Le vite dei più eccellenti pittori, scultori e architetti: 9 (Classici) (Italian Edition)
- Автор: Вазари Джорджо
- Язык: итальянский
- Жанр: Картины, альбомы, иллюстрированные каталоги
Электронная книга - «Le vite dei più eccellenti pittori, scultori e architetti: 9 (Classici) (Italian Edition)». Краткое содержание книги:
Dicesi che Alesso s'affaticò molto per trovare il vero modo del musaico, e che non gl'essendo mai riuscito cosa che volesse, gli capitò finalmente alle mani un tedesco che andava a Roma alle perdonanze, e che alloggiandolo imparò da lui interamente il modo e la regola di condurlo. Di maniera che essendosi messo poi arditamente a lavorare in San Giovanni, sopra le porte di bronzo, fece dalla banda di dentro negl'archi alcuni Angeli che tengono la testa di Cristo. Per la quale opera, conosciuto il suo buon modo di fare, gli fu ordinato dai consoli dell'Arte de' Mercatanti che rinettasse e pulisse tutta la volta di quel tempio, stata lavorata, come si disse, da Andrea Tafi, perché essendo in molti luoghi guasta, aveva bisogno d'esser rassettata e racconcia. Il che fece Alesso con amore e diligenza, servendosi in ciò d'un edifizio di legname, che gli fece il Cecca, il quale fu il migliore architetto di quell'età. Insegnò Alesso il magisterio de' musaici a Domenico Ghirlandaio, il quale a canto sé poi lo ritrasse nella cappella de' Tornabuoni in Santa Maria Novella, nella storia dove Giovacchino è cacciato del tempio, nella figura d'un vecchio raso con un cappuccio rosso in testa.
Visse Alesso anni ottanta. E quando cominciò ad avicinarsi alla vecchiezza, come quello che voleva poter con animo quieto attender agli studi della sua professione, sì come fanno spesso molti uomini, si commise nello spedale di S. Paulo. Et a cagione forse d'esservi ricevuto più volentieri e meglio trattato (potette anco essere a caso), fece portare nelle sue stanze del detto spedale un gran cassone, sembiante facendo che dentro vi fusse buona somma di danari, perché così credendo che fusse, lo spedalingo e gl'altri ministri, i quali sapevano che egli aveva fatto allo spedale donazione di qualunque cosa si trovasse alla morte sua, gli facevano le maggior carezze del mondo. Ma venuto a morte Alesso, vi si trovò dentro solamente disegni, ritratti in carta et un libretto che insegnava a far le pietre del musaico, lo stucco, et il modo di lavorare. Né fu gran fatto, secondo che si disse, che non si trovassero danari, perché fu tanto cortese che niuna cosa aveva, che così non fusse degl'amici come sua.
Fu suo discepolo il Graffione fiorentino, che sopra la porta degl'Innocenti fece a fresco il Dio Padre, con quegli Angeli che vi sono ancora.
Dicono che il Magnifico Lorenzo de' Medici ragionando un dì col Graffione che era un stravagante cervello, gli disse: "Io voglio far fare di musaico e di stucchi tutti gli spigoli della cupola di dentro". E che il Graffione rispose: "Voi non ci avete maestri". A che replicò Lorenzo: "Noi abbiam tanti danari, che ne faremo!". Il Graffione subitamente soggiunse: "Eh, Lorenzo, i danari non fanno maestri, ma i maestri fanno i danari". Fu costui bizzarra e fantastica persona. Non mangiò mai in casa sua a tavola che fusse apparecchiata d'altro che di suoi cartoni, e non dormì in altro letto che in un cassone pien di paglia, senza lenzuola.
Ma tornando ad Alesso, egli finì l'arte e la vita nel 1448, e fu dai suoi parenti e cittadini sotterrato onorevolmente.
IL FINE DELLA VITA DI ALESSO BALDOVINETTI PITTORE FIORENTINO
VITA DI VELLANO DA PADOVA SCULTORE
Tanto grande è la forza del contraffare con amore e studio alcuna cosa, che il più delle volte essendo bene imitata la maniera d'una di queste nostre arti da coloro che nell'opere di qualcuno si compiacciono, sì fattamente somiglia la cosa che imita quella che è imitata, che non si discerne, se non da chi ha più che buon occhio, alcuna differenza. E rade volte avviene che un discepolo amorevole non apprenda almeno in gran parte la maniera del suo maestro. Vellano da Padova s'ingegnò con tanto studio di contrafare la maniera et il fare di Donato nella scultura, e massimamente ne' bronzi, che rimase in Padova sua patria, erede della virtù di Donatello fiorentino, come ne dimostrano l'opere sue nel Santo dalle quali pensando quasi ognuno, che non ha di ciò cognizione intera, ch'elle siano di Donato, se non sono avvertiti restano tutto giorno ingannati. Costui dunque, infiammato dalle molte lodi che sentiva dare a Donato scultore fiorentino che allora lavorava in Padova, e dal disiderio dell'utile che mediante l'eccellenza dell'opere viene in mano de' buoni artefici, si acconciò con esso Donato per imparar la scultura, e vi attese di maniera che con l'aiuto di tanto maestro conseguì finalmente l'intento suo; onde prima che Donatello partisse di Padova finite l'opere sue, aveva tanto acquisto fatto nell'arte che già era in buona aspettazione, e di tanta speranza appresso al maestro che meritò che da lui gli fussero lasciate tutte le masserizie, i disegni e i modelli delle storie, che si avevano a fare di bronzo intorno al coro del Santo in quella città. La qual cosa fu cagione che partito Donato, come si è detto, fu tutta quell'opera publicamente allogata al Vellano nella patria, con suo molto onore. Egli dunque fece tutte le storie di bronzo che sono nel coro del Santo dalla banda di fuori; dove fra l'altre è la storia quando Sansone, abbracciata la colonna, rovina il tempio de' Filistei, dove si vede con ordine venir giù i pezzi delle rovine, e la morte di tanto popolo, et inoltre la diversità di molte attitudini in coloro che muoiono, chi per la rovina e chi per la paura; il che maravigliosamente espresse Vellano. Nel medesimo luogo sono alcune cere et i modelli di queste cose, e così alcuni candelieri di bronzo lavorati dal medesimo con molto giudizio et invenzione. E per quanto si vede, ebbe questo artefice estremo disiderio d'arivare al segno di Donatello; ma non vi arrivò, perché si pose colui troppo alto in un'arte difficilissima. E perché Vellano si dilettò anco dell'architettura e fu più che ragionevole in quella professione, andato a Roma al tempo di papa Paulo viniziano l'anno 1464, per il quale Pontefice era architettore nelle fabriche del Vaticano Giuliano da Maiano, fu anch'egli adoperato a molte cose; e fra l'altre opere che vi fece sono di sua mano l'arme che vi si veggiono di quel Pontefice, col nome appresso. Lavorò ancora al palazzo di S. Marco molti degl'ornamenti di quella fabrica per lo medesimo Papa, la testa del quale è di mano di Vellano a sommo le scale. Disegnò il medesimo per quel luogo un cortile stupendo, con una salita di scale commode e piacevoli, ma ogni cosa, sopravenendo la morte del Pontefice, rimase imperfetta. Nel qual tempo che stette in Roma, il Vellano fece per il detto Papa e per altri, molte cose piccole di marmo e di bronzo, ma non l'ho potute rinvenire. Fece il medesimo in Perugia una statua di bronzo maggior che il vivo, nella quale figurò di naturale il detto Papa a sedere in pontificale, e da piè vi mise il nome suo e l'anno ch'ella fu fatta. La qual figura posa in una nicchia di più sorte pietre, lavorate con molta diligenza fuor della porta di S. Lorenzo, che è il Duomo di quella città. Fece il medesimo molte medaglie, delle quali ancora si veggiono alcune e particolarmente quella di quel Papa e quelle d'Antonio Rosello aretino e di Battista Platina, ambi di quello segretarii.
Tornato dopo queste cose Vellano a Padoa con bonissimo nome, era in pregio non solo nella propria patria, ma in tutta la Lombardia e Marca Trivisana; sì perché non erano insino allora stati in quelle parti artefici eccellenti, sì perché aveva bonissima pratica nel fondere i metalli. Dopo, essendo già vecchio Vellano, deliberando la Signoria di Vinegia che si facesse di bronzo la statua di Bartolomeo da Bergamo a cavallo, allogò il cavallo ad Andrea del Verrocchio fiorentino e la figura a Vellano. La qual cosa udendo, Andrea, che pensava che a lui toccasse tutta l'opera, venne in tanta collera, conoscendosi, come era in vero, altro maestro che Vellano non era, che, fracassato e rotto tutto il modello che già aveva finito del cavallo, se ne venne a Firenze. Ma poi, essendo richiamato dalla Signoria che gli diede a fare tutta l'opera, di nuovo tornò a finirla. Della qual cosa prese Vellano tanto dispiacere, che partito di Vinegia senza far motto o risentirsi di ciò in niuna maniera, se ne tornò a Padoa, dove poi visse il rimanente della sua vita onoratamente, contentandosi dell'opere che aveva fatto, e di essere, come fu sempre, nella sua patria amato et onorato. Morì d'età d'anni 92, e fu sotterrato nel Santo con quell'onore che la sua virtù, avendo sé e la patria onorato, meritava. Il suo ritratto mi fu mandato da Padoa da alcuni amici miei che l'ebbono, per quanto mi avisarono, dal dottissimo e reverendissimo cardinal Bembo, che fu tanto amatore delle nostre arti, quanto in tutte le più rare virtù e doti d'animo e di corpo, fu sopra tutti gl'altri uomini dell'età nostra eccellentissimo.