Le vite dei più eccellenti pittori, scultori e architetti: 9 (Classici) (Italian Edition)
- Автор: Вазари Джорджо
- Язык: итальянский
- Жанр: Картины, альбомы, иллюстрированные каталоги
Электронная книга - «Le vite dei più eccellenti pittori, scultori e architetti: 9 (Classici) (Italian Edition)». Краткое содержание книги:
Aveva Polidoro tenuto molto tempo un garzone di quel paese, il quale portava maggiore amore a' danari di Polidoro, che a lui, ma per averli così sul banco, non poté mai porvi su le mani e con essi partirsi. Per il che caduto in un pensiero malvagio e crudele, deliberò la notte seguente, mentre che dormiva, con alcuni suoi congiurati amici, dargli la morte e poi partire i danari fra loro. E così in sul primo sonno assalitolo, mentre dormiva forte, aiutato da coloro, con una fascia lo strangolò. E poi datogli alcune ferite, lo lasciarono morto. E per mostrare ch'essi non l'avessero fatto, lo portarono su la porta della donna da Polidoro amata, fingendo che, o parenti, o altri in casa l'avessero amazzato. Diede dunque il garzone buona parte de' danari a que' ribaldi, che sì brutto eccesso avevan commesso; e quindi fatteli partire, la mattina piangendo andò a casa un Conte, amico del morto maestro, e raccontogli il caso; ma per diligenza che si facesse in cercar molti di chi avesse cotal tradimento commesso, non venne alcuna cosa a luce. Ma pure come Dio volle, avendo la natura e la virtù a sdegno d'essere per mano della fortuna percosse, fecero a uno, che interesso non ci aveva, dire che impossibil era che altri che tal garzone l'avesse assassinato. Per il che il Conte gli fece por le mani addosso, et alla tortura messolo, senza che altro martorio gli dessero, confessò il delitto, e fu dalla giustizia condannato alle forche, ma prima con tanaglie affocate per la strada tormentato et ultimamente squartato.
Ma non per questo tornò la vita a Polidoro, né alla pittura si rese quello ingegno pellegrino e veloce, che per tanti secoli non era più stato al mondo. Per il che se allora che morì, avesse potuto morire con lui, sarebbe morta l'invenzione, la grazia e la bravura nelle figure dell'arte. Felicità della natura e della virtù nel formare in un corpo così nobile spirto; et invidia et odio crudele di così strana morte nel fato e nella fortuna sua, la quale, se bene gli tolse la vita, non gli torrà per alcun tempo il nome. Furono fatte l'essequie sue solennissime, e con doglia infinita di tutta Messina nella chiesa catedrale datogli sepoltura l'anno 1543.
Grande obligo hanno veramente gl'artefici a Polidoro per averla arrichita di gran copia di diversi abiti, e stranissimi e varii ornamenti, e dato a tutte le sue cose grazia et ornamento; similmente per avere fatto figure d'ogni sorte, animali, casamenti, grottesche e paesi così belli, che dopo lui chiunche ha cercato d'essere universale l'ha imitato. Ma è gran cosa e da temerne, il vedere, per l'esempio di costui, la instabilità della fortuna e quello che ella sa fare, facendo divenire eccellenti in una professione, uomini da chi si sarebbe ogn'altra cosa aspettato, con non piccola passione di chi ha nella medesima arte molti anni in vano faticato. È gran cosa, dico, vedere i medesimi, dopo molti travagli e fatiche, essere condotti dalla stessa fortuna a misero et infelicissimo fine, allora che aspettavano di goder il premio delle loro fatiche: e ciò con sì terribili e mostruosi casi, che la stessa pietà se ne fugge, la virtù s'ingiuria, et i beneficii d'una incredibile e straordinaria ingratitudine si ristorano. Quanto dunque può lodarsi la pittura della virtuosa vita di Polidoro, tanto può egli dolersi della fortuna, che se gli mostrò un tempo amica, per condurlo poi, quando meno ciò si aspettava, a dolorosa morte.
VITA DEL ROSSO PITTOR FIORENTINO
Gli uomini pregiati che si danno alle virtù, e quelle con tutte le forze loro abbracciano, sono pur qualche volta, quando manco ciò si aspettava, esaltati et onorati eccessivamente nel cospetto di tutto il mondo; come apertamente si può vedere nelle fatiche che il Rosso pittor fiorentino pose nell'arte della pittura. Le quali, se in Roma et in Fiorenza non furono da quei che le potevano rimunerare sodisfatte, trovò egli pure in Francia chi per quelle lo riconobbe di sorte, che la gloria di lui poté spegnere la sete in ogni grado d'ambizione che possa 'l petto di qual si voglia artefice occupare. Né poteva egli in quell'essere conseguir dignità, onore, o grado maggiore, poi che sopra ogn'altro del suo mestiero, da sì gran re, come è quello di Francia, fu ben visto e pregiato molto. E nel vero i meriti d'esso erano tali, che se la fortuna gli avesse procacciato manco, ella gli avrebbe fatto torto grandissimo. Con ciò fusse che il Rosso era, oltra la pittura, dotato di bellissima presenza; il modo del parlar suo era molto grazioso e grave; era bonissimo musico et aveva ottimi termini di filosofia, e quel che importava più che tutte l'altre sue bonissime qualità, fu che egli del continuo nelle composizione delle figure sue era molto poetico, e nel disegno fiero e fondato, con leggiadra maniera e terribilità di cose stravaganti, et un bellissimo compositore di figure. Nella architettura fu eccellentissimo e straordinario, e sempre, per povero ch'egli fosse, fu ricco d'animo e di grandezza. Per il che coloro che nelle fatiche della pittura terranno l'ordine che 'l Rosso tenne, saranno di continuo celebrati come son l'opre di lui. Le quali di bravura non hanno pari, e senza fatiche di stento son fatte, levato via da quelle un certo tisicume e tedio, che infiniti patiscono per fare le loro cose di niente parere qualche cosa. Disegnò il Rosso nella sua giovanezza al cartone di Michele Agnolo, e con pochi maestri volle stare all'arte, avendo egli una certa sua opinione contraria alle maniere di quegli, come si vede fuor della porta a S. Pier Gattolini di Fiorenza, a Marignolle, in un tabernacolo lavorato a fresco per Piero Bartoli con un Cristo morto, dove cominciò a mostrare quanto egli desiderasse la maniera gagliarda e di grandezza più degl'altri, leggiadra e maravigliosa. Lavorò sopra la porta di San Sebastiano de' Servi, essendo ancor sbarbato, quando Lorenzo Pucci fu da papa Leone fatto cardinale, l'arme de' Pucci con due figure che in quel tempo fece maravigliare gli artefici, non si aspettando di lui quello che riuscì. Onde gli crebbe l'animo talmente, che avendo egli a maestro Giacopo frate de' Servi, che attendeva alle poesie, fatto un quadro d'una Nostra Donna con la testa di S. Giovanni Evangelista mezza figura, persuaso da lui fece nel cortile de' detti Servi, allato alla storia della Visitazione che lavorò Giacopo da Pontormo, l'assunzione di Nostra Donna, nella quale fece un cielo d'Angeli tutti fanciulli ignudi, che ballano intorno alla Nostra Donna acerchiati, che scortano con bellissimo andare di contorni e con graziosissimo modo girati per quell'aria; di maniera che, se il colorito fatto da lui fosse con quella maturità d'arte che egli ebbe poi col tempo, avrebbe, come di grandezza e di buon disegno paragonò l'altre storie, di gran lunga ancora trapassate. Fecevi gli Apostoli carichi molto di panni e di troppa dovizia di essi pieni, ma le attitudini et alcune teste sono più che bellissime. Fecegli far lo Spedalingo di S. Maria Nuova una tavola, la quale, vedendola abbozzata, gli parvero, come colui ch'era poco intendente di questa arte, tutti quei Santi diavoli, avendo il Rosso costume, nelle sue bozze a olio, di fare certe arie crudeli e disperate, e nel finirle poi addolciva l'aria e riducevale al buono. Per che se li fuggì di casa e non volle la tavola, dicendo che lo aveva giuntato. Dipinse medesimamente sopra un'altra porta che entra nel chiostro del convento de' Servi, l'arme di papa Leone con due fanciulli, oggi guasta. E per le case de' cittadini si veggono più quadri e molti ritratti. Fece per la venuta di papa Leone a Fiorenza sul canto de' Bischeri un arco bellissimo. Poi lavorò al signor di Piombino una tavola con un Cristo morto bellissimo, e gli fece ancora una cappelluccia. E similmente a Volterra dipinse un bellissimo Deposto di croce. Perché cresciuto in pregio e fama, fece in S. Spirito di Fiorenza la tavola de' Dei, la quale già avevano allogato a Raffaello da Urbino, che la lasciò per le cure dell'opera che aveva preso a Roma. La quale il Rosso lavorò con bellissima grazia e disegno e vivacità di colori. Né pensi alcuno che nessuna opera abbia più forza o mostra più bella di lontano, di quella, la quale, per la bravura nelle figure e per l'astrattezza delle attitudini, non più usata per gli altri, fu tenuta cosa stravagante. E se bene non gli fu allora molto lodata, hanno poi a poco a poco conosciuto i popoli la bontà di quella, e gli hanno dato lode mirabili; perché nell'unione de' colori non è possibile far più, essendo che i chiari, che sono sopra dove batte il maggior lume, con i men chiari vanno a poco a poco con tanta dolcezza et unione a trovar gli scuri con artifizio di sbattimenti d'ombre, che le figure fanno addosso l'una all'altra figura, perché vanno per via di chiari scuri facendo rilievo l'una all'altra. E tanta fierezza ha quest'opera, che si può dire ch'ella sia intesa e fatta con più giudizio e maestria, che nessun'altra che sia stata dipinta da qual si voglia più giudizioso maestro. Fece in San Lorenzo la tavola di Carlo Ginori dello sponsalizio di Nostra Donna, tenuto cosa bellissima. Et in vero in quella sua facilità del fare non è mai stato chi di pratica o di destrezza l'abbi potuto vincere, né a gran lunga accostarseli; per esser egli stato nel colorito sì dolce, e con tanta grazia cangiato i panni, che il diletto, che per tale arte prese, lo fé sempre tenere lodatissimo e mirabile, come chi guarderà tale opera conoscerà tutto questo ch'io scrivo esser verissimo, considerando gl'ignudi, che sono benissimo intesi, e con tutte l'avvertenze della notomia. Sono le femmine graziosissime e l'acconciature de' panni bizarre e capricciose. Similmente ebbe le considerazioni, che si deono avere, sì nelle teste de' vecchi con cere bizarre, come in quelle delle donne e dei putti, con arie dolci e piacevoli. Era anco tanto ricco d'invenzioni, che non gl'avanzava mai niente di campo nelle tavole, e tutto conduceva con tanta facilità e grazia, che era una maraviglia. Fece ancora a Giovanni Bandini un quadro d'alcuni ignudi bellissimi, in una storia di Mosè quando ammazza l'Egizzio, nel quale erano cose lodatissime; e credo che in Francia fosse mandato. Similmente un altro ne fece a Giovanni Cavalcanti, che andò in Inghilterra, quando Iacob piglia il bere da quelle donne alla fonte, che fu tenuto divino, atteso che vi erano ignudi e femmine lavorate con somma grazia, alle quali egli di continuo si dilettò far panniccini sottili, acconciature di capo con trecce et abbigliamenti per il dosso.