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L'ombra del Torturatore [The Shadow of the Torturer - it]

Электронная книга - «L'ombra del Torturatore [The Shadow of the Torturer - it]». Краткое содержание книги:

Con questo L’ombra del torturatore ha inizio uno dei cicli di science-fantasy più osannati negli ultimi venti anni. In uno stile elegante e raffinato, lirico e sublime, Gene Wolfe ci narra le cronache di Severian il Torturatore, in un futuro talmente distante da rassomigliare al passato più remoto. Alla corporazione dei torturatori non si accede per diritto di nascita: solo i figli delle vittime possono esservi ammessi. Nella grande cittadella di incorruttibile metallo grigio il giovane Severian e i suoi compagni apprendisti studiano per raggiungere il rango di Maestro Torturatore, imparando gli antichi misteri della corporazione, legati al giuramento di torturare e uccidere i nemici dell’Autarca. Ma con l’arrivo di Thecla, una donna bella e intelligente che per le sue indiscrezioni ha perso il posto nel circolo interno delle concubine della Casa Assoluta, la vita cambierà per Severian. La sua disobbedienza alle regole che gli sono state insegnate è causa del suo esilio dalla Città: accompagnato solo dalla mitica spada del torturatore, Terminus Est, donatagli dal suo maestro, Severian si accinge ad un lungo viaggio verso la lontana Thrax, la Città delle Stanze senza Finestre. Un viaggio che lo porterà attraverso l’immensa Città e gli farà incontrare personaggi strani e misteriosi come i gemelli Agia e Agilus, che lo spingeranno a un arcano duello sul Campo Sanguinario, o ancora Dorcas, la misteriosa ragazza che gli apparirà sulle rive del Lago degli Uccelli, dove giacciono i morti. Un viaggio lungo e pieno di insidie che lo condurrà all’Artiglio del Conciliatore, la gemma dai poteri miracolosi, e, chissà, forse allo stesso trono della Casa Assoluta.
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Lasciammo la torre, imbacuccati in quegli insoliti indumenti, e aggirammo la Fortezza delle Streghe per imboccare il passaggio coperto che costeggiando il Martello conduceva al Cortile Rotto. Roche aveva ragione: aveva iniziato a nevicare e i grossi fiocchi cadevano tanto lentamente che parevano scendere da anni. Non c'era vento, e i nostri stivali scricchiolavano, crepando quel fresco velo sottile che stava ricoprendo il mondo.

— Sei fortunato — disse Roche. — Non so come tu ci sia riuscito, ma ti ringrazio.

— Riuscito?

— A ottenere un viaggio all'Ecoprassia e una donna per ciascuno di noi. So che ne eri al corrente… il Maestro Gurloes te l'aveva detto.

— Me ne ero dimenticato, e comunque non credevo che dicesse sul serio. Ci arriveremo a piedi? Dev'essere lontano.

— Non quanto credi, probabilmente, ma sai che abbiamo del denaro. Alla Porta Amara troveremo una carrozza. Ce ne sono sempre… c'è gente che va e gente che viene, anche se dal nostro angolino di mondo noi non ce ne accorgiamo.

Per fare conversazione gli riferii le parole della Castellana Thecla sul fatto che molti nella Casa Assoluta ignoravano la nostra esistenza.

— Ha ragione, ne sono sicuro. Quando cresci in una corporazione, ti sembra che sia il centro del mondo, ma in seguito ti scoppia qualcosa nella testa e ti rendi conto che la realtà è completamente diversa. Il nostro è solo un mestiere ben pagato e poco popolare. Io ormai l'ho capito e so che tu non lo andrai a raccontare in giro.

Come Roche aveva previsto, nel Cortile Rotto trovammo tre carrozze in attesa. Una era di un esultante, con gli stemmi dipinti sulle portiere e palafrenieri in livrea; le altre due, invece, erano vetture a nolo, piccole e semplici. I cocchieri, con il capo coperto da berretti di pelo, stavano intorno a un fuocherello che visto da lontano attraverso la neve pareva non più grande di una scintilla.

Roche agitò un braccio e li chiamò. Uno di loro balzò al suo posto, agitò la frusta e si diresse verso di noi. Quando salimmo, domandai a Roche se ci avesse riconosciuto, ma lui mi rispose: — Siamo due ottimati, abbiamo visitato la Cittadella per questioni d'affari e ora andiamo all'Ecoprassia a divertirci un po'. Questo è tutto quello che sa e che deve sapere.

Mi domandai quale esperienza potesse avere Roche in quel genere di divertimenti. Era improbabile che l'avesse. Nella speranza di riuscire a scoprirlo, gli chiesi dove si trovasse l'Ecoprassia.

— Nel Quartiere Algedonico. Ne hai mai sentito parlare?

Annuii e gli ricordai come una volta il Maestro Palaemon avesse commentato che era una delle parti più vecchie della città.

— Non esattamente. A sud ci sono delle zone ancora più vecchie, un deserto di pietra nel quale vivono solo gli omofagi. Un tempo la Cittadella sorgeva a una certa distanza da Nessus, verso nord: lo sapevi? Scossi la testa.

— La città continua ad allargarsi verso il fiume. Gli armigeri e gli ottimati vogliono un'acqua più pulita… non da bere, ma per le vasche dei pesci, per fare il bagno e andare in barca. Inoltre, quelli che vivono troppo vicino al mare destano sempre sospetti. Così le parti più basse, nelle quali l'acqua è più schifosa, a poco a poco vengono abbandonate. Alla fine scompare anche l'ordine e chi rimane non osa nemmeno accendere un fuoco per paura di quello che il fumo potrebbe attirare.

Io guardavo fuori dal finestrino. Avevamo oltrepassato una porta che non conoscevo, ma eravamo ancora all'interno della Cittadella e stavamo scendendo un angusto passaggio tra due file di finestre sbarrate.

— Quando diventi artigiano puoi recarti in città ogni volta che vuoi, se non sei di servizio.

Naturalmente lo sapevo già. Domandai a Roche se lo trovasse piacevole.

— Non è proprio piacevole… a dire il vero ci sono andato solo due volte, finora. Comunque è interessante. Logicamente ti riconoscono.

— Hai detto che il cocchiere non sa chi siamo.

— È vero, probabilmente non lo sa. I cocchieri girano per tutta Nessus. Abiterà chissà dove e forse si avvicina alla Cittadella non più di una o due volte all'anno. Ma nei locali è diverso. I soldati parlano. Loro lo sanno sempre e lo dicono sempre, pare. E possono indossare l'uniforme quando vanno in giro.

— Le finestre sono tutte buie. Pare che non ci sia nessuno, in questa parte della Cittadella.

— Si sta ridimensionando, e nessuno può farci niente. Meno cibo significa meno gente, almeno finché verrà il Sole Nuovo.

Mi sentii soffocare, nonostante il freddo. — Manca ancora molto? — chiesi.

— Sei nervoso? — ridacchiò Roche.

— No.

— E invece lo sei. Ma stai tranquillo. È naturale. Non infastidirti perché sei nervoso, se riesci a capire cosa intendo.

— Sono calmissimo.

— Puoi fare in fretta, se preferisci, e non è necessario che tu parli alla donna. A lei non importa, ma parlerà se tu lo desideri. Sei tu che paghi… nel nostro caso sono io a farlo, ma il principio è lo stesso. Farà quello che le chiedi tu, logicamente entro certi limiti. Ma se la picchi ti faranno pagare di più.

— Qualcuno lo fa?

— Alcuni dilettanti, sai. Non credevo che ti interessasse farlo, e credo che nessuno della corporazione lo faccia, a meno che non sia ubriaco. — Roche tacque un momento. — Quelle donne sono contro la legge, perciò non hanno diritto di lamentarsi.

La carrozza sbandò in maniera preoccupante, uscì dal passaggio ed entrò in un altro ancora più stretto e tortuoso che portava verso est.

IX

LA CASA AZZURRA

La nostra destinazione era uno di quegli agglomerati che si trovano solo nelle parti più vecchie della città (e solo là, a quanto ne so), laddove l'ammasso di edifici a sé stanti genera un miscuglio di ali sporgenti e di stili architettonici, di timpani e di torrette laddove i primi costruttori avevano progettato semplici tetti. Lì la nevicata era stata più fitta e una coltre bianca avvolgeva l'alto portico, smussava le linee dell'entrata, trasformava in cuscini i davanzali delle finestre e ammantava le cariatidi di legno che sorreggevano il tetto. Tutto pareva silenzio, segretezza e sicurezza.

Dalle finestre del piano terra usciva una tenue luce gialla; i piani superiori erano bui. Nonostante la neve, qualcuno doveva aver sentito i nostri passi. La porta, enorme e usurata, si spalancò prima ancora che Roche avesse il tempo di bussare. Entrammo in una stanzetta che sembrava un portagioie, con le pareti e il soffitto trapunti di raso azzurro. La persona che ci aveva aperto indossava scarpe con le suole alte e una veste gialla; i corti capelli bianchi erano pettinati all'indietro, la fronte era alta e tonda, il volto privo di rughe e sbarbato. Quando l'oltrepassai, mi resi conto che stavo guardando nei suoi occhi come se fossero due finestre. Parevano di vetro, lucidi e senza striature… come il cielo durante la siccità estiva.

— Siete fortunati — disse, offrendoci una coppa. — Siete gli unici clienti.

— Sono certo che le ragazze si sentiranno sole — disse Roche.

— Infatti. Tu sorridi… vuol dire che non mi credi, eppure è così. Si lamentano quando ci sono troppi frequentatori alla loro corte, ma quando non ce ne sono affatto si rattristano. Questa sera cercheranno tutte di affascinarvi. Vedrete. E quando ve ne sarete andati vorranno vantarsi di essere state scelte. Per di più, siete due giovani di bell'aspetto. — L'uomo tacque e, nonostante non lo stesse fissando, parve guardare Roche con maggiore attenzione. — Tu sei già venuto, vero? Ricordo i tuoi capelli rossi e il tuo colorito. Nel lontano sud, sulle terre strette, i selvaggi adorano uno spirito del fuoco che ti rassomiglia molto. Il tuo amico ha il volto di un esultante… l'aspetto che le mie giovani donne preferiscono. Capisco perché l'hai condotto qui. — La voce sembrava di tenore o di contralto.

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