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Il ladro di corpi [The Tale of the Body Thief - it]

Электронная книга - «Il ladro di corpi [The Tale of the Body Thief - it]». Краткое содержание книги:

È la solitudine, la “maledizione” che si è impadronita di Lestat, affascinante e incontrastato principe del cupo universo dei vampiri. Sulla dolorosa, inarrestabile onda di quella solitudine, Lestat ha accarezzato un bruciante desiderio: rinascere come mortale, liberandosi del suo corpo di “non-morto” e impadronendosi invece di un corpo “vivo”, per dimenticare la sua condizione di tenebroso viaggiatore della notte e riprovare l’ebbrezza dei sensi umani, avvertire di nuovo sulla pelle il calore del sole, vivere il giorno in tutte le sue ore, non soltanto tra il crepuscolo e l’alba. E qualcuno, quel desiderio, può renderlo realtà, soddisfacendo così anche il proprio anelito a diventare vampiro, almeno per un breve periodo: l’ammaliante Raglan James, il Ladro di Corpi, che da tempo insegue Lestat lasciando dietro di sè tracce e indizi delle sue straordinarie ed enigmatiche capacità. Il Ladro di Corpi si rivelerà ben presto più sinistro e malvagio di qualsiasi demone e trascinerà Lestat in un viaggio interminabile, da New Orleans a Barbados, da Miami alla giungla amazzonica, costringendolo altresì a riscoprire ciò che aveva dimenticato da secoli: la sofferenza e l’angoscia insite nella natura umana…
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Cosa aveva pensato? Che nel mio corpo ci fosse Raglan James, venuto lì per distruggerlo? Che James si stesse costruendo una casa in rue Royale? No, aveva sempre saputo che si trattava di Lestat.

Poi mi ero incamminato verso la chiesa, con Mojo che procedeva, elegante, al mio fianco. Mojo, la creatura che mi teneva attaccato alla cara, vecchia terra.

Volevo che mi seguisse. Ma non mi sarei voltato neanche una volta per capire se mi stava davvero seguendo oppure no.

Faceva caldo, quella notte. Aveva piovuto abbastanza da scurire i muri color rosa vivo del vecchio Quartiere Francese, da intensificare il marrone dei mattoni e da lasciare sul lastricato e sull’acciottolato un bel velo lucente. Una notte perfetta per camminare a New Orleans. Umidi e fragranti, i fiori sbocciavano sui muri dei giardini.

Tuttavia, per incontrarlo di nuovo, avevo bisogno della quiete e del silenzio della chiesa buia.

Le mani mi tremavano un po’, una cosa che mi succedeva di tanto in tanto da quand’ero tornato nella mia vecchia forma. Non c’era una causa fisica: si trattava soltanto della mia rabbia che andava e veniva. Lunghi intervalli di appagamento si alternavano a un vuoto terrificante; poi tornava la felicità, davvero piena, anche se fragile, come se non fosse altro che un’eterea apparenza. Era giusto dire che non sapevo in che condizioni fosse la mia anima? Pensai all’ira incontenibile che mi aveva portato ad accanirmi sul corpo di Talbot, e rabbrividii. Ero ancora spaventato?

Mmm… Guarda che dita scure bruciate dal sole, con le unghie traslucide. Percepii il tremore quando mi premetti sulle labbra le dita della mano destra.

Sedevo in un banco, al buio, molte file più indietro rispetto all’altare. Osservavo le statue scure, i dipinti e tutti gli ornamenti dorati di quel luogo freddo e vuoto.

Era passata mezzanotte. Il rumore della rue Bourbon sembrava più forte che mai. C’era tanta carne mortale che ribolliva, laggiù. Mi ero nutrito prima. E mi sarei nutrito ancora.

Ma i rumori della notte erano tranquillizzanti. Nelle strette strade del Quartiere Francese, nei suoi appartamentini, nelle piccole taverne ricche d’atmosfera, nelle eleganti sale da cocktail e nei suoi ristoranti, mortali felici ridevano e parlavano, si baciavano e si abbracciavano.

Mi abbandonai nel banco, allungando le braccia sullo schienale come se fosse la panchina di un giardino. Nello spazio tra le due file di banchi accanto al mio, Mojo dormiva già, col lungo muso appoggiato alle zampe.

Magari io fossi te, amico mio. Con l’aspetto del Diavolo in persona eppure pieno di goffa bontà. Ah, sì, di bontà. Era bontà quella che percepivo se lo cingevo con le braccia, affondando il volto nel suo pelo.

Lui era entrato in chiesa.

Avvertii la sua presenza, sebbene non potessi cogliere nemmeno un barlume di pensiero o di emozione, e neppure udire i suoi passi. Non avevo sentito aprire o chiudere il portone esterno. In qualche modo sapevo che era lì. Poi, con la coda dell’occhio sinistro, vidi l’ombra che si muoveva. Si mosse tra i banchi e si sedette di fianco a me, un po’ discosto.

Rimanemmo seduti in silenzio per lungo tempo. Infine lui parlò.

«Hai bruciato tu la mia casetta, non è vero?» chiese con una voce flebile e vibrante.

«Puoi rimproverarmi?» ribattei con un sorriso e gli occhi sempre fissi sull’altare. «Inoltre, ero un umano quando l’ho fatto. È stata una debolezza umana. Vuoi venire a vivere con me?»

«Ciò significa che mi hai perdonato?»

«No, significa che sto giocando con te. Potrei persino distruggerti per quello che mi hai fatto. Non ho ancora deciso. Non hai paura?»

«No. Se tu avessi voluto eliminarmi, lo avresti già fatto.»

«Non esserne così sicuro. Non sono in me, eppure lo sono, e poi non lo sono più di nuovo.»

Seguì un lungo silenzio, punteggiato soltanto dal respiro rauco e profondo di Mojo che dormiva.

«Sono felice di vederti», disse. «Sapevo che avresti vinto. Ma non sapevo come.»

Non risposi. Ma d’un tratto mi sentii fremere. Perché venivano usati contro di me sia le mie virtù sia i miei difetti? E tuttavia a che sarebbe servito formulare accuse, afferrarlo, scuoterlo e pretendere risposte da lui? Forse era meglio non sapere.

«Raccontami cos’è successo», continuò.

«No», replicai. «Perché vuoi saperlo?»

Le nostre voci soffocate rimbombavano debolmente nella navata della chiesa. La luce tremolante delle candele giocava sulla doratura alla sommità delle colonne e sui volti delle statue lontane. Oh, mi piacevano il silenzio e il fresco di quel luogo. E in fondo al cuore dovevo ammettere di essere davvero felice perché lui era venuto. A volte l’odio e l’amore servono lo stesso fine.

Mi voltai a guardarlo. Era rivolto verso di me, con un ginocchio alzato sulla panca e il braccio appoggiato sullo schienale. Era pallido come sempre, un barlume artificiale nel buio.

«Avevi ragione sull’intero esperimento», mormorai. Finalmente la mia voce era ferma, pensai subito dopo.

«Perché dici così?» Il suo tono non era perfido né rivelava un’intenzione di sfida: trasmetteva soltanto il desiderio di sapere. E come mi confortavano il suo volto, il vago odore polveroso dei suoi abiti logori, e l’alito della pioggia recente che era ancora attaccato ai capelli scuri.

«Perché era proprio come avevi detto tu, mio caro, vecchio amico e amante», dissi. «Io in realtà non volevo diventare un essere umano. Si trattava di un sogno, di un sogno costruito su falsità, orgoglio e pie illusioni.»

«Non posso dire di averlo capito», dichiarò. «Infatti non lo capisco neppure adesso.»

«Oh, sì, che lo capisci. Lo capisci molto bene. Lo hai sempre fatto. Forse hai vissuto abbastanza. Forse sei sempre stato tu, il più forte. Però sapevi. Sapevi che non volevo la debolezza. Che non volevo le limitazioni. Che non volevo i bisogni rivoltanti e l’infinita vulnerabilità. Che non volevo il sudore che infradicia, né il freddo che brucia. Che non volevo il buio accecante, né i rumori che mi riempivano le orecchie, e neppure il rapido, frenetico culmine della passione erotica. Non volevo le banalità. Non volevo la bruttezza. Non volevo l’isolamento. Non volevo la fatica costante.»

«Mi hai già spiegato tutto questo. Eppure ci dev’essere stato qualcosa di buono, per quanto piccolo…»

«Tu che ne pensi?»

«Penso alla luce del sole.»

«Già. La luce del sole sulla neve. La luce del sole sull’acqua. La luce del sole… sulle proprie mani e sul proprio viso, mentre schiude le pieghe segrete del mondo intero come se fosse un fiore, come se facessimo tutti parte di un grande organismo che sospira. La luce del sole… sulla neve.» Mi fermai. In realtà non volevo dirglielo. Sentivo di essermi tradito. «C’erano altre cose», proseguii allora. «Oh, c’erano molte cose. Soltanto uno sciocco non le avrebbe viste. Una notte, forse, quando saremo al caldo, belli comodi e di nuovo insieme, come se tutto ciò non fosse mai accaduto, te le racconterò.»

«Ma non erano sufficienti.»

«Non lo erano per me. Non lo sono adesso.»

Silenzio.

«Forse è stata quella la parte migliore», ripresi. «La scoperta, intendo. Scoprire che non sto più vivendo un inganno. Scoprire che amo davvero il piccolo demone che sono.» Mi voltai e gli rivolsi il più grazioso e maligno dei miei sorrisi.

Era troppo saggio per cascarci. Trasse un lungo sospiro quasi senza far rumore. Le sue palpebre per un momento si abbassarono, poi mi guardò di nuovo. «Soltanto tu saresti potuto andarci», disse. «E soltanto tu saresti potuto tornare.»

Volevo dirgli che non era vero. Ma chi altri sarebbe stato così sciocco da fidarsi del Ladro di Corpi? Chi altri si sarebbe buttato nell’avventura con pura e semplice incoscienza come avevo fatto io? Inoltre, mentre ci riflettevo, mi resi conto di qualcosa che, in realtà, avrei dovuto capire già da un pezzo. Avevo sempre saputo quale rischio correvo. Lo avevo interpretato come il prezzo da pagare. Quel demone mi aveva detto di essere un bugiardo, un truffatore. E io lo avevo fatto comunque, perché non c’era un altro modo.

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