi non dovette neppure mostrarle il passaporto: così andò a sedersi sul sedile dell’ufficiale di rotta e si fece una chiacchierata coi piloti durante il brevissimo tragitto. Quando atterrarono, la ragazza lo fece uscire per primo e lui andò direttamente al parcheggio. Là c’era ad attenderlo Skou, al volante di una Humber nuova, intento a leggere un giornale sportivo.
— Che cosa è successo a quella gamie raslekasse che guidate abitualmente? — domandò Nils, sistemandosi accanto a lui.
— Quel vecchio macinino rumoroso! Ha sul gobbo migliaia di chilometri. È finito in un’officina per qualche riparazione di poco conto.
— Hanno tenuto buono il volante per costruirci sotto un’auto nuova?
Skou arricciò il naso con aria di disprezzo e uscì dall’aeroporto, dirigendosi a nord.