L'ombra del Torturatore [The Shadow of the Torturer - it]
- Автор: Вулф Джин Родман
- Серия: Libro del Nuovo Sole #1
- Год: 1983
- Язык: итальянский
- Год: Nord
- ISBN: 88-429-0490-2
- Переводчик: Roberta Rambelli
- Жанр: Фэнтези
Электронная книга - «L'ombra del Torturatore [The Shadow of the Torturer - it]». Краткое содержание книги:
— Allora devi ammettere che sia possibile per un volto sopravvivere per molte generazioni. Vale a dire che se il figlio assomiglia al padre e suo figlio assomiglia a lui, il quarto discendente, il pronipote, può assomigliare al bisnonno.
— Esatto — dissi.
— Eppure, il seme di tutti costoro era contenuto in un dramma di liquido appiccicoso. Se non sono venuti da lì, da dove arrivano?
Non seppi cosa rispondergli e lo precedetti, dubbioso, fino a quando raggiungemmo la porta dalla quale ero entrato. Cyby ci aveva preceduto e stava reggendo gli altri libri richiesti dal Maestro Gurloes nella sua lettera. Li presi, dissi addio al Maestro Ultan e lasciai con sollievo l'atmosfera soffocante del sotterraneo. In seguito, tornai più volte ai piani superiori di quell'edificio, ma non dovetti più penetrare in quella specie di tomba, e non ne provai mai il desiderio.
Uno dei tre libri cercati da Cyby era grande come il piano di un tavolino, largo un cubito e lungo un'alna scarsa; dallo stemma impresso sulla copertina dedussi che si trattasse della storia di un'antica famiglia nobile. Gli altri volumi erano molto più piccoli. Un libro verde, poco più largo della mia mano e non più alto del mio indice, aveva l'aria di essere una raccolta di preghiere, colmo com'era di immagini smaltate di pantocratori ascetici e di ipostasi con le aureole nere e le vesti piene di gemme.
Mi attardai a sfogliarli in un piccolo giardino dimenticato illuminato dal sole invernale, accanto a una fontana prosciugata.
Avevo appena aperto un volume quando avvertii quell'incalzare del tempo che è forse il principale segno della crescita di un individuo. Ero stato lontano almeno due turni di guardia più del necessario per svolgere quella commissione, e presto la luce sarebbe sparita. Raccolsi i libri e mi avviai di fretta, nonostante non lo sapessi ancora, a incontrare il mio destino e me stesso nella persona della Castellana Thecla.
VII
LA TRADITRICE
Era già arrivata l'ora di portare il pasto agli artigiani di turno nella segreta. Drotte faceva la guardia al primo livello e lo lasciai per ultimo, perché avevo intenzione di parlargli prima di risalire.
Drotte non c'era. Appoggiai il vassoio e i quattro libri sul suo tavolo e lo chiamai a gran voce. Mi rispose dopo un istante, da una cella abbastanza vicina. Accorsi e guardai attraverso la finestrella sbarrata della porta: la cliente, una donna sciupata di mezza età, era sdraiata sulla branda. Drotte era curvo su di lei e il pavimento era sporco di sangue.
Era troppo intento per voltare la testa. — Sei tu, Severian?
— Sì. Ti ho portato la cena, e i libri per la castellana. Posso aiutarti?
— Va tutto bene. Si è strappata le bende e ha cercato di morire dissanguata, ma sono arrivato in tempo. Lascia il mio vassoio sul tavolo e, se hai un attimo di tempo, consegna i pasti agli altri.
Esitai. Gli apprendisti non dovevano avere nessun contatto con i clienti della corporazione.
— Lo puoi fare. Basta che tu spinga i vassoi attraverso gli sportelli.
— Ho portato i libri.
— Fai passare anche quelli attraverso lo sportello.
Restai ancora un istante a fissarlo mentre si piegava sulla donna livida, quindi andai a prendere i vassoi non ancora consegnati e feci come mi aveva spiegato. La maggior parte dei clienti era abbastanza in forze per alzarsi e venirsi a prendere il pranzo, ma alcuni non erano in grado di farlo, così lasciai il vassoio davanti alle loro porte affinché Drotte se ne occupasse più tardi. Vidi diverse donne dall'aspetto aristocratico, ma nessuna di loro mi sembrava essere la Castellana Thecla, un'esultante giunta da poco che, almeno per il momento, andava trattata con rispetto.
Come avrei dovuto immaginare, le era stata riservata l'ultima cella, che era stata arricchita di un tappeto oltre ai consueti mobili. La donna, al posto dei soliti stracci, indossava un abito bianco dalle maniche ampie; gli orli delle maniche e della gonna erano sporchi, ma la veste aveva mantenuto un tono elegante che mi era estraneo. La prima volta che la vidi, stava ricamando alla luce di una candela dotata di un riflettore d'argento. Dovette avvertire la mia presenza. Mi piacerebbe poter dire che il suo volto non esprimeva paura, ma non sarebbe la verità. Il suo terrore era visibile, nonostante si controllasse perfettamente.
— Tutto bene — dissi. — Ti ho portato da mangiare.
Lei annuì, ringraziò e quindi si alzò per venire alla porta. Era ancora più alta di quanto pensassi, quasi troppo alta per riuscire a stare in piedi nella cella. Il suo volto, per quanto triangolare anziché ovale, mi fece tornare in mente quello della donna che aveva accompagnato Vodalus nella necropoli. Forse dipendeva dai grandi occhi viola, dalle palpebre sfumate d'azzurro o dai capelli neri con l'attaccatura a V, che ricordavano il cappuccio di un mantello. Qualunque ne fosse la causa, l'amai dal primo istante che la vidi… l'amai come può amare uno stupido ragazzino. Ma dal momento che ero uno stupido ragazzino, non me ne rendevo conto.
Quando prese il vassoio, la sua mano bianca, fredda, leggermente bagnata e incredibilmente sottile, sfiorò la mia. — È il cibo ordinario — spiegai. — Penso che se lo domanderai ti offriranno qualcosa di meglio.
— Non indossi la maschera — disse lei. — Il tuo è il primo volto umano che vedo da quando sono qui.
— Sono solamente un apprendista e non potrò portare una maschera prima del prossimo anno.
Sorrise e io mi sentii come quando ero finito nell'Atrio del Tempo ed ero entrato nella stanza che mi avrebbe offerto calore e cibo. I suoi denti erano bianchi e fini, la bocca larga; gli occhi, profondi quanto la cisterna sotto il Forte della Campana, brillavano a ogni suo sorriso.
— Scusami — dissi. — Ero distratto.
Lei sorrise nuovamente e piegò di lato la sua bella testa. — Ti ho detto che sono contenta di vedere il tuo volto, quindi ti ho chiesto se potrai darmi sempre tu i pasti e che cosa mi hai portato oggi.
— No. Non lo potrò fare. Questo è un caso, perché Drotte era impegnato. — Mi sforzai di ricordare che cosa avessero messo nel suo pasto (lei aveva posato il vassoio sul tavolino e la grata mi impediva di vederlo), ma non ci riuscii. Alla fine dissi, incerto: — Probabilmente è meglio che lo mangi, ma sono sicuro che otterrai un cibo migliore se solo lo domanderai a Drotte.
— Ah, certo che lo mangerò. Tutti restano colpiti dalla mia magrezza ma mi devi credere, mangio come un lupo. — Prese il vassoio e me lo mostrò, come se sapesse che avevo bisogno di vederlo per ricordarne il contenuto.
— Quelli sono porri, Castellana — dissi, — quelli verdi, vedi? Quelle scure sono lenticchie e quello è pane.
— Castellana? Non è necessario che tu osservi tanto l'etichetta. Sei il mio carceriere e puoi chiamarmi come ti pare. — Nei suoi occhi c'era un'espressione divertita.
— Non voglio mancarti di rispetto — le spiegai. — Ti piacerebbe essere chiamata in un altro modo?
— Chiamami Thecla… è il mio nome. I titoli sono più indicati per le occasioni ufficiali, i nomi per quelle informali, e questa lo è, anche se credo che diventerà molto formale quando verrò punita.
— Di solito con gli esultanti lo diventano.
— Assisterà un esarca, penso, se lo lascerete entrare. Tutto ricoperto di drappi rossi. E molti altri… magari lo Starost Egino. Sei sicuro che questo sia pane? — Lo toccò con un dito talmente bianco che per un momento temetti si sporcasse nel contatto.
— Sì — assicurai. — La Castellana ha mangiato pane in altre occasioni, immagino.
— Non uguale a questo. — Prese la fetta sottile e la addentò. — Comunque non è cattivo. Sei sicuro che mi porteranno un cibo migliore se lo chiederò?