Dolce triste regina delle isole vaganti [The Sweet, Sad Queen of the Grazing Isles - it]
- Автор: Пол Фредерик
- Год: 1987
- Язык: итальянский
- Год: Nord
- Переводчик: Gianluigi Zuddas
- Жанр: Научная фантастика
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Lui distolse lo sguardo e non rispose. Per un attimo ebbe un’aria di disapprovazione che non compresi e non mi piacque, ma l’importante era che avesse accettato. Prima di lasciarci gli firmai un’autorizzazione a prelevare fondi dai miei depositi bancari, senza limiti. Se alla fine di quei nove milioni non ci fosse rimasto niente, io avrei potuto andare a fare il mendicante. Ma sarei stato libero e così anche May.
Questo era il destino che io sognavo per May, perché il piano era piuttosto buono e Sam Abramowitz era un amico migliore di quel che meritassi. Fu prudente e astuto. Quando infine mi fece avere il segnale convenuto e l’esploratore subacqueo attraccò alla nostra isola galleggiante, vidi che era uno di quei batiscafi argentini di ultimo modello. Il pilota raccontò a Betsy d’aver scoperto un profondo strato d’acqua fredda e si offrì di rivelargliene l’ubicazione dietro pagamento. Quando vidi che portava una cravatta verde lo identificai come il mio uomo. Non ebbi modo di parlargli poiché restò con Betsy a contrattare i particolari dell’accordo, comunque scesi all’attracco e studiai il battello con attenzione. Un esploratore subacqueo è poco più aerodinamico di un uovo, ma la linea e la velocità non hanno importanza. Ciò che conta è la sua capacità di resistere alle alte pressioni e di manovrare bene mentre studia le correnti di profondità. Quello aveva un aspetto solidissimo. Una volta dentro di esso e in immersione avremmo avuta la nostra possibilità. Saremmo fuggiti tenendoci al riparo dietro strati d’acqua di diversa temperatura e densità per evitare gli ecoscandagli, fino a uscire dalla portata delle armi di Betsy. L’autonomia era sufficiente a raggiungere l’Australia, o le Hawaii, o il Giappone, o un arcipelago qualsiasi del sud Pacifico. Io avrei puntato su Manila. Di tutte le destinazioni quella poteva essere la più pericolosa per noi, dal momento che le Filippine erano molto frequentate dalla gente del mare, ma proprio perciò era l’ultimo posto in cui Betsy ci avrebbe fatti cercare, e questo ci avrebbe dato il tempo di confondere le tracce e sparire.
Tutto ciò di cui avremmo avuto bisogno a quel punto era un idrovolante veloce che doveva comparire sulla scena anche come diversivo.
Appena fu buio scesi dunque all’appartamento di May. Era lì che ammazzava il tempo come al solito, un po’ leggendo e un po’ dedicandosi a lavori di cucito. — È una notte calda — dissi, accostandomi alla finestra sotto cui si stendeva l’oscurità del mare, venti metri più in basso. Torcendo il collo riuscivo a scorgere il piccolo sommergibile ormeggiato accanto a una delle scalette con la prua già voltata verso una delle uscite della rete di protezione. Sulla banchina, giusto dove mi aspettavo di vederlo, c’era l’uomo con la cravatta verde. Aveva appena fatto il pieno di carburante e lo stava pagando a uno degli addetti. Ciò che aspettava adesso era l’idrovolante, il cui compito era di attirare l’attenzione di tutti sulla pista d’atterraggio.
Quello era il diversivo: e ormai non mancava molto.
— Mi piacerebbe fare una nuotata con te — dissi. May mi fissò intensamente, stupita. — Guarda — continuai, prendendola per mano e conducendola alla finestra, — basterebbe tuffarci da qui. E in una notte come questa potremmo anche nuotare fino alle Hawaii, e rivedere le palme e le grandi spiagge bianche. — Erano parole assurde, e anche il mio sogghigno dovette sembrarle assurdo mentre mi portavo la sua mano alle labbra per baciarla. Ma quando le lasciai le dita fra esse avevo infilato un bigliettino che diceva: Appena te lo dico dovremo tuffarci entrambi in mare. C’è un battello che aspetta per portarci via.
— Credo che berrò qualcosa, caro Jay — disse May in tono casuale e mi accennò di seguirla al bar. Poco dopo si scusò e andò nel bagno, e quando poi ne uscì riprese a chiacchierare svagatamele, sul succo di mela un po’ acido che le avevano servito a pranzo e sullo strano sogno che aveva fatto quella notte.
Mezz’ora dopo stavamo ancora parlando del più e del meno, allorché dal ponte di coperta giunse il suono allarmato della sirena che chiedeva l’intervento delle forze di sicurezza sulla pista d’atterraggio. Presi subito May per un gomito e la condussi alla finestra.
E in quel momento la porta dell’appartamento si apri mentre entrava il piccolo Jimmy Rex.
Aveva da poco compiuto gli otto anni, e negli ultimi due era cresciuto sotto la perniciosa influenza di Betsy. Rovinargli il carattere, già guasto, non le era stato difficile perché nelle sue vene scorreva il sangue maligno degli Appermoy. E in quei due anni il ragazzo era venuto a far visita a sua madre soltanto due volte. Naturalmente era stata Betsy a mandarlo. Nei suoi occhi c’era tutt’altro che amore filiale quando chiese, sardonico: — Stai forse pensando di fare una sciocchezza, mammina? — Aveva un bel volto liscio, una voce chiara e un cuore che avevo ormai rinunciato a decifrare. M’interposi fra di loro.
— Perché fai una domanda di questo genre? — lo rimproverai.
Alzò gli occhi su di me. — Betsy dice che è molto strano — rispose, — che tu sia diventato un fannullone, che abbia venduto le tue azioni e che abbia smesso di chiedermi di venire un po’ qui. E di sopra c’è un aereo che dice di essere della flotta societica, di avere dei guasti alla strumentazione e di voler fare un atterraggio di fortuna.
Non mi ero atteso che Betsy mettesse insieme quei fatti con tanta acutezza. Ma la guardia in piedi fuori dalla porta non ci guardava; stava ascoltando l’interfono e sui suo volto duro c’era ostilità per l’aereo russo di cui sentiva notizie, i russi erano concorrenti che ci rubavano soldi, e molti sarebbero stati lieti di spedirgli un missile nella fusoliera invece che lasciarlo atterrare. Aprii la bocca per rispondere a Jimmy Rex, ma May mi prese per un braccio.
— Non potremmo portarlo con noi, Jason? — supplicò.
— No, non possiamo — gridai. — E non c’è tempo per discutere! — Se Betsy era abbastanza sospettosa da mandare lì il ragazzo avevamo pochi minuti, forse pochi secondi, perché il diversivo dell’aereo non l’avrebbe ingannata a lungo.
Non c’era alcuna confusione nella mente di May. Capiva quel che stavo dicendo; sapeva che quella era la semplice verità. Ma era anche una madre, una donna che non riusciva a rassegnarsi d’aver già perduto il suo unico figlio. Lo fissò per un lungo istante, poi con un gemito si volse e corse alla finestra.
Non potei impedire ciò che accadde subito dopo. — No! — strillò il piccolo Jimmy Rex, e fece l’unica cosa che poteva fare per fermarla: corse fuori dalla porta e premette il pulsante per sigillare tutte le uscite dell’appartamento di May.
Non poté trattenerla all’interno: non del tutto.
Le saracinesche metalliche si abbassarono… e quella della finestra si abbatté con forza terribile e spaventosa sul collo di May. Della mia May.
E fu lì che io rimasi, da solo, silenzioso, con ciò che restava di May. Dieci minuti più tardi sentii le saracinesche che si rialzavano, la porta venne aperta e Betsy si precipitò dentro con Jimmy Rex alle calcagna. Betsy appariva furiosa, trionfante, offesa… ma quando mi vide chino accanto alla finestra, con il corpo senza testa di May stretto fra le braccia, lordo di sangue, sembrò più che altro sollevata.
In quanto a Jimmy Rex, devo essere onesto: davanti al corpo decapitato della madre pianse. Gemette e tirò sul con il naso, e credo che riuscì a esibire un dolore sincero… per otto o dieci minuti, almeno.
Perfino Betsy fu un po’ scossa a quello spettacolo, ma non a lungo quanto lui, perché il ragazzo aveva ancora le lacrime agli occhi allorché lei mi fissò con una sorta di orrida ammirazione. — Tu, vecchio pazzoide — disse, quasi deliziata, — lo sentivo che avresti fatto qualcosa e che sarebbe stata la tua stupidità a risolvere tutti i miei problemi. Penso proprio di doverti ringraziare.
— Se dici un’altra parola — sussurrai — ci saranno due donne morte in questa stanza. — E quando mi alzai le avrei spezzato il collo con le mie mani se il fucile della guardia non mi avesse spinto indietro.