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La pietra della Luna [Moon - it]

Электронная книга - «La pietra della Luna [Moon - it]». Краткое содержание книги:

John Child è riuscito a sfuggire al terrore del suo passato. Sì è rifatto una nuova vita, ha riscoperto l’amore. Gli manca disperatamente sua figlia ma di certo non sente la mancanza dell’atroce incubo che si è lasciato alle spalle.
Poi, all’improvviso, tutto ricomincia.
Orribili visioni gli invadono la mente. Una cosa, una creatura incredibilmente forte ha invaso la sua coscienza e lo rende testimone, attraverso i suoi oechi, di assassinii brutali, di mutilazioni orrende.
Senza dubbio John ha un grande potere psichico, ma anche la cosa lo ha. E la cosa lo ha fiutato, è sulle sue tracce sempre più famelica...
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Dopo tre anni quelle immagini lo sconvolgevano ancora e ora erano più vivide e potenti.

Childes aveva passato la serata preparando esercizi per la lezione del giorno dopo, quel martedì pomeriggio che aveva promesso alla Piprelly e che era già operativo. Tra non molto ci sarebbero stati gli esami e l’informatica ne avrebbe fatto parte. Era irritato dal fatto che i suoi pensieri continuassero ad andare a Gabby, agli anni di felicità che aveva trascorso in famiglia, anche se Fran non aveva mai del tutto rinunciato all’idea di riprendere la sua carriera di PR. Erano avvenute però troppe cose che avevano rovinato quella breve felicità, e gli anni successivi non erano stati sufficienti a disperdere l’angoscia.

Fissò senza vederli i fogli sparsi sul tavolino di fronte a lui, la lampada da tavolo gettava all’intorno ombre cupe. Dormiva Gabby? Con gli occhiali accanto al cuscino per darle sicurezza? Guardò l’orologio, le nove e mezza. Doveva essere a letto. Chissà se Fran leggeva ancora una storiella per farla addormentare, ma forse di questi tempi era troppo impegnata, troppo stanca quando arrivava a casa. Childes raccolse le carte pensando preoccupato al fatto che quando aveva fatto un giro di domande botta e risposta alle ragazze, alcune di loro non avevano ancora capito la differenza tra computer digitali ed analogici, o che ve ne erano di misti. Roba facile, basilare, che non avrebbe dovuto creare problemi. L’idea degli esami era un dramma, confidava comunque che gli esercizi pratici avrebbero sortito risultati migliori della teoria.

Si passò una mano sugli occhi stanchi, le lenti parevano carta vetrata sulle pupille. Cibo, pensò, dicono che il cibo faccia bene. Sono stanco, tanto. Un panino, va’! E un bicchiere di latte, anzi forse un bicchierino di qualcosa di forte.

Stava per alzarsi quando un dolore gelido, lancinante, lo colpì dentro la testa.

Childes si mise entrambe le mani sulle tempie stordito dall’inaspettata sensazione. Strinse gli occhi, cercò di liberarsi dal gelo. Ma invano.

Fuori udiva il vento far frusciare le fronde degli alberi. Da qualche parte scricchiolò una trave che si assestava dopo il tepore della giornata.

Il dolore si attenuò e lui scosse la testa come se avesse avuto le vertigini. Troppo scrivere, pensò, troppa concentrazione, fino a tarda ora. Un concentrarsi disturbato dai pensieri di Gabby. E di altre cose.

Un goccetto potrebbe farmi rilassare un poco. Si alzò, premendo con le mani sulla scrivania. Il gelo gli prese di nuovo i nervi facendolo ondeggiare; si attaccò al bordo della scrivania per sorreggersi.

I pensieri gli si accavallarono nella testa, il gelo ora somigliava a delle dita che gli frugassero nella mente, cercando di carpirgli i pensieri e… e… sembrava… nutrirsene. Le spalle gli si incurvarono, la testa appesantita. Le labbra si ritirarono come per un dolore, ma non vi era dolore, solo quel terribile gelo e la confusione mentale. Gli sfuggì un grugnito.

Poi la mente gli si liberò. Rimase in piedi appoggiato alla scrivania, il respiro pesante, aspettando che passasse del tutto. Sembrò un tempo molto lungo, eppure Childes sapeva che erano stati solamente pochi secondi. Attese che i nervi scossi si quietassero poi attraversò la stanza e si versò un bel po’ di whisky. Stranamente non sapeva di niente.

Il sorso successivo quasi gli andò di traverso, il sapore era tornato forte. Sputando si passò il dorso della mano sulle labbra. Che accidenti gli capitava? Assaggiò di nuovo la bevanda stavolta con attenzione, a piccoli sorsi. Si sentì riscaldare.

Childes si guardò attorno incerto di quel che cercasse, sentendo però un’altra presenza. Sciocco, non c’era nessuno oltre a lui nella stanza, non era entrato nessuno di nascosto mentre lavorava alla scrivania.

Le ombre gettate dal lume lo infastidirono e si diresse verso l’interruttore sul muro accanto alla porta, allungò la mano fasciata per accendere la luce centrale, poi si guardò le dita sorpreso del formicolio improvviso che avvertiva, come se avesse preso una scossa prima ancora di toccare l’interruttore. Guardò poi l’altra mano mano che reggeva il bicchiere di whisky; anche quella ora formicolava, sembrava anzi che fosse il bicchiere stesso a tremare. Quelle invisibili, insidiose dita ripresero a frugare.

Il corpo gli cedette e si lasciò andare sul divano accasciandosi nella sua morbidezza come se portasse un peso. Il bicchiere cadde a terra, il liquido si sparse sul tappeto. Childes chiuse gli occhi sentendo aumentare il senso di intrusione. Tante immagini gli vorticavano nella mente, matrici numeriche, visi, la stanza in cui era ora, numeri, simboli, sparivano e riapparivano, avvenimenti del passato, il suo stesso viso, la sua anima, le paure, sogni dimenticati da tempo venivano richiamati e frugati a fondo.

Fece un lamento, cercò di allontanare quei tentacoli di ghiaccio, imponendosi di rimanere calmo, volendo che la confusione cessasse.

I muscoli di Childes si rilassarono un poco quando il gelo si attenuò di nuovo. Il torace si sollevava e abbassava in modo convulso. Guardò le ombre sull’altra parete. Qualcosa, qualcuno stava cercando, stava cercando di conoscerlo.

Quasi senza intervallo quel frugare riprese, facendogli tendere il corpo, infiltrandosi nella sua coscienza. NO! urlò la sua mente. «No!» urlò lui davvero. Ma era lì, dentro di lui, cercava, gli succhiava i pensieri. Lui ne sentiva la presenza, che gli frugava dentro come una specie di ladro psichico. Lo invase tutto osservandogli i pensieri, dell’isola, delle scuole in cui insegnava, pensieri di Amy, di Fran, di… Gabby. Di GABBY!

Sembrò indugiare interessato.

Childes si tirò su dal divano lottando contro quella coscienza estranea, strappando ognuno dei gelidi tentacoli quasi fossero entità fisiche. Sentì che allentavano la presa e lo sforzo lo fece cadere in ginocchio. Si sforzò di fissare il pensiero su una foschia biancastra, nient’altro, niente che potesse distrarlo o dare un appiglio all’intruso; dopo un poco la testa sembrò sgombrarsi.

Ma prima di sentire un vero e proprio sollievo, che lo lasciò esausto e tremante sul pavimento, sentì un suono così reale che si guardò intorno fin negli angoli più bui della stanza.

Era solo. Ma quella sinistra risata repressa sembrava vicina.

* * *

Jeanette era in ritardo. Le altre ragazze della camerata erano già tutte scese e lei era ancora lì in vestaglia a spazzolarsi vigorosamente i denti.

Ma proprio oggi accidenti! Esami! Bleah! Matematica! Jeanette era ormai convinta di essere una capocciona quando si trattava di numeri.

La luce del mattino inondava il bagno facendo luccicare la fila di lavandini di porcellana; l’acqua era sparsa in piccole pozzanghere sul pavimento di piastrelle testimoniando delle abluzioni delle ragazze. Era sola, preferiva così: le altre la mettevano in imbarazzo quando confrontavano dimensioni e forme del loro seno tutte ansiose di primeggiare nella gara verso l’adolescenza compiuta. Jeanette era buona ultima, molto indietro rispetto alle altre tredicenni e quattordicenni della sua classe e non ci teneva affatto a fare confronti. Questo stato di inadeguatezza era aumentato dal fatto che non le erano ancora venute le mestruazioni.

Jeanette si sciacquò la bocca, sputò nel lavandino e si asciugò il viso con un asciugamano. Poi buttò alla rinfusa le cose da toilette nella borsetta di plastica rosa. Saltellò con i piedi nudi fino alla porta e quasi scivolò sul pavimento, poi percorse il corridoio in ombra lasciando impronte umide mentre correva sull’impiantito di legno. Era vietato camminare a piedi nudi a scuola ma non aveva avuto tempo di cercare le pantofole disperse sotto il letto, e poi tutti, compreso il personale, erano giù a fare colazione.

Faceva freddo nella camerata che divideva con altre cinque ragazze, nonostante il sole fuori fosse già alto. Jeanette stese rapidamente sul letto disfatto gli indumenti, mutandine rigorosamente blu, come da regolamento, maglietta bianca. Si lasciò scivolare dalle spalle la vestaglia imbottita, si strappò via il pigiama senza sbottonarlo e lo lanciò sul letto accanto ai vestiti. Si strofinò le braccia per farsi passare l’improvvisa pelle d’oca e allungò il braccio per raccogliere la maglietta. Prima di infilarsela si guardò il torace e sospirò delusa. I capezzoli erano evidenti, ora eretti a causa del freddo, ma quei leggeri gonfiori da cui sporgevano non erano certo soddisfacenti. Si pizzicò i capezzoli per farli indurire di più e massaggiò i gonfiori sperando che ciò favorisse la loro crescita. Una leggera sensazione di caldo piacere la pervase tutta e lei s’immaginò di avere un seno già formato. Si sedette sul letto con ancora indosso i pantaloni del pigiama premendo sotto le mani i due gonfiori. Era piacevole e lei pensò che forse poteva… no, non c’era tempo per quella roba, era già abbastanza in ritardo.

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