Le vite dei più eccellenti pittori, scultori e architetti: 9 (Classici) (Italian Edition)
- Автор: Вазари Джорджо
- Язык: итальянский
- Жанр: Картины, альбомы, иллюстрированные каталоги
Электронная книга - «Le vite dei più eccellenti pittori, scultori e architetti: 9 (Classici) (Italian Edition)». Краткое содержание книги:
VITA DI IACOPO DETTO L'INDACO PITTORE
Iacopo detto l'Indaco, il quale fu discepolo di Domenico del Ghirlandaio, et in Roma lavorò con Pinturicchio, fu ragionevole maestro ne' tempi suoi; e se bene non fece molte cose, quelle nondimeno che furono da lui fatte sono da esser comendate. Né è gran fatto che non uscissero se non pochissime opere delle sue mani, perciò che essendo persona faceta, piacevole e di buon tempo, alloggiava pochi pensieri e non voleva lavorare se non quando non poteva far altro; e perciò usava di dire che il non mai fare altro che affaticarsi senza pigliarsi un piacere al mondo, non era cosa da cristiani. Praticava costui molto dimesticamente con Michelagnolo, perciò che quando voleva quell'artefice, eccellentissimo sopra quanti ne furono mai, ricrearsi dagli studii e dalle continue fatiche del corpo e della mente, niuno gli era perciò più a grado, né più secondo l'umor suo, che costui. Lavorò Iacopo molti anni in Roma, o per meglio dire, stette molti anni in Roma e vi lavorò pochissimo. È di sua mano in quella città nella chiesa di S. Agostino, entrando in chiesa per la porta della facciata dinanzi a man ritta, la prima cappella, nella volta della quale sono gl'Apostoli che ricevono lo Spirito Santo; e di sotto sono nel muro due storie di Cristo, nell'una quando toglie dalle reti Pietro et Andrea, e nell'altra la cena di Simone e di Maddalena, nella quale è un palco di legno e di travi molto ben contrafatto. Nella tavola della medesima cappella, la quale egli dipinse a olio, è un Cristo morto, lavorato e condotto con molta pratica e diligenza. Parimente nella Trinità di Roma è di sua mano in una tavoletta, la coronazione di Nostra Donna. Ma che bisogna o che si può di costui altro raccontare? Basta che quanto fu vago di cicalare tanto fu sempre nimico di lavorare e del dipignere. E perché come si è detto, si pigliava piacer Michelagnelo delle chiacchiere di costui e delle burle che spesso faceva, lo teneva quasi sempre a mangiar seco; ma essendogli un giorno venuto costui a fastidio, come il più delle volte vengono questi cotali agl'amici e padroni loro, col troppo e bene spesso fuor di proposito e senza discrezione, cicalare - perché ragionare non si può dire, non essendo in simili per lo più né ragione, né giudizio - lo mandò Michelagnolo, per levarselo dinanzi allora che aveva forse altra fantasia, a comperare de' fichi; et uscito che Iacopo fu di casa, gli serrò Michelagnolo l'uscio dietro con animo, quando tornava, di non gl'aprire. Tornato dunque l'Indaco di piazza, s'avvide, dopo aver picchiato un pezzo la porta invano, che Michelagnolo non voleva aprirgli; perché venutogli collera, prese le foglie et i fichi, e fattone una bella distesa in sulla soglia della porta, si partì e stette molti mesi che non volle favellare a Michelagnolo; pure finalmente rappattumatosi gli fu più amico che mai. Finalmente, essendo vecchio di 68 anni, si morì in Roma.
Non dissimile a Iacopo fu un suo fratello minore, chiamato per proprio nome Francesco, e poi per soprannome anch'egli l'Indaco, che fu similmente dipintore più che ragionevole. Non gli fu dissimile dico nel lavorare più che mal volentieri, e nel ragionare assai; ma in questo avanzava costui Iacopo perché sempre diceva male d'ognuno, e l'opere di tutti gl'artefici biasimava. Costui dopo avere alcune cose lavorate in Montepulciano, e di pittura e di terra, fece in Arezzo, per la Compagnia della Nunziata, in una tavoletta per l'udienza, una Nunziata et un Dio Padre in cielo, circondato da molti Angeli in forma di putti. E nella medesima città fece la prima volta che vi andò il Duca Alessandro, alla porta del palazzo de' signori, un arco trionfale bellissimo con molte figure di rilievo; e parimente a concorrenza d'altri pittori, che assai altre cose per la detta entrata del Duca lavorarono, la prospettiva d'una comedia, che fu tenuta molto bella. Dopo andato a Roma, quando vi si aspettava l'imperadore Carlo Quinto, vi fece alcune figure di terra, e per il popolo romano un'arme a fresco in Campidoglio, che fu molto lodata. Ma la miglior opera che mai uscisse delle mani di costui, e la più lodata, fu nel palazzo de' Medici in Roma, per la duchessa Margherita d'Austria, uno studiolo di stucco tanto bello e con tanti ornamenti, che non è possibil veder meglio; né credo che sia in un certo modo possibile far d'argento quello che in questa opera l'Indaco fece di stucco. Dalle quali cose si fa giudizio che se costui si fusse dilettato di lavorare et avesse esercitato l'ingegno, che sarebbe riuscito eccellente. Disegnò Francesco assai bene, ma molto meglio Iacopo, come si può vedere nel nostro libro.
VITA DI LUCA SIGNORELLI DA CORTONA PITTORE
Luca Signorelli, pittore eccellente del quale secondo l'ordine de' tempi devemo ora parlarne, fu ne' suoi tempi tenuto in Italia tanto famoso e l'opere sue in tanto pregio, quanto nessun'altro in qualsivoglia tempo sia stato già mai; perché nell'opere che fece di pittura, mostrò il modo di fare gl'ignudi, e che si possono sì bene con arte e difficultà far parer vivi. Fu costui creato e discepolo di Pietro dal Borgo a Sansepolcro, e molto nella sua giovanezza si sforzò d'imitare il maestro, anzi di passarlo; mentre che lavorò in Arezzo con esso lui, tornandosi in casa di Lazzero Vasari suo zio, come s'è detto, imitò in modo la maniera di detto Pietro, che quasi l'una dall'altra non si conosceva. Le prime opere di Luca furono in San Lorenzo d'Arezzo, dove dipinse, l'anno 1472, a fresco la cappella di S. Barbara; et alla Compagnia di S. Caterina, in tela a olio, il segno che si porta a processione, similmente quello della Trinità, ancora che non paia di mano di Luca, ma di esso Pietro dal Borgo. Fece in S. Agostino in detta città la tavola di S. Nicola da Tolentino, con istoriette bellissime, condotta da lui con buon disegno et invenzione; e nel medesimo luogo fece alla cappella del Sagramento, due Angeli lavorati in fresco. Nella chiesa di S. Francesco alla cappella degl'Acolti fece per Messer Francesco, dottore di legge, una tavola nella quale ritrasse esso Messer Francesco et alcune sue parenti; in questa opera è un S. Michele che pesa l'anime, il quale è mirabile; et in esso si conosce il saper di Luca, nello splendore dell'armi, nelle reverberazioni et insomma in tutta l'opera; gli mise in mano un paio di bilanze, nelle quali gl'ignudi, che vanno uno in su e l'altro in giù, sono scorti bellissimi. E fra l'altre cose ingegnose che sono in questa pittura, vi è una figura ignuda benissimo trasformata in un diavolo, al quale un ramarro lecca il sangue d'una ferita. Vi è oltre ciò, una Nostra Donna col Figliuolo in grembo, S. Stefano, S. Lorenzo, una S. Caterina, e due Angeli, che suonano uno un liuto e l'altro un ribechino, e tutte sono figure vestite et adornate tanto, che è maraviglia; ma quello che vi è più miracoloso, è la predella piena di figura piccole de' fatti di detta S. Caterina.
In Perugia ancora fece molte opere, e fra l'altre, in Duomo, per Messer Iacopo Vannucci cortonese vescovo di quella città, una tavola; nella quale è la Nostra Donna, S. Nonofrio, S. Ercolano, S. Giovanni Batista e S. Stefano; et un Angelo che tempera un liuto, bellissimo. A Volterra dipinse in fresco nella chiesa di S. Francesco, sopra l'altare d'una compagnia, la Circoncisione del Signore, che è tenuta bella a maraviglia, se bene il Putto avendo patito per l'umido, fu rifatto dal Soddoma molto men bello che non era. E nel vero sarebbe meglio tenersi alcuna volta le cose fatte da uomini eccellenti più tosto mezzo guaste, che farle ritoccare a chi sa meno. In S. Agostino della medesima città fece una tavola a tempera e la predella di figure piccole, con istorie della Passione di Cristo, che è tenuta bella straordinariamente. Al Monte a S. Maria dipinse a quei signori in una tavola un Cristo morto, et a Città di Castello in S. Francesco, una Natività di Cristo, et in S. Domenico in una altra tavola un S. Bastiano. In S. Margherita di Cortona sua patria, luogo de' frati del Zoccolo, un Cristo morto, opera delle sue rarissima. E nella Compagnia del Gesù, nella medesima città, fece tre tavole, delle quali quella ch'è allo altar maggiore è maravigliosa dove Cristo comunica gl'Apostoli e Giuda si mette l'ostia nella scarsella. E nella Pieve oggi detta il Vescovado, dipinse a fresco, nella cappella del Sagramento, alcuni Profeti grandi quanto il vivo; et intorno al tabernacolo alcuni Angeli che aprono un padiglione; e dalle bande un S. Ieronimo et un S. Tomaso d'Aquino. All'altar maggiore di detta chiesa fece in una tavola una bellissima Assunta; e disegnò le pitture dell'occhio principale di detta chiesa, che poi furono messe in opera da Stagio Sassoli d'Arezzo. In Castiglioni Aretino fece sopra la cappella del Sacramento un Cristo morto, con le Marie. Et in S. Francesco di Lucignano gli sportelli d'un armario, dentro al quale sta un albero di coralli che ha una croce a sommo. A Siena fece in S. Agostino una tavola alla cappella di S. Cristofano, dentrovi alcuni Santi che mettono in mezzo un S. Cristofano di rilievo. Da Siena venuto a Firenze, così per vedere l'opere di quei maestri che allora vivevano, come quelle di molti passati, dipinse a Lorenzo de' Medici in una tela, alcuni dei ignudi, che gli furono molto comendati; et un quadro di Nostra Donna con due Profeti piccoli di terretta, il quale è oggi a Castello, villa del duca Cosimo; e l'una e l'altra opera donò al detto Lorenzo, il quale non volle mai da niuno esser vinto in esser liberale e magnifico. Dipinse ancora un tondo di una Nostra Donna, che è nell'udienza de' capitani di Parte Guelfa, bellissimo. A Chiusuri in quel di Siena, luogo principale de' monaci di Monte Oliveto, dipinse in una banda del chiostro undici storie della vita e fatti di S. Benedetto. E da Cortona mandò dell'opere sue a Monte Pulciano, a Foiano la tavola dell'altar maggiore che è nella Pieve, et in altri luoghi di Valdichiana. Nella Madonna d'Orvieto, chiesa principale, finì di sua mano la cappella, che già vi aveva cominciato fra' Giovanni da Fiesole; nella quale fece tutte le storie della fine del mondo con bizzarra e capriciosa invenzione: Angeli, demoni, rovine, terremuoti, fuochi, miracoli d'anticristo, e molte altre cose simili; oltre ciò, ignudi, scorti e molte belle figure, immaginandosi il terrore che sarà in quello estremo e tremendo giorno. Per lo che destò l'animo a tutti quelli che sono stati dopo lui, onde hanno poi trovato agevoli le difficultà di quella maniera. Onde io non mi maraviglio se l'opere di Luca furono da Michelagnolo sempre sommamente lodate, né se in alcune cose del suo divino Giudizio, che fece nella cappella, furono da lui gentilmente tolte in parte dall'invenzioni di Luca, come sono Angeli, demoni, l'ordine de' cieli et altre cose, nelle quali esso Michelagnolo immitò l'andar di Luca, come può vedere ognuno. Ritrasse Luca nella sopra detta opera molti amici suoi e se stesso: Niccolò, Paulo e Vitellozzo Vitelli, Giovan Paulo et Orazio Baglioni et altri, che non si sanno i nomi. In S. Maria di Loreto dipinse a fresco nella sagrestia i quattro Evangelisti, i quattro Dottori et altri Santi, che sono molto belli; e di questa opera fu da papa Sisto liberalmente rimunerato. Dicesi che essendogli stato occiso in Cortona un figliuolo che egli amava molto, bellissimo di volto e di persona, che Luca così addolorato lo fece spogliare ignudo e con grandissima constanza d'animo, senza piangere o gettar lacrima lo ritrasse, per vedere sempre che volesse, mediante l'opera delle sue mani quella che la natura gli aveva dato e tolto la nimica fortuna. Chiamato poi dal detto papa Sisto a lavorare nella cappella del palazzo, a concorrenza di tanti pittori, dipinse in quella due storie, che fra tante, son tenute le migliori: l'una è il testamento di Mosè al popolo ebreo nell'avere veduto la terra di promessione; e l'altra la morte sua. Finalmente avendo fatte opere quasi per tutti i principi d'Italia et essendo già vecchio, se ne tornò a Cortona, dove in que' suoi ultimi anni lavorò più per piacere che per altro, come quello che avvezzo alle fatiche, non poteva, né sapeva starsi ozioso. Fece dunque in detta sua vecchiezza una tavola alle monache di S. Margherita d'Arezzo, et una alla Compagnia di S. Girolamo, parte della quale pagò Messer Niccolò Gamurrini dottor di legge auditor di ruota: il quale in essa tavola è ritratto di naturale, in ginocchioni dinanzi alla Madonna, alla quale lo presenta uno S. Niccolò che è in detta tavola. Sonovi ancora S. Donato e S. Stefano, e più abbasso un S. Girolamo ignudo, et un Davit che canta sopra un salterio; vi sono anco due Profeti, i quali, per quanto ne dimostrano i brevi che hanno in mano, trattano della concezzione. Fu condotta quest'opera da Cortona in Arezzo, sopra le spalle degl'uomini di quella Compagnia; e Luca, così vecchio come era, volle venire a metterla su et in parte a rivedere gl'amici e parenti suoi. E perché alloggiò in casa de' Vasari, dove io era piccolo fanciullo d'otto anni, mi ricorda che quel buon vecchio, il quale era tutto grazioso e pulito, avendo inteso dal maestro che m'insegnava le prime lettere, che io non attendeva ad altro in iscuola che a far figure, mi ricorda, dico, che voltosi ad Antonio mio padre gli disse: "Antonio, poi che Giorgino non traligna, fa ch'egli impari a disegnare in ogni modo, perché quando anco attendesse alle lettere, non gli può essere il disegno, sì come è a tutti i galantuomini, se non d'utile, d'onore e di giovamento". Poi rivolto a me, che gli stava diritto inanzi, disse: "Impara parentino". Disse molte altre cose di me, le quali taccio perché conosco non avere a gran pezzo confermata l'openione che ebbe di me quel buon vecchio; e perché egli intese, sì come era vero, che il sangue in sì gran copia m'usciva in quell'età dal naso, che mi lasciava alcuna volta tramortito, mi pose di sua mano un diaspro al collo, con infinita amorevolezza; la qual memoria di Luca mi starà in eterno fissa nell'animo.