L'anno del contagio [Doomsday Book - it]
- Автор: Уиллис Конни
- Год: 1994
- Язык: итальянский
- Год: Nord
- ISBN: 88-429-0772-3
- Переводчик: Annarita Guarnieri
- Жанр: Научная фантастика
Электронная книга - «L'anno del contagio [Doomsday Book - it]». Краткое содержание книги:
Le gambe erano quasi coperte di terra, e questo gli dava un aspetto indecente, come se fosse stato adagiato nella vasca da bagno.
— Dobbiamo seppellirlo come si deve — disse Kivrin, allungando la mano verso la pala, ma Roche scosse il capo.
— Questo è terreno consacrato — replicò con voce stordita, e soltanto allora lei comprese che il prete era convinto che il castaldo si fosse ucciso.
Non ha importanza, pensò, e si rese conto che nonostante tutto, nonostante gli orrori che si erano susseguiti agli orrori, Roche credeva ancora in Dio. Stava andando in chiesa per il mattutino quando aveva trovato il castaldo, e se anche loro fossero morti tutti lui avrebbe continuato a farlo senza trovare nulla di assurdo nelle sue preghiere.
— Lo ha ucciso la malattia — affermò, pur non sapendo se fosse vero o meno. — La forma setticemica, che infetta il sangue.
Roche la guardò senza capire.
— Si deve essere ammalato mentre scavava le tombe — continuò lei. — La peste setticemica avvelena il cervello e infetta il sangue.
— Come è successo a Lady Imeyne — commentò lui, sembrando quasi contento.
Kivrin capì che nonostante le sue convinzioni religiose non voleva dover seppellire il castaldo in terreno sconsacrato.
Lo aiutò a raddrizzare un poco il corpo del morto, anche se era già irrigidito, ma non tentarono di muoverlo o di avvolgerlo in un sudario. Roche gli depose un panno nero sulla faccia poi fecero a turno per coprirlo di terra, le cui zolle ghiacciate cadevano rumorosamente come sassi.
Roche non andò in chiesa per prendere le vesti cerimoniali e il messale, ma si limitò a sostare accanto alla tomba di Lefric e a quella del castaldo per recitare le preghiere dei morti, e mentre stava accanto a lui con le mani giunte, Kivrin si disse che il castaldo doveva essere impazzito. Aveva seppellito sua moglie e i suoi sei figli, ed anche quasi tutti coloro che conosceva… anche ammesso che non fosse stato in preda al delirio e che fosse strisciato nella tomba per aspettare di morire congelato, era comunque stata la peste ad ucciderlo.
Non merita la sepoltura di un suicida, pensò. Non merita proprio di essere seppellito. Sarebbe dovuto venire in Scozia con noi. L'improvviso senso di gioia che provò la lasciò sconvolta e inorridita.
Guardando la tomba che l'uomo aveva scavato per Rosemund si disse che adesso potevano andare in Scozia. Rosemund avrebbe cavalcato il mulo mentre lei e Roche avrebbero trasportato il cibo e le coperte. Aprendo gli occhi guardò il cielo: ora che il sole era sorto le nubi apparivano meno pesanti, come se intendessero dissolversi verso metà mattinata. Se fossero partiti quella mattina avrebbero potuto essere fuori della foresta entro mezzogiorno e arrivare alla strada fra Oxford e Bath. Entro quella sera avrebbero potuto raggiungere la strada per York.
— Agnus dei, qui tollis peccata mundi, dona eis requiem — recitò Roche.
Dobbiamo prendere l'avena per il mulo e un'ascia per tagliare la legna, e delle coperte, rifletté Kivrin. Roche intanto concluse la preghiera.
— Dominus vobiscum et cum spiritu tuo — disse. — Requiescat in pace. Amen.
E si avviò per suonare la campana.
Non c'è tempo per questo, si disse Kivrin, poi si diresse verso il maniero, pensando che avrebbe potuto approntare buona parte dei bagagli mentre Roche suonava la campana a morto e poi esporgli il suo piano in modo che sellasse l'asino e che potessero andare. Attraversò di corsa il cortile ed entrò nel maniero. Avrebbero dovuto prendere anche dei carboni ardenti con cui avviare il fuoco, e il cofanetto dei medicinali di Imeyne.
— Mi sono svegliata e non c'eri — disse Rosemund, sollevandosi a sedere sul suo pagliericcio. — Ho avuto paura che te ne fossi andata.
— Ce ne andiamo tutti — annunciò Kivrin. — Andremo in Scozia — aggiunse, chinandosi su di lei. — Devi riposare in previsione del viaggio. Io tornerò fra poco.
— Dove vai? — volle sapere Rosemund.
— Soltanto in cucina. Hai fame? Ti porterò un po' di porridge. Ora sdraiati e riposa.
— Non mi piace stare sola — insistette Rosemund. — Non puoi fermarti un po' con me?
Non ho tempo per questo, fremette Kivrin.
— Vado soltanto in cucina, e poi padre Roche è qui… non lo senti? Sta suonando la campana. Ci metterò appena pochi minuti, d'accordo? — affermò con un allegro sorriso, e Rosemund annuì con riluttanza. — Tornerò presto.
Uscì quasi correndo. Roche stava ancora suonando la campana a morto con rintocchi lenti e solenni. Spicciati, lo incitò mentalmente. Non abbiamo molto tempo. Frugò nella cucina e posò il cibo sul tavolo: una forma di formaggio e una quantità di sfoglie di pane… le accumulò come se fossero state dei piatti e le mise in un sacco di tela insieme al formaggio, poi uscì e portò tutto al pozzo.
Rosemund era in piedi accanto alla porta del maniero, e si stava reggendo allo stipite.
— Non posso sedere in cucina con te? — chiese. Si era messa il vestito e le scarpe ma stava già tremando a causa dell'aria gelida.
— Fa troppo freddo — ammonì Kivrin, affrettandosi verso di lei, — e poi devi riposare.
— Quando te ne vai temo sempre che non tornerai.
— Sono qui — replicò Kivrin, ma andò lo stesso dentro a prendere il mantello di Rosemund e una bracciata di pellicce.
— Puoi sederti sulla soglia e guardare mentre faccio i bagagli — suggerì, avvolgendo il mantello intorno alle spalle della ragazza e facendola sedere prima di ammucchiarle le pellicce tutt'intorno come una specie di nido. — Va bene?
La spilla che Sir Bloet le aveva dato era ancora fissata al colletto del suo mantello e lei annaspò con il fermaglio con mani che tremavano un poco.
— Andiamo a Courcy? — chiese.
— No — rispose Kivrin, aiutandola a fissare la spilla. Io suiicien lui dami amo. Sei qui al posto dell'amico che amo. — Andremo in Scozia, dove saremo al sicuro dalla peste.
— Pensi che mio padre sia morto di peste?
Kivrin esitò.
— Mia madre ha detto che aveva soltanto subito dei ritardi o che era impossibilitato a venire, ha detto che forse i miei fratelli erano malati e che lui sarebbe venuto quando fossero guariti.
— È possibile — convenne Kivrin, rimboccando le coltri intorno ai piedi della ragazza. — Gli lasceremo una lettera in modo che sappia dove siamo andati.
— Se fosse vivo sarebbe venuto da me — replicò Rosemund, scuotendo il capo.
— Devo prendere il cibo da portare con noi — affermò Kivrin, sistemandole un copriletto intorno alle spalle sottili.
Rosemund annuì e lei tornò in cucina. Contro la parete c'erano un sacco di cipolle e uno di mele… erano secche e per la maggior parte avevano la pelle segnata da chiazze marrone, ma Kivrin trasportò lo stesso fuori il sacco, perché le mele non dovevano essere cucinate e perché tutti loro avrebbero avuto bisogno di vitamine prima che arrivasse la primavera.
— Ti andrebbe una mela? — chiese a Rosemund.
— Sì — rispose lei, e Kivrin frugò nel sacco cercando di trovarne una che fosse ancora dura e liscia. Infine ne scovò una di colore fra il rosso e il verde, la lucidò sui propri calzoni di cuoio e la portò alla ragazza, sorridendo al ricordo di quanto le fossero parse buone le mele quando era malata.
Dopo il primo morso Rosemund parve però perdere interesse nel frutto e si appoggiò contro lo stipite della porta, fissando in silenzio il cielo e ascoltando il costante rintoccare della campana di Padre Roche.