Il paese del maleficio [Calamity Town - it]
- Автор: Куин (Квин) Эллери
- Год: 1951
- Язык: итальянский
- Год: Mondadori
- Переводчик: Franco Cordelli
- Жанр: Криминальные детективы
Электронная книга - «Il paese del maleficio [Calamity Town - it]». Краткое содержание книги:
«Oh, sì!» convenne umilmente Ellery, mentre il dottor Willoughby gli lanciava un’occhiata interrogativa. “Stai attento!” si disse. “Il dottor Willoughby si ricorda senz’altro del flaconcino di idrossido di ferro che tu gli hai dato proprio nel momento in cui Nora aveva bisogno di un antidoto e i minuti erano preziosi… Chissà se il buon dottore racconterà lo strano fatto che un estraneo alla casa, alla famiglia, al delitto, si portava in tasca un simile preparato proprio quando, stranamente, una donna moriva e un’altra correva lo stesso rischio per via di un veleno il cui antidoto ufficiale era proprio l’idrossido di ferro?”
Il dottor Willoughby guardò altrove.
“Sospetta che io sappia qualcosa che riguarda i Wright” pensò ancora Ellery. “È un vecchio amico di famiglia. Ha fatto nascere le tre ragazze… Ora è imbarazzato. Devo forse metterlo maggiormente in imbarazzo confidandogli che ho comperato quel farmaco perché avevo promesso a Patricia Wright che sua sorella Nora non sarebbe morta?”
Ellery Queen sospirò. Le cose si complicavano.
«Dov’è tutta la famiglia?» domandò Dakin.
«Di sopra» rispose Bradford. «La signora Wright insiste perché Nora… la signora Haight… sia trasportata in casa Wright.»
«Qui non è il posto migliore per lei, Dakin. Nora sta molto male. Ha bisogno di cure assidue e affettuose.»
«Per me facciano pure» dichiarò il capo della polizia. «Cioè, se il Procuratore Distrettuale non ha nulla in contrario.»
Bradford accennò frettolosamente di sì, e si morse le labbra.
«Non le vuole interrogare?»
«Ecco, non vedo perché dovrei tormentare i Wright, facendoli star peggio di quanto già stiano» dichiarò il capo della polizia lentamente. «Quindi se non ha obiezioni, Cart, direi che per questa notte basta. Ci ritroveremo tutti qui in questa stanza domattina. Avverti tu i Wright, Cart, tanto per non dare ufficialità alla cosa.»
«Tu resti qui?»
«Solo per un momento. Dovrò chiamare qualcuno per far portar via il corpo… Lloyd, mi raccomando a lei. Niente chiacchiere sul giornale.» Il Capo della Polizia sospirò. «È la prima volta che capita un omicidio a Wrightsville e io occupo questa carica da più di venti anni. Dottore, vuole essere così gentile da fare lei l’autopsia? Il magistrato Salemson è in vacanza.»
«Va bene» rispose il dottore. Uscì senza salutare.
Ellery Queen si alzò.
Carter Bradford attraversò la stanza, si fermò e si voltò.
Jim Haight era seduto immobile sulla sedia.
«Perché se ne sta lì seduto, Haight!» tuonò Bradford con voce astiosa.
Jim sollevò lentamente lo sguardo. «Cosa?»
«Non può stare lì tutta la notte. Perché non va da sua moglie?»
«Non mi lasciano.» Prese un fazzoletto e si asciugò gli occhi. «Non mi lasciano.»
Balzò dalla sedia e salì le scale. Udirono una porta sbattere: si era chiuso nel suo studio.
«Ci vediamo domattina, signori» disse il Capo Dankin.
Se ne andarono e Dankin rimase solo, solo col corpo di Rosemary. Il signor Queen avrebbe voluto rimanere, ma lo sguardo di Dankin lo aveva scoraggiato.
Ellery non vide Patricia Wright fino al mattino dopo, quando tutti si riunirono nel salotto, dove si era svolta la festa, alle dieci del mattino del primo giorno dell’anno… tutti, eccetto Nora, che giaceva nel suo letto di ragazza nell’altra casa, guardata a vista da Ludie. Il dottor Willoughby l’aveva già visitata quel mattino, e le aveva proibito non solo di lasciare la stanza, ma anche d’alzarsi. Ellery riuscì finalmente a bloccare Pat sotto il portico di casa Haight.
«Prima di entrare» disse rapidamente «vorrei spiegarle…
«Non la biasimo, Ellery.» Pat pareva malata, quasi come Nora. «Poteva anche andar peggio… Poteva capitare a Nora. Per poco non toccava veramente a lei.» La ragazza rabbrividì.
«Mi dispiace per Rosemary» affermò Ellery.
Pat gli lanciò uno sguardo completamente inespressivo. Poi entrò in casa. Ellery indugiò sotto il portico. Era un giorno grigio, come il viso di Rosemary Haight: un giorno grigio e freddo, un giorno che si addiceva alla morte. Un’automobile si fermò al cancello. Ne balzò fuori Frank Lloyd seguito da Lola Wright. I due percorsero insieme il vialetto.
«Come sta Nora?» domandò con ansia la ragazza.
«Ho dato un passaggio a Lola» dichiarò Lloyd, che sembrava respirare a fatica. «Stava salendo a piedi la collina.»
«Lola sapeva già qualcosa?» domandò Pat mentre entrava in casa con Frank.
«No, faceva una passeggiata; almeno così mi ha detto. Nessuno sa ancora niente.»
«Lo sapranno quando il suo giornale sarà messo in vendita» osservò Ellery quasi seccato.
«Lei è un maledetto ficcanaso» gemette Lloyd «ma mi è simpatico. Voglio darle un consiglio: salti sul primo treno e se ne vada.»
«Mi piace star qui» sorrise Ellery. «E poi, perché dovrei partire?»
«Perché questa è una città pericolosa; vedrà che cosa succede quando la notizia sarà risaputa. Tutti coloro che hanno partecipato alla festa di ieri sera saranno infamati.»
«Una coscienza pulita ha delle ottime qualità detersive» ribatté amabilmente il signor Queen.
«Non capisco proprio perché sto qui a perdere il mio tempo con un idiota come lei» dichiarò il giornalista con violenza e si diresse a grandi passi verso il salotto.
«Il veleno» stava dicendo il dottor Willoughby «è triossido di arsenico, o ossido arsenioso, come preferite. Arsenico bianco.»
I presenti erano seduti in semicerchio come spettatori increduli ad una seduta spiritica. Dakin era in piedi vicino al caminetto, e si batteva un rotolo di carta contro i denti falsi.
«Avanti, dottore» invitò. «Che cosa ha trovato d’altro? Fin qui andiamo bene: abbiamo fatto il controllo stanotte nel nostro laboratorio.»
«In medicina lo si usa principalmente come tonico» proseguì il medico con voce impersonale. «La più alta dose terapeutica è di un decimo di grano. Dai residui del cocktail non si può dire nulla; nulla di certo, almeno, ma giudicando dalla rapidità con cui il veleno ha agito, io direi che in quel bicchiere ve ne fossero almeno tre o quattro grani.»
«Non ha prescritto una medicina contenente arsenico, di recente, a nessuno… di sua conoscenza, dottore?» domandò Carter Bradford.
«No.»
«Noi siamo riusciti a stabilire qualcosa di più» dichiarò il capo della polizia guardandosi attorno. «Molto probabilmente si trattava di comune veleno per topi. E, per di più, non se n’è trovata traccia se non nel bicchiere… non negli altri bicchieri, non nelle bottiglie, non nel vaso delle ciliege, o in nessun altro recipiente.»
«Che impronte digitali ha trovato sul bicchiere del veleno, capo?» domandò il signor Queen con la sensazione di fare una domanda stupida.
«Quelle del signor Haight, della signorina Haight, della signora Nora Haight e nessun’altra.»
Ellery rivolse un pensiero di ammirazione all’abilità del capo della polizia. Dakin non era rimasto in ozio, quella notte. Aveva preso le impronte digitali del cadavere. Aveva trovato qualche oggetto che apparteneva sicuramente a Nora, probabilmente in camera da letto, e aveva rilevato le sue impronte. Jim Haight era rimasto in casa tutta notte, ma Ellery era pronto a scommettere che nemmeno Jim era stato disturbato. Un bel lavoro, molto abile. Ma appunto quella efficienza e quell’abilità turbarono il signor Queen. Il giovane lanciò un’occhiata a Pat, che osservava il capo della polizia come ipnotizzata.
«Qual è stato il risultato dell’autopsia, dottore?» domandò Dakin in tono deferente.
«La signorina Haight è morta per avvelenamento, dovuto a triossido di arsenico.»
«Grazie. Adesso cerchiamo di organizzare un po’ le cose, se ai signori non dispiace» fece Dakin. «Dunque, noi sappiamo che le signore sono state avvelenate da quell’unico cocktail. Chi l’ha preparato?» Nessuno rispose. «Ebbene, io lo so già. È stato lei, signor Haight. Lei ha preparato quel cocktail.»