Il paese del maleficio [Calamity Town - it]
- Автор: Куин (Квин) Эллери
- Год: 1951
- Язык: итальянский
- Год: Mondadori
- Переводчик: Franco Cordelli
- Жанр: Криминальные детективы
Электронная книга - «Il paese del maleficio [Calamity Town - it]». Краткое содержание книги:
«È morta, John» disse piano il dottor Willoughby.
Pat si lasciò cadere sopra una sedia come se le forze l’avessero improvvisamente abbandonata.
«Morta?» domandò Ellery con voce rauca. «Un attacco di cuore, dottore?»
«Credo che si tratti di arsenico» fece Willoughby rigidamente.
Nora diede un grido e svenne, battendo forte il capo contro il pavimento.
In quella, Carter Bradford entrò allegramente in salotto.
«Ho cercato d’arrivar prima… Dov’è Pat?… Buon anno a tutti… ma… oh, perdio!»
«Glielo ha dato?» domandò Ellery Queen, sulla soglia della stanza da letto di Nora. Aveva un’aria molto abbattuta.
«Certo che gliel’ho dato!» rispose il dr. Willoughby. «Anche Nora è stata avvelenata…» Fissò Ellery con gli occhi socchiusi. «Come mai aveva in tasca proprio dell’idrossido di ferro che è l’antidoto classico per l’avvelenamento da arsenico?»
«Sono un mago» tagliò corto Ellery, «non lo sapeva ancora?» Scese al piano terreno.
Anche il viso di Rosemary era stato coperto da un giornale, ora.
Frank Lloyd fissava il giornale.
Carter Bradford e il giudice Martin stavano conferendo a bassa voce.
Jim Haight era seduto su una sedia e continuava a scuotere la testa.
Tutti gli altri erano di sopra con Nora.
«Come sta Nora?» domandò Jim.
«Male.» Ellery si fermò nel soggiorno.
Bradford e il giudice smisero di parlare. Frank Lloyd invece continuò a leggere i giornali che coprivano il corpo.
«Ma fortunatamente» continuò Ellery Queen «Nora ha bevuto soltanto un paio di sorsi di quel cocktail. Sta male, ma il dr. Willoughby è convinto che se la caverà molto bene.»
Si sedette sulla sedia vicino all’anticamera e accese una sigaretta.
«Allora il veleno era nel cocktail?» fece Bradford con tono incredulo. «Ma certo! Tutte e due le donne hanno bevuto nello stesso bicchiere, tutte e due sono state avvelenate dallo stesso veleno!» Alzò il tono di voce. «Ma il bicchiere era di Nora. Era Nora che doveva essere avvelenata!»
Senza voltarsi Frank Lloyd disse: «Carter, piantala di far discorsi. Mi da sui nervi!»
«Non tirare delle conclusioni affrettate, Carter» disse il giudice Martin con voce stanca.
Ma Carter insistette: «Quel cocktail avvelenato era stato preparato per uccidere Nora! E chi lo ha preparato? Chi lo ha portato?»
«Piantala, Sherlock Holmes!» sbottò il giornalista.
«Io l’ho preparato» disse Jim. «Sono stato io…» Si guardò attorno. «Strano, vero?»
«Strano!» Il viso di Bradford era livido. Si avvicinò a Jim e lo prese per il collo. «Tu, maledetto assassino! Hai cercato di avvelenare tua moglie e per caso hai ucciso tua sorella!»
Jim lo guardò con gli occhi sbarrati senza poter parlare.
«Carter!» disse il giudice Martin debolmente.
Carter lasciò andare Jim.
«Che cosa posso fare?» domandò il Procuratore Distrettuale con voce strozzata.
Poi si avvicinò al telefono, compose un numero e chiese del Capo della Polizia Dakin.
Parte terza
I
Incubo
In tutte le case della collina si stava ancora festeggiando l’anno nuovo, quando il capo Dakin balzò fuori dal suo macinino e corse su per il vialetto di casa Haight, sotto le vecchie stelle del nuovo millenovecentoquarantuno. Il capo della polizia annuì tra sé: era molto meglio. Nessuno si sarebbe accorto che qualcosa non andava. Dakin era sottile, nervoso; sembrava un contadino e aveva due occhi opachi, divisi da un grosso naso tipicamente americano. Assomigliava a una vecchia tartaruga finché non ci si accorgeva che la sua bocca era la bocca di un poeta. Nessuno a Wrightsville se n’era accorto, eccetto Patricia Wright e forse la signora Dakin, per la quale il capo della polizia riuniva in sé i migliori aspetti di Abramo Lincoln e del Padreterno. La chiamata telefonica di Carter Bradford l’aveva interotto nel bel mezzo di un’allegra carola inneggiante al nuovo anno, cantata in coro coi familiari.
«È veleno» fece Dakin in tono asciutto, rivolgendosi a Carter Bradford, al di sopra del cadavere di Rosemary Haight. «Mi pare che abbiate esagerato un po’ nei festeggiamenti di capodanno, questa volta. Di che specie di veleno si tratta, dottore?»
«Arsenico. Uno dei composti, ma non saprei dire quale.»
«Veleno per topi, vero?» Poi il capo della polizia soggiunse lentamente: «Immagino che questo bel pasticcio metta il nostro Procuratore Distrettuale nei guai; che ne dice, Cart?».
«Altro che! Tutti gl’indiziati sono miei amici.» Bradford tremava. «Dakin, mettiamoci all’opera, per amor del cielo.»
«Ma certamente, Cart.» Gli occhi di Dakin si posarono su Frank Lloyd. «Buonasera, signor Lloyd.»
«Buonasera a lei» borbottò Lloyd. «Non potrei andar fuori dai piedi?»
«Preferirei di no» rispose Dakin con un sorriso di scusa. «Grazie. Ora veniamo a noi. Come diavolo è stato che la sorella di Jim Haight ha ingoiato del veleno per topi?»
Carter Bradford e il dottor Willoughby glielo dissero. Il signor Queen, seduto in un angolo, osservava, ascoltava, e pensava quanto un certo poliziotto di New York assomigliasse al capo Dakin di Wrightsville. Quell’aria pacata e autorevole… Dakin ascoltava rispettosamente le voci agitate dei suoi amici; poi i suoi occhi si posarono tre volte sulla persona del signor “Smith”, e questi si fece piccino piccino.
«Capisco» disse infine Dakin annuendo. E si diresse lentamente verso la cucina.
«Non posso crederci» gemette improvvisamente Jim Haight. «È un incidente. Come può essere finita nel bicchiere quella roba? Forse qualche ragazzino… dalla finestra. È uno scherzo!»
Nessuno gli rispose, e Jim fece schioccare le dita e fissò con gli occhi sbarrati i giornali stesi sul sofà. L’agente Brady, con la faccia color mattone, entrò un po’ affannato, cercando di non far vedere che era sulle spine.
«Ho ricevuto una chiamata» annunziò, senza rivolgersi a nessuno in particolare. «Perdinci.» Si diede una lisciatina, e raggiunse il suo capo in cucina.
Quando i due funzionari riapparvero, Brady portava numerose bottiglie e bicchieri. Scomparve col suo carico, e poco dopo ritornò a mani vuote. In silenzio, Dakin gli indicò i vari bicchieri vuoti del salotto. Brady li raccolse uno per uno, deponendoli nel suo berretto d’uniforme; li maneggiava delicatamente, prendendoli per il bordo, e li disponeva nel berretto come fossero uova di piccione.
«È per le impronte digitali» spiegò Dakin, parlando apparentemente al caminetto. «Non si può mai dire. Poi si deve fare l’esame chimico.»
«Che cosa?» esclamò involontariamente Ellery Queen.
Per la quarta volta gli occhi del capo Dakin si fissarono come raggi X sulla persona del signor “Smith”.
«Buonasera, signor Smith» disse il capo della polizia sorridendo. «A quanto pare, noi c’incontriamo sempre nei momenti difficili.»
«Prego?» domandò il signor Smith, con voce completamente inespressiva.
«Quel giorno, sulla strada provinciale» sospirò il capo della polizia. «Quando io ero in macchina con Carter. Il giorno in cui Jim Haight era così ubriaco…» Jim si alzò: Dakin si sedette senza guardarlo. «Che cosa sa di tutta questa faccenda, signor Smith?» domandò con la massima cortesia.
«Che una donna chiamata Rosemary Haight è morta qui, questa sera.» Ellery si strinse nelle spalle. «Questo è l’unico fatto che posso fornirle. Non credo che sia molto; considerando che il cadavere è a meno di tre metri da noi.»
«Avvelenata, come dice il dottor Willoughby» osservò educatamente Dakin. «Questo è un altro fatto.»