L'ultima fase [Blood Music - it]
- Автор: Бир Грег
- Год: 1987
- Язык: итальянский
- Год: Nord
- ISBN: 88-429-0180-6
- Переводчик: Gianluigi Zuddas
- Жанр: Научная фантастика
Электронная книга - «L'ultima fase [Blood Music - it]». Краткое содержание книги:
Nominato per il premio Nebula in 1985.
Nominato per i premi Hugo, Campbell e BSFA in 1976.
Mentre guidava l’auto Edward rifletté sul cambiamento fisico. Un cambiamento troppo grosso, forse, perché un individuo potesse sopportarne il pensiero. Le innovazioni, anche quelle radicali, erano essenziali alla società, ma i risultati dovevano essere applicati con cautela e con lucida visione del futuro. Niente doveva essere forzato o imposto. Questo era l’ideale. Ciascuno aveva il diritto di restare fisicamente lo stesso finché non avrebbe deciso altrimenti.
Questa era una visuale maledettamente ingenua, ringhiò fra sé.
Ciò che Vergil aveva fatto era la cosa più grossa mai accaduta alla scienza da…
Da quando? Non c’erano paragoni. Vergil Ulam era diventato un Dio. Nelle sue carni portava centinaia di miliardi di creature intelligenti.
Edward non riusciva ad afferrare quel concetto. — Eretico. Neo Luddita — borbottò a se stesso in pungente tono d’accusa.
Quando suonò il campanello alla porta di sicurezza del condominio, Vergil rispose quasi all’istante. — Sì? — canterellò, chiaramente esilarato e su di giri.
— Edward.
— Ehilà, Edward! Vieni su. Sto facendo il bagno. La porta è aperta.
Edward entrò nel soggiorno dell’appartamento e girò nel corridio che portava alla stanza da bagno. Vergil era nella vasca, immerso fino alla nuca in un’acqua color rosa. Sorrise vagamente all’amico e agitò il liquido con le mani. — Sembra che io mi sia tagliato i polsi, no? — disse allegramente. — Non preoccuparti. Adesso tutto è a posto. La Genetron sta preparandosi ad accogliermi. Bernard e Harrison, i ragazzi dei laboratori e tutta la baracca. — Il suo volto era costellato di pallide creste, e le mani pullulavano di tonde escrescenze bianche.
— Questa mattina ho parlato con Bernard — disse Edward, perplesso.
— Ehi, mi hanno chiamato proprio poco fa. — Vergil indicò il telefono-interfono del bagno. — Me ne sto qui da un’ora, un’ora e mezzo. A galleggiare e a pensare.
Edward sedette sulla tazza del cesso. La lampada al quarzo, spenta, era stata ficcata dietro il porta-asciugamani.
— Sei sicuro che questo è ciò che vuoi? — chiese, curvando le spalle.
— Sì. Sicurissimo — annuì Vergil. — Sarà una bella riunione di famiglia. Il ritorno del figliol prodigo, fin troppo prodigo. Sai, non ho mai capito cosa significhi prodigo. Non vorrà dire prodigioso? Io lo sono certamente. Torno in grande stile. Tutto sarà in grande stile d’ora in poi.
Il colore rosa dell’acqua non sembrava dovuto al sapone. — Usi sali da bagno? — domandò Edward. D’un tratto un altro pensiero gli fece accapponare la pelle.
— No — rispose Vergil. — Viene fuori dalla mia epidermide. Loro non mi dicono tutto, ma sospetto che mandino esploratori all’esterno. Ehilà, astronauti! Sicuro! — E guardò l’amico con un’espressione che non riusciva a esprimere paura; più che altro, anzi, curiosità su come lui avrebbe reagito.
Edward aveva i muscoli addominali contratti quasi in attesa di un secondo pugno. Fino allora non aveva voluto — non consciamente — considerare quella possibilità, preferendo lo sforzo di concentrarsi su problemi più immediati. — È la prima volta?
— Sì — disse Vergil, e rise. — Ho una mezza intenzione di lasciar andare quelle piccole pulci curiose giù per lo scarico. Di fargli scoprire cos’è realmente il mondo esterno.
— Potrebbero andare ovunque — osservò Edward.
— Abbastanza probabile.
Edward annuì. Abbastanza probabile. — Non mi hai mai presentato a Candice — disse. Vergil scosse il capo.
— Ehi, questo è vero. — Non aggiunse altro.
— Come… come ti senti?
— In questo momento molto bene. Devono essercene miliardi. — Agitò l’acqua con le dita, scrutandola. — Che ne pensi, devo lasciare che le pulci vadano fuori?
— Ho bisogno di bere qualcosa — disse Edward.
— Candice tiene una bottiglia di whisky in uno stipo, in cucina.
Edward s’inginocchiò accanto alla vasca, e Vergil lo scrutò incuriosito. — Che cosa dobbiamo fare? — mormorò.
L’espressione di Vergil mutò di colpo, trasformandosi in una maschera di tristezza. — Gesù, Edward, mia madre… vedi, stanno venendo a riprendermi con loro, ma lei mi ha chiesto… dovrei chiamarla. Parlarle. — Due lacrime gli scivolarono sulle creste che ormai gli deformavano le guance. — Mi ha chiesto di tornare da lei. Quando… quando sarebbe venuto il momento. È il momento, Edward?
— Sì — disse lui, sentendosi come sospeso in una nebbia brulicante di scintille. — Penso che debba esserlo. — Allungò una mano alla lampada al quarzo e le sue dita risalirono per il supporto in cerca dell’interruttore.
Vergil era stato uno studente goffo e bislacco, gli aveva fatto bere un punch per colorare di azzurro la sua urina, aveva giocato a tutti centinaia di scherzi di cattivo gusto, e non era mai cresciuto, mai diventato abbastanza maturo da capire quanto fosse in realtà geniale, e quanto capace di stravolgere il mondo.
Vergil frugò con una mano in cerca del tappo della vasca. — Sai, Edward, credo proprio che…
Non finì mai quella frase. Edward aveva inserito la spina nella presa a muro, sollevando la lampada, e dopo che l’ebbe gettata nella vasca balzò indietro per evitare il lampo e le zaffate di scintille che scaturirono dagli elettrodi fusi, mentre nell’aria si alzava un’onda di vapore.
La luce del bagno si spense. Vergil urlò, si agitò in brevi convulsioni che fecero schizzare l’acqua, ricadde indietro e poi tutto fu immobile, eccetto la spirale di fumo che gli saliva dai capelli e le bollicine che gorgogliavano fuori dalla lampada. Dalla finestra filtrava un raggio di sole che tagliava come una lama l’aria densa di fumo.
Edward sollevò il coperchio della tazza del gabinetto e vomitò. Poi si asciugò la faccia e barcollò lungo il corridoio fino in soggiorno. Le gambe gli si piegarono e cadde di traverso sul divano.
Ma non c’era tempo. Si tirò in piedi, debole per la nausea, e andò in cucina. Trovò il whisky di Candice, una bottiglia di Jack Daniel’s, e tornò nel bagno. Tolse il tappo, quindi versò il contenuto della bottiglia nella vasca cercando di non guardare il volto di Vergil. Ma occorreva qualcos’altro. Avrebbe dovuto sterilizzare bene tutto prima di andarsene.
Per un attimo fu sul punto di chiedere a Vergil se aveva della candeggina o dell’ammoniaca, ma si trattenne in tempo. Vergil era morto. Lo stomaco di Edward riprese a torcersi, un sussulto di vomito lo fece sbandare contro la parete del corridoio e per un poco restò lì con una guancia premuta contro la tappezzeria fredda. Da quando la sua vita aveva cominciato a diventare irreale?
Dal giorno in cui Vergil era entrato al Mount Freedom Medical Center. Questo era come un altro degli scherzi di Vergil, pensò. Gli aveva fatto bere un punch di follia che avrebbe colorato di nero tutto il resto della sua esistenza, col ricordo di ciò che aveva fatto a un amico.
Frugò negli armadietti di cucina ma trovò solo tovaglie e tovaglioli. In camera da letto aprì l’armadio ma non vide altro che vestiti e biancheria di Vergil. Solo allora si accorse che l’appartamento aveva i doppi servizi, e che oltre la camera da letto c’era un secondo bagno; da dove si trovava poteva vedere la tazza del gabinetto. Aggirò il letto disfatto ed entrò nel bagno. Era più grande dell’altro, e in fondo c’era una cabina separata per la doccia. Da sotto la porta usciva un rivoletto d’acqua. Edward cercò di accendere la luce, ma in quella parte dell’appartamento l’elettricità mancava; l’unica illuminazione era data dalla finestra della camera da letto. Dietro la tazza del cesso trovò comunque un contenitore di candeggina e una latta da mezzo litro di detergente ammoniacale.
Ripercorse il corridoio e vuotò entrambi i liquidi nella vasca, sempre evitando di guardare gli occhi spalancati di Vergil. Se ne levò un vapore aspro e puzzolente che lo costrinse a uscire ed a chiudere la porta, tossendo.