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Le vite dei più eccellenti pittori, scultori e architetti: 9 (Classici) (Italian Edition)

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Nel 1550 presso l'editore Torrentino a Firenze uscì la prima edizione delle Vite de' più eccellenti architetti, pittori e scultori italiani da Cimabue insino a' tempi nostri di Giorgio Vasari. Quest'opera, di vastissime dimensioni, costituisce ancora oggi un documento di fondamentale importanza per la storia dell'arte italiana dal Tre al Cinquecento. Servendosi del modello umanistico delle vite degli uomini illustri, Vasari si propone di mantenere viva la memoria delle opere d'arte, rimediando con la parola scritta alla loro inevitabile deperibilità fisica inventando un nuovo genere letterario, quello delle biografie di artisti. Le Vite costituiscono un ricchissimo catalogo di notizie, descrizioni, documenti degli artisti italiani, all'interno di una storia delle arti figurative ricostruita dall'autore con notevole coscienza critica.
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FINE DELLA VITA DI GIROLAMO DA TREVIGI, PITTORE

VITA DI PULIDORO DA CARAVAGGIO E MATURINO FIORENTINO PITTORI

Nell'ultima età dell'oro, che così si poté chiamare per gl'uomini virtuosi et artefici nobili la felice età di Leone Decimo, fra gl'altri spiriti nobilissimi ebbe luogo onorato Pulidoro da Caravaggio di Lombardia, non fattosi per lungo studio, ma stato prodotto e creato dalla natura pittore. Costui, venuto a Roma nel tempo che per Leone si fabbricavano le logge del palazzo del papa con ordine di Raffaello da Urbino, portò lo schifo, o vogliam dir vassoio pieno di calce, ai maestri che muravano, infino a che fu di età di diciotto anni. Ma cominciando Giovanni da Udine a dipignerle, e murandosi e dipignendosi, la volontà e l'inclinazione di Polidoro molto volta alla pittura, non restò di far sì ch'egli prese dimestichezza con tutti quei giovani che erano valenti, per veder i tratti et i modi dell'arte e mettersi a disegnar. Ma fra gl'altri, s'elesse per compagno Maturino fiorentino, allora nella cappella del papa, et alle anticaglie tenuto bonissimo disegnatore. Col quale praticando, talmente di quest'arte invaghì, che in pochi mesi fé cose (fatta prova del suo ingegno) che ne stupì ogni persona che lo aveva già conosciuto in quell'altro stato. Per la qual cosa, seguitandosi le logge, egli sì gagliardamente si essercitò con quei giovani pittori; che erano pratichi e dotti nella pittura, e sì divinamente apprese quella arte, che egli non si partì di su quel lavoro senza portarsene la vera gloria del più bello e più nobile ingegno, che fra tanti si ritrovasse. Per il che crebbe talmente l'amor di Maturino a Polidoro e di Polidoro a Maturino, che deliberarono come fratelli e veri compagni, vivere insieme e morire. E rimescolato le volontà, i danari e l'opere, di comune concordia si misero unitamente a lavorare insieme.

E perché erano in Roma pur molti che di grado, d'opere e di nome i coloriti loro conducevano più vivaci et allegri, e di favori più degni e più sortiti, cominciò a entrargli nell'animo, avendo Baldassarre Sanese fatto alcune facce di case di chiaro scuro, d'imitar quell'andare et a quelle, già venute in usanza, attendere da indi innanzi. Per che ne cominciarono una a Monte Cavallo dirimpetto a S. Salvestro in compagnia di Pellegrino da Modena, la quale diede loro animo di poter tentare se quello dovesse essere il loro essercizio; e ne seguitarono dirimpetto alla porta del fianco di S. Salvatore del Lauro un'altra; e similmente fecero da la porta del fianco della Minerva un'istoria, e di sopra S. Rocco a Ripetta un'altra, che è uno fregio di mostri marini. E ne dipinsero infinite in questo principio, manco buone dell'altre, per tutta Roma, che non accade qui raccontarle per avere eglino poi in tal cosa operato meglio. Laonde, inanimiti di ciò, cominciarono sì a studiare le cose dell'antichità di Roma, ch'eglino contraffacendo le cose di marmo antiche ne' chiari e scuri loro, non restò vaso, statue, pili, storie né cosa intera o rotta, ch'eglino non disegnassero e di quella non si servissero. E tanto con frequentazione e voglia, a tal cosa posero il pensiero, che unitamente presero la maniera antica e tanto l'una simile all'altra, che sì come gl'animi loro erano d'uno istesso volere, così le mani ancora esprimevano il medesimo sapere. E benché Maturino non fosse quanto Polidoro aiutato dalla natura, poté tanto l'osservanza dello stile nella compagnia, che l'uno e l'altro pareva il medesimo, dove poneva ciascuno la mano, di componimenti, d'aria e di maniera. Fecero su la piazza di Capranica per andar in Colonna, una facciata con le virtù teologiche et un fregio sotto le finestre, con bellissima invenzione, una Roma vestita, e per la fede figurata col calice e con l'ostia in mano aver prigione tutte le nazioni del mondo, e concorrere tutti i popoli a portarle i tributi, et i Turchi all'ultima fine distrutti, saetare l'arca di Macometto, conchiudendo finalmente col detto della scrittura, che sarà un ovile et un pastore. E nel vero eglino d'invenzione non ebbero pari; di che ne fanno fede tutte le cose loro, cariche di abbigliamenti, vesti, calzari, strane bizzarrie, e con infinita maraviglia condotte. Et ancora ne rendono testimonio le cose loro, da tutti i forestieri pittori disegnate sì di continuo, che per utilità hanno essi fatto all'arte della pittura, per la bella maniera che avevano e per la bella facilità, che tutti gli altri da Cimabue in qua insieme non hanno fatto. Laonde si è veduto di continuo, et ancor si vede per Roma, tutti i disegnatori essere più volti alle cose di Polidoro e di Maturino, che a tutte l'altre pitture moderne. Fecero in Borgo Nuovo una facciata di graffito, e sul canto della Pace un'altra di graffito similmente; e poco lontano a questa, nella casa degli Spinoli per andar in Parione, una facciata, dentrovi le lotte antiche, come si costumavano, et i sacrifizii e la morte di Tarpea. Vicino a Torre di Nona verso il ponte S. Angelo si vede una facciata piccola col trionfo di Camillo et un sacrifizio antico. Nella via, che camina, all'imagine di Ponte è una facciata bellissima con la storia di Perillo, quando egli è messo nel toro di bronzo da lui fabbricato, nella quale si vede la forza di coloro che lo mettono in esso toro, et il terrore di chi aspetta vedere tal morte inusitata. Oltra che vi è a sedere Falari (come io credo) che comanda con imperiosità bellissima che e' si punisca il troppo feroce ingegno che aveva trovato crudeltà nuova per ammazzar gli uomini con maggior pena. Et in questa si vede un fregio bellissimo di fanciulli figurati di bronzo, et altre figure. Sopra questa fece poi un'altra facciata di quella casa stessa, dove è la imagine che si dice di Ponte, ove con l'ordine senatorio vestito nello abito antico romano più storie da loro figurate si veggono. Et alla piazza della Dogana allato a S. Eustachio una facciata di battaglie. E dentro in chiesa a man destra entrando si conosce una cappellina con le figure dipinte da Polidoro. Fecero ancora sopra Farnese un'altra de' Cepperelli, et una facciata dietro alla Minerva, nella strada che va a' Maddaleni, dentrovi storie romane, nella quale, fra l'altre cose belle si vede un fregio di fanciulli di bronzo contrafatti che trionfano, condotto con grandissima grazia e somma bellezza. Nella faccia de' Buoni Auguri, vicino alla Minerva, sono alcune storie di Romolo bellissime, cioè quando egli con l'aratro disegna il luogo per la città, e quando gli avoltoi gli volano sopra; dove, imitando gli abiti, le cere e le persone antiche, pare veramente che gli uomini siano quelli istessi. E nel vero che di tal magisterio nessuno ebbe mai in quest'arte né tanto disegno, né più bella maniera, né sì gran pratica o maggior prestezza. E ne resta ogni artefice sì maravigliato, ogni volta che quelle vede, ch'è forza stupire che la natura abbia in questo secolo potuto avere forza di farci per tali uomini veder i miracoli suoi.

Fecero ancora, sotto Corte Savella, nella casa che comperò la signora Gostanza, quando le Sabine son rapite; la qual istoria fa conoscere non meno la sete et il bisogno del rapirle, che la fuga e la miseria delle meschine portate via da diversi soldati, et a cavallo et in diversi modi. E non sono in questa sola simili avvertimenti, ma anco e molto più nelle istorie di Muzio e d'Orazio, e la fuga di Porsena re di Toscana. Lavorarono nel giardino di Messer Stefano dal Bufalo, vicino alla fontana di Trevi, storie bellissime del fonte di Parnaso. E vi fecero grottesche e figure piccole, colorite molto bene. Similmente nella casa del Baldassino, da S. Agostino, fecero graffiti e storie, e nel cortile alcune teste d'imperatori sopra le finestre. Lavorarono in Monte Cavallo vicino a S. Agata una facciata dentrovi infinite e diverse storie, come quando Tuzia vestale porta dal Tevere al tempio l'acqua nel crivello, e quando Claudia tira la nave con la cintura. E così lo sbaraglio che fa Camillo, mentre che Brenno pesa l'oro. E nella altra facciata doppo il cantone, Romolo et il fratello alle poppe della lupa, e la terribilissima pugna d'Orazio, che mentre solo fra mille spade difende la bocca del ponte, ha dietro a sé molte figure bellissime, che in diverse attitudini con grandissima sollecitudine, co' picconi tagliano il ponte. Èvvi ancora Muzio Scevola, che nel cospetto di Porsena abbrucia la sua stessa mano che aveva errato nell'uccidere il ministro in cambio del re; dove si conosce il disprezzo del re et il desiderio della vendetta. E dentro in quella casa fecero molti paesi. Lavorarono la facciata di S. Pietro in Vincola e le storie di S. Pietro in quella con alcuni profeti grandi. E fu tanto nota per tutto la fama di questi maestri, per l'abbondanza del lavoro, che furono cagione le publiche pitture da loro con tanta bellezza lavorate, che meritarono lode grandissima in vita, et infinita et eterna, per l'imitazione, l'hanno avuta dopo la morte. Fecero ancora su la piazza, dove è il palazzo de' Medici, dietro a Naona, una faccia coi trionfi di Paulo Emilio, et infinite altre storie romane. Et a S. Salvestro di Monte Cavallo, per fra Mariano, per casa e per il giardino alcune cosette; et in chiesa li dipinsero la sua cappella e due storie colorite di S. Maria Maddalena, nelle quali sono i macchiati de' paesi fatti con somma grazia e discrezione, perché Polidoro veramente lavorò i paesi e macchie d'alberi e sassi, meglio d'ogni pittore. Et egli nell'arte è stato cagione di quella facilità, che oggi usano gl'artefici nelle cose loro.

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