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L'anno del contagio [Doomsday Book - it]

Электронная книга - «L'anno del contagio [Doomsday Book - it]». Краткое содержание книги:

Per la giovane Kivrin, che si prepare a studiare dal vivo una delle epoche più oscure della storia, regno della paura, della superstizione e di tremendi flagelli, viaggiare nel tempo è un'esperienza unica e affascinante, ma in fondo non troppo difficile: l'importante è prepararsi con cura e osservare scrupolosamente tutte le regole perché il suo improvviso arrivo nel XIV secolo risulti plausibile e, soprattutto, passi inosservato. Il resto è compito di una straordinaria tecnologia che rende possibile un simile trasferimento temporale. Tuttavia il suo viaggio nel Medioevo, dove l'esistenza quotidiana è un'avventura per la sopravvivenza e dove si sta scrivendo un nuovo libro dell'Apocalisse, sarà molto più che la realizzazione di un sogno.
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— Vattene! — ripeté lei, colpendola sul muso; l'animale si ritrasse aggirando le tombe, e Kivrin si accorse che non erano tutte delle stesse dimensioni.

La prima era grande, mentre la seconda non era molto più lunga di quella in cui giaceva Agnes e la terza era di dimensioni appena maggiori.

— Non hai il diritto di fare questo — inveì. — Tuo figlio e Rosemund stanno migliorando e Lady Eliwys è soltanto stanca e provata dal dolore. Non moriranno.

Il castaldo sollevò su di lei lo stesso sguardo inespressivo che aveva avuto quando aveva sostato presso la barricata squadrando Rosemund per prendere le misure per la sua tomba.

— Padre Roche dice che sei stata mandata per aiutarci, ma di che utilità può essere una persona di fronte alla fine del mondo? — ribatté, tornando a gravare sulla pala. — Ti serviranno tutte queste tombe, perché moriremo tutti.

La mucca trottò sul lato opposto della fossa, portando il muso all'altezza della testa del castaldo e muggendogli in faccia, ma lui non parve notarlo.

— Non devi scavare altre fosse — insistette Kivrin. — Lo proibisco.

Lui continuò a lavorare come se non avesse parlato.

— Non moriranno — disse ancora Kivrin. — La Morte Nera ha ucciso soltanto da un terzo alla metà della popolazione e noi abbiamo già raggiunto la nostra quota.

Il castaldo continuò a scavare.

Eliwys morì durante la notte e fu necessario allungare per lei la fossa di Rosemund. Quando la seppellirono, Kivrin vide che il castaldo aveva già cominciato una nuova fossa per la ragazza.

Li devo portare via di qui, si disse ancora una volta, guardandolo. L'uomo aveva assistito al rito funebre con la pala appoggiata alla spalla, e non appena aveva finito di riempire la fossa di Eliwys si era messo a lavorare di nuovo a quella di Rosemund. Devo portarli via prima che prendano il contagio.

Perché lo avrebbero preso. Esso giaceva in agguato annidato nei bacilli presenti nei loro vestiti, nelle coltri, nell'aria stessa che respiravano. E se anche per qualche miracolo non l'avessero contratto in quel modo, a primavera la peste si sarebbe sparsa per tutto l'Oxfordshire, portata da messaggeri, contadini e inviati vescovili. Non potevano restare qui.

Dobbiamo andare in Scozia, pensò, mentre si avviava verso il maniero. Li potrei portare nella Scozia settentrionale, dato che la peste non è arrivata così lontano. Il figlio del castaldo potrebbe cavalcare l'asino e potremmo costruire una lettiga per Rosemund.

Trovò la ragazza seduta sul pagliericcio.

— Il figlio del castaldo ti stava chiamando — disse, non appena lei entrò.

Il ragazzo aveva vomitato muco insanguinato: il suo pagliericcio ne era intriso e quando infine Kivrin lo ebbe pulito lui era troppo debole perfino per sollevare la testa.

Anche se Rosemund potesse cavalcare, lui non ne sarà mai in grado, pensò Kivrin, disperata. Non andremo da nessuna parte.

Durante la notte si ricordò del carro che era apparso con lei nel sito della transizione: forse il castaldo avrebbe potuto aiutarla a ripararlo e Rosemund avrebbe viaggiato su di esso. Accesa una torcia ai carboni ardenti del fuoco, sgusciò nella stalla per dare un'occhiata al veicolo. L'asino di Padre Roche ragliò quando aprì la porta e intorno si sentì un frusciare che si sparpagliava in tutte le direzioni non appena sollevò la torcia fumosa.

Le casse fracassate erano ammucchiate contro il carro come una barricata, e una volta che le ebbe spostate lei si accorse che la sua idea non avrebbe mai funzionato perché il veicolo era troppo pesante per poter essere tirato dall'asino e perché l'assale di legno era sparito, portato via da qualche anima intraprendente per riparare una staccionata o per usarlo come legna da ardere o magari come feticcio per tenere a bada la peste.

Quando uscì il cortile era immerso nel buio più totale e le stelle erano nitide e scintillanti come lo erano state alla vigilia di Natale. Ripensò ad Agnes addormentata contro la sua spalla, alla campanella legata al suo piccolo polso e al suono delle campane che scandivano i rintocchi del diavolo. Prematuramente, pensò. Il diavolo non è ancora morto, è in giro per il mondo.

Rimase sveglia a lungo cercando di elaborare un altro piano, forse avrebbero potuto fabbricare una sorta di lettiga che l'asino fosse in grado di trascinare se la neve non era troppo profonda, oppure avrebbero potuto caricare i due bambini sull'animale e portare i bagagli in fagotti sulla schiena.

Alla fine si addormentò solo per essere risvegliata quasi immediatamente… o almeno così le parve. Era ancora buio, e Roche era chino su di lei, con la luce del fuoco morente che gli rischiarava il viso dal basso come aveva fatto nella radura quando lo aveva creduto un tagliagole; ancora in parte addormentata, Kivrin si protese a posargli con gentilezza una mano su una guancia.

— Lady Katherine — chiamò il prete, e Kivrin si svegliò del tutto.

Si tratta di Rosemund, pensò, girandosi a guardarla, ma la ragazza stava dormendo tranquilla con la mano sotto la guancia.

— Cosa c'è? — domandò. — Stai male?

Lui scosse il capo, poi aprì la bocca ma la richiuse senza dire nulla.

— È arrivato qualcuno? — insistette Kivrin, alzandosi in piedi.

Di nuovo Roche scosse il capo.

Non è possibile che qualcuno si sia ammalato, perché non resta più nessuno, rifletté lei, poi guardò verso il mucchio di coperte vicino alla porta su cui dormiva il castaldo e si accorse che lui non c'era.

— Il castaldo è malato? — insistette.

— Suo figlio è morto — replicò il prete, con uno strano tono di voce stordito, e lei si accorse che anche Lefric era scomparso. — Sono andato in chiesa per il mattutino… — continuò Roche, ma la voce gli venne meno. — Devi venire con me — concluse, e uscì a grandi passi.

Kivrin afferrò la propria lacera coperta e si affrettò a seguirlo nel cortile.

Non potevano essere più delle sei del mattino. Il sole si era appena alzato sull'orizzonte e chiazzava di rosa il cielo nuvoloso e la neve. Più avanti Roche stava già scomparendo lungo lo stretto passaggio che portava alla piazza e Kivrin gli corse dietro dopo essersi gettata la coperta sulle spalle.

La mucca del castaldo era ferma nel passaggio, con la testa infilata in una breccia nella staccionata e intenta a brucare la paglia; quando la vide sollevò la testa e muggì.

— Via! — esclamò lei, battendo le mani per spaventarla, ma la bestia si limitò a ritrarre la testa dalla staccionata e ad avanzare verso di lei continuando a muggire.

— Non ho il tempo di mungerti — disse Kivrin, spingendola da parte e oltrepassandola.

Padre Roche era già a metà della piazza quando infine lo raggiunse.

— Cosa c'è? Non puoi dirmelo? — domandò, ma lui non si fermò e non la guardò neppure, svoltando invece lungo la fila di tombe scavate sulla piazza. Con un senso di sollievo Kivrin si disse che probabilmente il castaldo stava cercando di seppellire il figlio da solo, senza la presenza del prete.

La piccola tomba era già stata riempita e la terra innevata ammucchiata su di essa, e inoltre l'uomo aveva finito la tomba di Rosemund e ne aveva scavata un'altra più grande da cui sporgeva la pala, appoggiata ad un lato.

Roche non andò verso la tomba di Lefric ma si fermò invece accanto a quella più grande.

— Sono andato in chiesa per il mattutino… — ripeté con la stessa voce stordita, e Kivrin guardò nella tomba.

A quanto pareva, il castaldo aveva cercato di seppellirsi da solo con la pala, ma dal momento che la cosa risultava difficile nello spazio ristetto l'aveva appoggiata in un angolo e aveva cominciato a tirarsi addosso la terra con le mani… ne stringeva ancora una grossa zolla fra le dita irrigidite.

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