Il nemico dei Vor [Brothers in Arms - es]
- Автор: Буджолд Лоис Макмастер
- Серия: Barrayar (it) #12
- Год: 1994
- Язык: итальянский
- Год: Nord
- ISBN: 88-429-0786-3
- Переводчик: Maria Cristina Pietri
- Жанр: Космическая фантастика
Электронная книга - «Il nemico dei Vor [Brothers in Arms - es]». Краткое содержание книги:
«È già stato fatto.»
«Ma queste pratiche continuano. A quanto pare non è stato fatto abbastanza.»
Lei non sembrava affatto attratta da quella prospettiva. «Se vorrà lavorare con me, ammiraglio, potrà avere voce in capitolo nel servizio, altrimenti… be’, lei fa notizia.»
«Mi spiace» rispose scuotendo la testa con riluttanza, «non posso.» La sua attenzione venne attratta dalla scena che si svolgeva vicino alla macchina della polizia. «Mi scusi» disse con aria distratta. La giornalista scrollò le spalle e andò in cerca delll’olocameraman, mentre Miles si allontanava.
Stavano portando via Elli.
«Non preoccuparti, Miles, sono già stata arrestata altre volte» cercò di rassicurarlo. «Non è niente di serio.»
«Il comandante Quinn è la mia guardia del corpo personale» protestò Miles rivolto al capitano di polizia, «ed era in servizio, mi sembra evidente. E lo è ancora. Mi serve!»
«Basta, Miles, calmati» gli sussurrò Elli. «O potrebbero finire con l’arrestare anche te.»
«Me! Io sono la vittima! Quei due mascalzoni hanno cercato di appiattirmi!»
«Be’, porteranno via anche loro, non appena i ragazzi della scientifica avranno riempito i sacchetti. Non puoi pretendere che le autorità prendano per buona la nostra parola senza fiatare. Ricostruiranno i fatti, controlleranno la nostra versione e poi mi rilasceranno.» Rivolse un sorriso al capitano di polizia, che si sciolse a vista d’occhio. «Anche i poliziotti sono esseri umani.»
Elli aveva ragione: se avesse fatto troppo chiasso, ai poliziotti poteva venire in mente di ordinare alla sua navetta di restare a terra… o peggio. Chissà se i dendarii sarebbero mai tornati in possesso di quel lanciarazzi, adesso confiscato come arma del delitto. Si chiese se l’arresto della sua guardia del corpo non fosse la prima fase di un complotto contro di lui. Chissà se il medico della flotta aveva qualche psicofarmaco in grado di curare la paranoia galoppante? Ma anche se lo aveva, probabilmente lui sarebbe stato allergico. Strinse i denti e trasse un lungo respiro, per calmarsi.
Una navetta a due posti stava uscendo dall’hangar dei dendarii. E adesso cos’era, quello? Miles gettò un’occhiata al proprio cronometro e si rese conto che aveva già perso cinque delle sue preziosissime ventiquattr’ore ciondolando in quello spazioporto. Avendo visto che ora fosse, seppe anche chi era arrivato, e imprecò in preda alla frustrazione. Elli si servì di quell’attimo di distrazione per sospingere il capitano di polizia verso l’auto, rivolgendo al tempo stesso un allegro cenno della mano a Miles, per rassicurarlo. La giornalista, grazie a Dio, era andata ad intervistare le autorità dello spazioporto.
Immacolata, lustra ed elegantissima nella sua migliore divisa di velluto grigio, il tenente Bone uscì dal veicolo e si avvicinò agli uomini che erano rimasti alla scaletta di imbarco dell’altra navetta. «Ammiraglio Naismith? È pronto per il nostro appuntamento, signore… oh» esclamò osservandolo.
Miles esibì uno smagliante sorriso dal volto escoriato e sporco, consapevole di avere i capelli impiastricciati di sangue rappreso, il colletto impregnato di sangue, la giacca macchiata e i pantaloni strappati alle ginocchia. «Lei comprerebbe una corazzata tascabile utilizzata da un comandante conciato in questo modo?» cinguettò.
«Non credo» sospirò Bone. «La banca con cui trattiamo è molto formale.»
«Niente senso dell’umorismo?»
«Non quando c’è di mezzo il denaro.»
«Giusto.» Si trattenne dal fare altre battute, perché sarebbero apparse come un riflesso nervoso involontario. Fece per passarsi una mano tra i capelli, trasalì e si limitò a sfiorare dolcemente la medicazione provvisoria che gli aveva fatto Elli. «E tutte le mie uniformi di ricambio sono in orbita… e non sono affatto ansioso di andarmene in giro per Londra senza Quinn al mio fianco. Non adesso, in ogni caso. E poi devo vedere il medico per questa spalla… c’è qualcosa che non va» (un dolore lancinante, se proprio si voleva scendere nei dettagli tecnici) «e ci sono nuovi dubbi, molto seri su dov’è finito il nostro trasferimento di credito.»
«Davvero?» disse Bone, cogliendo immediatamente il punto essenziale.
«Brutti sospetti, che devo controllare. Va bene» aggiunse poi arrendendosi all’inevitabile, «cancelli il mio appuntamento alla banca per oggi. E ne prenda un altro per domani, se è possibile.»
«Sissignore» Bone eseguì il saluto e si allontanò.
«Ah» la richiamò Miles, «non c’è bisogno che accenni alla ragione per cui sono stato trattenuto, eh?»
Bone sollevò un angolo della bocca. «Non me lo sognerei mai» lo rassicurò con fervore.
Sulla Triumph, che seguiva una stretta orbita attorno alla Terra, il medico rivelò una microscopica frattura alla scapola destra, diagnosi che non lo sorprese affatto. Il medico gli somministrò degli elettrostimolanti e immobilizzò il braccio in una scomodissima ingessatura di plastica, della quale Miles non fece che lamentarsi fino a quando il medico lo minacciò di ingessarlo da capo a piedi. Sgattaiolò dunque fuori dall’infermeria non appena ebbe finito di curargli la ferita alla nuca, prima che si lasciasse prendere la mano dall’idea.
Dopo essersi ripulito, Miles rintracciò il capitano Elena Bothari-Jesek, uno dei tre dendarii a conoscenza della sua vera identità; il terzo era il marito di lei e ingegnere capo della flotta, il commodoro Baz Jesek. Anzi, era probabile che Elena ne sapesse su Miles esattamente quanto ne sapeva lui stesso, perché lei era la figlia della sua ex-guardia del corpo ed erano cresciuti insieme.
Elena era diventata ufficiale della flotta dendarii per volere di Miles quando questi l’aveva creata, o se l’era trovata per le mani, o comunque si volesse descrivere l’inizio caotico di questa interminabile e complicatissima operazione segreta. Anzi, in realtà era stata nominata ufficiale, e lo era poi diventata effettivamente grazie al suo coraggio, alle fatiche e alla dedizione agli studi. Elena era un donna capace di concentrazione ineguagliabile e di fedeltà assoluta e Miles ne era fiero come se fosse stato lui ad inventarla. Gli altri sentimenti che provava verso di lei, riguardavano lui solo.
Quando entrò nel quadrato ufficiali, Elena accennò a un gesto che era una via di mezzo tra un saluto ufficiale e un cenno amichevole, accompagnato dal suo sorriso sobrio. Miles ricambiò il cenno e si accomodò in una sedia al suo tavolo. «Salve, Elena. Devo affidarti una missione di sicurezza.»
Il corpo snello e alto di lei era raggomitolato nella sedia e gli occhi scuri brillavano curiosi. I corti capelli neri incorniciavano il viso come un cappuccio, la pelle chiara, i tratti non belli ma aristocratici e fieri. Miles fissò le proprie mani tozze, appoggiate alla tavola, per evitare di perdersi in quelle fattezze sottili. Ancora. Sempre.
«Ah…» gettò un’occhiata intorno alla stanza e scorse lo sguardo interessato di due tecnici seduti ad un tavolo vicino. «Mi spiace, ragazzi, questo non è per voi.» Fece un gesto con il pollice e i due, raccolto il segnale e il loro caffè, uscirono dalla stanza con un sorriso.
«Che genere di missione di sicurezza?» chiese Elena, dando un morso al panino.
«Una missione che non deve venire a conoscenza di nessuno: né dei dendarii e nemmeno dell’ambasciata barrayarana qui sulla Terra. Soprattutto dell’ambasciata. Una missione di corriere. Voglio che tu prenoti un biglietto sul più veloce trasporto disponibile diretto a Tau Ceti e porti un messaggio del tenente Vorkosigan al Quartier Generale della Sicurezza di Settore della nostra ambasciata. Il mio ufficiale comandante barrayarano qui sulla Terra non ne sa nulla e io preferirei che restasse all’oscuro.»