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READ-E-BOOK » Космическая фантастика » Il risveglio di Endymion [The Rise of Endymion]
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Il risveglio di Endymion [The Rise of Endymion]

Электронная книга - «Il risveglio di Endymion [The Rise of Endymion]». Краткое содержание книги:

L’inquisizione è tornata a colpire. Nell’anno del Signore 3131, la Chiesa, garante dell’immortalità fisica a tutti i suoi fedeli, ingaggia una crociata contro gli Ouster, indomiti mutanti di origine umana. E lancia nello spazio una spietata caccia a Aenea — la fanciulla ritenuta il nuovo messia — per carpire il segreto della sua forza misteriosa. Mentre Endymion è custodito nella cella della morte, la ribellione dei giusti sta per giungere al suo atto finale: tutto ruota intorno a Aenea, dotata di grandi poteri e portatrice di oscure verità… Dopo «Hyperion», «La caduta di Hyperion» ed «Endymion», Dan Simmons tocca con questo romanzo l’apice della forza visionaria e immaginativa. E conclude una delle più celebrate, irresistibili e sensazionali saghe fantascientifiche del nostro tempo.
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«Ma quell’uomo è ancora vivo?» la interruppi, con voce piatta e inespressiva come quella di un inquisitore del Sant’Uffizio.

«Sì» rispose Aenea. Si toccò la guancia. Le dita le tremavano.

«Lo ami, ragazzina?»

«Io amo te, Raul!»

Mi ritrassi leggermente, senza accorgermene, non di proposito; ma non potevo sopportare il suo contatto fisico, mentre discutevamo di quella faccenda.

«C’è un’altra cosa…» disse Aenea.

Rimasi in silenzio.

«Abbiamo… avrò… ho avuto un bambino, un figlio.» Mi guardò come per costringermi a capire solo con la forza del suo sguardo dritto nella mia mente. Non funzionò.

«Un figlio» ripetei stupidamente. La mia cara amica… la mia amica bambina diventata donna diventata amante… la mia amata aveva un figlio. «Quanti anni ha?» dissi, sentendo quella banale domanda come il tuono che brontoli più vicino.

Aenea parve di nuovo confusa, come incerta dei fatti. Alla fine disse: «Il bambino… non è in nessun posto dove possa ora trovarlo».

«Oh, ragazzina» dissi, dimenticando tutto all’infuori della sua sofferenza. La strinsi a me, mentre piangeva. «Mi dispiace, ragazzina… mi dispiace davvero» dissi, dandole dei colpetti sulla testa.

Aenea si scostò, si asciugò le lacrime. «No, Raul, non capisci. È tutto a posto… non è… questa parte è a posto…»

Mi ritrassi e la fissai: era straziata, singhiozzava. «Capisco» dissi. In realtà non capivo un bel niente.

«Raul…» La sua mano cercò la mia.

Le diedi un colpetto sulla mano, ma uscii dal letto, mi rivestii, presi l’imbracatura da scalata e il sacco, lasciati come al solito accanto alla porta.

«Raul…»

«Sarò di ritorno prima dell’alba» dissi, rivolto più o meno verso di lei, ma senza guardarla. «Vado solo a fare due passi.»

«Lasciami venire con te.» Si alzò, avvolta nel lenzuolo. Dietro di lei balenò il lampo. Un’altra tempesta in arrivo.

«Sarò di ritorno prima dell’alba» ripetei e varcai la porta prima che Aenea potesse vestirsi o unirsi a me così com’era.

Pioveva: una pioggia fredda, mista a nevischio. Sulle piattaforme si formò presto una patina scivolosa. Corsi giù per le scale a pioli e percorsi a passo svelto le scalinate vibranti, trovando la strada grazie alla luce dei lampi, senza rallentare finché non fui varie centinaia di metri più in basso sulla passerella della cresta orientale, diretto alla forra dove ero atterrato con la nave. Non volevo andare lì.

A mezzo chilometro dal tempio, corde fisse salivano in cima alla cresta. Ora il nevischio batteva contro la parete dello strapiombo; le corde rosse e nere erano rivestite di una patina di ghiaccio. Agganciai moschettoni alla corda e all’imbracatura, tolsi dal sacco gli ascenders a motore e li attaccai senza ricontrollare il collegamento; poi cominciai a risalire con le jumar le corde ghiacciate.

Il vento si alzò, mi sferzò il giubbotto, mi spinse lontano dalla parete rocciosa. Il nevischio mi tempestò la faccia e le mani. Non ci badai e salii, a volte scivolando indietro per tre o quattro metri, quando le ganasce delle jumar non facevano presa sulla corda ghiacciata, per poi riprendermi e arrampicarmi di nuovo. Dieci metri sotto l’affilata sommità della cresta, emersi dalle nubi come un nuotatore che venga a galla. Lassù le stelle ardevano ancora, gelide, ma la massa di nubi sempre più gonfie si ammucchiava contro la parete nord della cresta e montava come una marea biancastra intorno a me.

Feci scivolare gli ascenders più in alto e usai le jumar finché non raggiunsi la zona relativamente piatta dove erano agganciate le corde fisse. Solo allora mi accorsi di non avere agganciato la fune di sicurezza.

«Chi se ne frega» dissi e iniziai a camminare a nordest lungo la linea di displuvio larga quindici centimetri. La tempesta saliva intorno a me verso nord. Il precipizio a sud era chilometri di vuoto nero. Si erano già formate lastre di ghiaccio e cominciava a nevicare.

Mi misi a correre verso est, saltando le lastre di ghiaccio e le fessure, sbattendomene di tutto.

Mentre ero ossessionato dalla mia infelicità, altri eventi accadevano nell’universo umano. Su Hyperion, quando ero ragazzo, le notizie filtravano lentamente dalla Pax interstellare ai nostri carrozzoni in continuo movimento nelle brughiere: un avvenimento importante su Pacem o su Vettore Rinascimento o su un altro pianeta era necessariamente vecchio di molte settimane o mesi per il debito temporale, più altre settimane per il transito da Port Romance o da un’altra grande città alla nostra regione provinciale. Ero abituato a non badare agli avvenimenti accaduti altrove. Quando facevo la guida a cacciatori di altri pianeti nelle paludi e altrove, il ritardo nelle notizie era diminuito, ovviamente, ma si trattava sempre di notizie vecchie e per me di scarsa importanza. La Pax non mi incantava, anche se non potevo dire lo stesso del viaggio su altri pianeti. Poi ero rimasto in pratica isolato per quasi dieci anni: il nostro periodo sulla Vecchia Terra e la mia odissea con cinque anni di debito temporale. Non ero abituato a pensare a eventi in altri luoghi, se non quando mi toccavano da vicino, come per esempio l’ossessione della Pax per trovarci.

Ma presto il mio atteggiamento sarebbe cambiato.

Quella notte, su T’ien Shan, le Montagne del cielo, correvo come uno stupido tra il nevischio e la nebbia lungo la stretta cresta e intanto in altri luoghi accadevano alcuni eventi.

Sull’incantevole pianeta Patto-Maui, dove si potrebbe dire che circa quattro secoli fa sia iniziata con il corteggiamento tra Siri e Merin la lunga catena di eventi culminata con la presenza mia e di Aenea su T’ien Shan, infuriava la rivolta. I ribelli sulle isole mobili erano divenuti da tempo seguaci della filosofia di Aenea, avevano bevuto il vino della sua comunione, avevano rigettato per sempre la Pax e il crucimorfo e conducevano una guerra di sabotaggi e di resistenza, anche se tentavano di non ferire o uccidere i soldati della Pax che occupavano il pianeta. Patto-Maui poneva alla Pax particolari problemi perché era in primo luogo un pianeta turistico: ogni anno standard vi giungevano centinaia di migliaia di cristiani rinati, con navi a motore Hawking, per godersi i tiepidi mari, le magnifiche spiagge dell’arcipelago equatoriale, le migrazioni di delfini e di isole mobili. La Pax beneficiava anche delle centinaia di piattaforme petrolifere sparse per il pianeta in massima parte oceanico, situate fuori vista delle zone turistiche, ma vulnerabili ad attacchi lanciati dalle isole mobili o dai sommergibili dei ribelli. Ora molti turisti Pax avevano inspiegabilmente iniziato a rigettare il crucimorfo e divenivano seguaci degli insegnamenti di Aenea. Rinunciavano all’immortalità. Il governatore planetario, l’arcivescovo residente e i funzionari del Vaticano chiamati a risolvere la crisi non riuscivano a capirne le cause.

Sul gelido Sol Draconis Septem, dove la maggior parte dell’atmosfera era congelata in un unico imponente ghiacciaio, non c’erano turisti; ma il tentativo della Pax di colonizzare il pianeta negli ultimi dieci anni si era trasformato in incubo.

I gentili Chitchatuk con cui Aenea, A. Bettik e io avevamo fatto amicizia una decina di anni prima, erano diventati implacabili nemici della Pax. Il grattacielo sepolto nell’aria ghiacciata, dove padre Glauco accoglieva tutti i viaggiatori, prima di essere assassinato da Rhadamanth Nemes, risplendeva ancora di luce. I Chitchatuk mantenevano illuminato quel grattacielo come se fosse un luogo sacro. Chissà come, sapevano chi era responsabile della morte dell’inoffensivo prete cieco e della tribù di Cuchiat… Cuchiat, Chiaku, Aichacut, Cuchtu, Chithicia, Chatchia, tutte persone che Aenea, A. Bettik e io avevamo conosciuto. Davano la colpa alla Pax che tentava di colonizzare le fasce temperate lungo l’equatore, dove l’aria era gassosa e il grande ghiacciaio si scioglieva nell’antico permagelo.

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