Appuntamento nel tempo [Bid Time Return - it]
- Автор: Мэтисон Ричард
- Год: 1997
- Язык: итальянский
- Год: Mondadori
- Переводчик: Vittorio Curtoni
- Жанр: Ужасы
Электронная книга - «Appuntamento nel tempo [Bid Time Return - it]». Краткое содержание книги:
Dopo un po’, la sensazione è diminuita e ho riaperto gli occhi. Ho fissato il complesso disegno floreale del tappeto. Quando la testa mi si è schiarita un poco di più, l’ho sollevata e ho guardato in direzione del cassettone. Uno dei cassetti inferiori era parzialmente aperto, e ho visto all’interno una camicia. L’ho fissata, confuso. Era mia?
Ancora una volta, le capacità del mio cervello si sono messe in azione con una lentezza incredibile. Ovviamente, la camicia apparteneva al cliente che occupava quella stanza. Arrivare lì mentre lui era fuori era stata una grossa fortuna.
Ho guardato il lampadario appeso al soffitto. Ognuno dei quattro globi bianchi era collegato all’estremità di un gambo di metallo curvo, tubolare. “Elettricità” ho pensato. Sapevo che nel 1896 esisteva già l’illuminazione elettrica, ma mi è parsa vagamente anacronistica.
Ho abbassato gli occhi e guardato verso l’armadio, che si trovava nella solita posizione. L’anta era spalancata. Ho visto all’interno due abiti, un paio di stivali in basso, due cappelli su uno scaffale in alto. Li ho fissati per diversi secondi finché, all’improvviso, mi è venuto in mente che il proprietario di quei capi d’abbigliamento poteva rientrare da un momento all’altro. Dovevo andarmene.
E in quell’istante, ho compreso.
“Ero nello stesso posto in cui si trovava Elise.”
Ho cercato di alzarmi troppo in fretta e, di nuovo, il buio vorticoso ha minacciato di inghiottirmi. Ma non potevo permettermi di afflosciarmi. Aggrappandomi alla testiera del letto, ansimando, ho continuato a inspirare finché la vertigine non è diminuita. Poi ho lasciato andare la testiera e ho provato a reggermi in piedi da solo. Ho dovuto riafferrare all’istante il pesante legno. “Mio Dio” ho pensato, “sarà sempre così?” Come potevo sperare di potermi aggirare per l’hotel se non riuscivo nemmeno a stare in piedi?
Stringendo i denti, mi sono ordinato di lasciare la testiera. Ho soffocato il desiderio di aggrapparmi un’altra volta. In qualche modo, barcollando, sono riuscito a reggermi sulle gambe, come un bambino incerto che stia per azzardare il suo primo passo. Il paragone è appropriato. Come uomo del 1896 ero, quasi letteralmente, un neonato, costretto a imparare l’uso degli arti in quel mondo nuovo e sconosciuto.
Alla fine, i tremiti si sono placati. Inspirando una boccata d’aria per prendere forza (“aria del 1896” ho pensato), ho accennato il primo passo. Le gambe hanno minacciato di cedere, e allora ho fatto il passo successivo di sghembo, come un ubriaco. Senza concedermi pause, ho fatto un altro passo, poi un altro. Sembravo il mostro di Frankenstein nell’interpretazione di Karloff, con le mani tese in avanti ad artiglio, in cerca di un sostegno. Sono riuscito a stento a raggiungere il cassettone senza cadere. Riverso sul mobile, mi sono appoggiato al piano con entrambe le mani e ho fissato lo specchio. La mia immagine era ondulata, come se venisse riflessa da acque agitate. Ho chiuso gli occhi.
Più di un minuto dopo, credo, li ho riaperti e ho lanciato un cauto sguardo allo specchio. Il pallore del mio volto mi ha fatto sussultare. Avevo l’aria di essermi appena rialzato dal letto di morte. Mi sono chiesto se fosse una conseguenza fisica del viaggio nel tempo.
— Secondo me hai lasciato là tutto il tuo sangue — ho detto allo sconosciuto dal viso terreo nello specchio. Lui ha sussultato al suono inatteso della mia voce, poi ha sorriso pallido. Ho visto muoversi il suo pomo d’Adamo quando ha deglutito. — Ce la farai — gli ho detto. Lui ha annuito, accettando la rassicurazione.
Ho abbassato gli occhi sul piano del cassettone, sorpreso nello scoprire che non avevo fatto cadere nemmeno uno dei numerosi oggetti: una ciotola con l’orlo dorato che conteneva un pennello da barba ancora umido, un rasoio a mano libera con l’impugnatura in avorio, una scopetta col manico intagliato, e qualcosa che non ho riconosciuto. Sembrava un manico di coltello in argento.
Incuriosito, l’ho raccolto con la destra e l’ho studiato più a fondo. Non capivo ancora cosa fosse. Rialzatomi, con la sinistra ho slacciato il nastro annodato sull’oggetto, e dal manico è uscita una serie di piccoli fili di stoffa, tutti attaccati al nastro. Uno dei fili, il più spesso, era di metallo, e sopra vi erano incise le parole GUARISCO TUTTE LE FERITE, TRANNE QUELLE D’AMORE. Mi sono accorto che il retro di uno dei fili di tessuto era appiccicoso, e dopo diversi momenti ho deciso che doveva trattarsi di un emostatico per la rasatura.
Ho reinserito i fili nell’oggetto e l’ho messo giù. Dovevo uscire dalla stanza prima che l’uomo tornasse. La prospettiva di tentare di spiegare la mia presenza lì mi raggelava. Dopo avere raggiunto il 1896, sarebbe stato grottesco venire arrestato per furto con scasso. Ammesso che usassero già quell’espressione.
Adesso riuscivo a reggermi da solo, pur con una certa difficoltà. Ho guardato di nuovo, nello specchio, lo spettro dall’aria stravolta. “Come faccio a cavarmela?” mi sono chiesto. Restare in piedi era già abbastanza difficile. L’idea di percorrere interminabili corridoi per raggiungere Elise mi sgomentava.
Mi sono trovato a fissare la scopetta. Sopra c’erano incise le parole “Giusto un goccio.” L’ho presa su, e con enorme stupore ho sentito un gorgoglio provenire dall’interno del manico. Il mio cervello continuava a funzionare con plumbea lentezza. Non riuscivo a capire che rapporto potesse avere la frase “Giusto un goccio” col fatto di spazzolare i vestiti.
Quando ho cercato di svitare il manico, mi sono di nuovo sentito impotente come un neonato. La mia debolezza era paurosa. Quando il manico ha cominciato a svitarsi, mi ero ormai convinto di non poter fare nulla di nulla in quel nuovo ambiente.
Lentamente, ho tolto il manico e ho avvicinato l’estremità aperta della scopetta al naso. L’aroma pungente del brandy mi ha assalito le narici e gli occhi, mi ha fatto tossire. Ho allontanato la fiaschetta e ho aspettato diversi secondi prima di bere un sorso.
Il fuoco filiforme che mi è sceso in gola mi ha tolto il respiro. Scosso da uno spasmo di tosse, ho quasi lasciato cadere la fiaschetta. Sempre più preoccupato, mi sono reso conto che adesso il mio corpo sembrava fatto di vetro pesante ma fragile, pronto a spezzarsi a ogni colpo di tosse. Ho lottato per controllare lo spasmo, appoggiandomi al cassettone a occhi chiusi, il viso contorto nello sforzo.
Quando finalmente la tosse si è calmata, ho aperto gli occhi e ho guardato, dietro un velo di lacrime, la mia immagine riflessa. Ho riavvitato il manico, ho messo giù la scopetta, mi sono sfregato gli occhi. L’immagine è tornata nitida. Avevo ancora un’aria stravolta, però sulle mie guance c’era un’ombra di colore. “Non c’è da meravigliarsi se per gli infarti cardiaci consigliano il brandy”, ho pensato. Il liquore stava riattaccando l’uno all’altro i frammenti del mio corpo come una colla potentissima. Ho abbassato lo sguardo sul cassetto socchiuso. Vicino alla camicia c’era una scatola aperta di bottoni placcati, e accanto, una rivista intitolata “The Five Cent Wide Awake Library”.
Mi sono tirato su. L’effetto del brandy era notevole. La mia testa era sensibilmente meno pesante, e le gambe parevano contenere ossa e tessuti, non solo gelatina. Tremante, mi sono reso conto che ormai potevo avviarmi per andare da lei.
Mi sono dato un’ultima occhiata nello specchio. Cravatta a posto, abito in perfetto ordine. Lentamente, ho alzato una mano per risistemare i capelli nei punti in cui la pressione del cuscino li aveva appiattiti; ho controllato la tasca interna della giacca e ho constatato di avere ancora il denaro. Poi mi sono riempito i polmoni con l’aria calda della stanza, ho lasciato il cassettone e mi sono diretto alla porta a passi lenti, misurati. Mi sentivo ancora leggermente stordito, ma se non altro riuscivo a controllare le gambe.