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READ-E-BOOK » Научная фантастика » I cavalieri del salario viola ovvero La grande abbuffata [=ll salario purpureo / Riders of the Purple Wage - it]
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I cavalieri del salario viola ovvero La grande abbuffata [=ll salario purpureo / Riders of the Purple Wage - it]

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— Mi hai fatto venir qui per farmi una scenata in pubblico? — dice Chib.

— Per amor di Dio, che altra scenata può esserci? — strilla lei. — Guardatelo! Vuol parlarmi a quattr’occhi!

Allora Chib si rende conto che Benedectine ha paura di restare sola con lui. E soprattutto è incapace di star sola. Adesso capisce perché insisteva per lasciare aperta la porta della camera da letto mentre Bela, la sua amichetta, era a portata di voce, e sentiva tutto.

— Avevi detto che lo facevi solo con il dito! — grida lei. Si indica la pancia già leggermente arrotondata. — Avrò un bambino! Fetente bastardo imbroglione schifoso!

— Non è vero — dice Chib. — Tu mi avevi detto che per te andava bene, che mi amavi.

— Lo amavo! Lo amavo! dice lui! Che cazzo ne so di quello che ho detto, mi avevi così eccitato! Comunque, non ti ho mai detto di metterlo dentro! E poi, quello che hai fatto! Mio Dio, per una settimana non ce la facevo più a camminare, bastardo.

Chib suda. A parte la Pastorale di Beethoven che sgorga dal fideo, nella sala regna il silenzio. Gli amici sogghignano. Gambrinus, voltato dall’altra parte, beve uno scotch. Madame Trismegista mischia le carte e scorreggia in una corrusca congiunzione di birra e cipolle. Le amiche di Benedectine si guardano le unghie fluorescenti, lunghe come quelle degli antichi mandarini, o fissano Chib con aria torva. La sofferenza e l’umiliazione di una appartiene a tutte, e viceversa.

— Io non posso prendere le pillole. Mi buttano giù e mi fanno male agli occhi e mi fanno saltare le mestruazioni! E lo sai! E non sopporto gli uteri meccanici! E poi, tu mi hai mentito! Hai detto che la pillola l’avevi presa tu!

Chib si rende conto che Benedectine si è contraddetta, ma è inutile tentare di essere logici. Lei è furibonda perché è incinta; non vuole perdere tempo con un aborto proprio adesso, e cerca vendetta.

Andiamo, si chiede Chib, come è possibile che sia rimasta incinta quella notte? Nessuna donna, per quanto feconda come una coniglia, ci sarebbe riuscita. Deve essersi fatta sbattere prima o dopo. Eppure lei giura che è stata quella notte, la notte in cui lui era

IL CAVALIERE DAL PISTOLINO ARDENTE

ovvero

schiuma, schiuma sulla collina

«No! no!» aveva gridato Benedectine.

«Perché no? Ti amo» aveva detto Chib. «Voglio sposarti.»

Benedectine aveva lanciato un urlo e la sua amica Bela, che era nel corridoio, aveva gridato: «Cosa c’è? Cos’è successo?»

Benedectine non aveva risposto. Furiosa, tremante come se fosse in preda alla febbre, si era precipitata giù dal letto, spingendo in disparte Chib. Era corsa al piccolo uovo del bagno, nell’angolo, e lui l’aveva seguita.

«Non vorrai mica…?» aveva detto lui.

Benedectine si era lamentata: «Sudicio imbroglione figlio di puttana!»

Nel bagno, lei aveva abbassato una sezione della parete, che era diventata uno scaffale. Sopra, fissati al ripiano mediante basette magnetiche, c’erano molti barattoli. Lei aveva afferrato una bomboletta lunga e sottile di spermicida, si era accovacciata e aveva inserito il lungo becco. Aveva premuto il pulsante sul fondo, e quella aveva emesso schiuma con un sibilo che neppure l’involucro di carne era riuscito a soffocare.

Chib era rimasto paralizzato per un momento. Poi aveva lanciato un ruggito.

Benedectine aveva urlato: «Sta’ lontano da me, stronzo!»

Dalla porta della camera da letto era giunta la voce timida di Bela: «Tutto a posto, Benny?»

«La metto a posto io!» aveva urlato Chib.

Aveva spiccato un balzo e aveva preso dallo scaffale una bomboletta di colla tempoxy. Era quella che Benedectine usava per fissarsi le parrucche sulla testa, ed era capace di tenere fissata qualunque cosa in eterno, a meno che non venisse ammorbidita da un defissante apposito.

Benedectine e Bela avevano gridato, mentre Chib sollevava Benedectine, la girava e poi la calava a testa in giù sul pavimento. Lei aveva resistito, si era dibattuta, ma lui aveva spruzzato la colla sopra la bomboletta spermicida, la pelle e i peli intorno. «Cosa fai?» aveva urlato lei.

Chib aveva premuto il pulsante sul fondo della bomboletta spermicida e poi l’aveva spruzzato con la colla. Mentre Benedectine si dibatteva, lui le aveva tenuto le braccia strette e le aveva impedito di rotolarsi e di togliersi la bomboletta. In silenzio, Chib aveva contato fino a trenta, poi di nuovo fino a trenta per essere sicuro che la colla fosse completamente asciutta, poi aveva lasciato andare la ragazza.

La schiuma era uscita a fiotti, aveva coperto l’inguine, era scesa lungo le gambe e si era sparsa sul pavimento. Nella bomboletta indistruttibile e indeformabile, il liquido era sottoposto a una pressione immane; la schiuma si espandeva enormemente se veniva esposta all’aria.

Chib aveva preso dallo scaffale la bomboletta del defissante e l’aveva stretta in mano, deciso a non darla a lei. Benedectine era saltata in piedi e aveva cercato di percuoterlo. Ridendo come una iena in una tenda a gas esilarante, Chib le aveva bloccato il pugno e l’aveva spinta via. Sdrucciolando sulla schiuma, che ormai arrivava alla caviglia, Benedectine era caduta e poi scivolata all’indietro, e, slittando a ritroso sulle natiche, era uscita dalla camera da letto, con la bomboletta che batteva sul pavimento.

Benedectine si era alzata in piedi e solo in quel momento si era resa perfettamente conto di quel che aveva fatto Chib. Aveva urlato e si era messa a saltare. Ballonzolando tutto intorno, tirando il barattolo, le sue urla si erano intensificate a ogni strattone che le causava un nuovo dolore. Poi si era voltata ed era corsa fuori della stanza, o almeno aveva tentato di farlo. Era scivolata; Bela era sulla sua traiettoria; si erano aggrappate l’una all’altra ed entrambe erano uscite pattinando dalla stanza, compiendo una mezza giravolta mentre passavano dalla porta. La schiuma turbinava, e le due sembravano Venere con amica sorgenti dalle onde crestate di spuma del Mare di Cipro.

Benedectine aveva spinto via l’altra ragazza, ma non senza perdere qualche brandello di pelle sotto le unghie affilate di Bela. Bela era sfrecciata a ritroso attraverso la porta, verso Chib, come una pattinatrice sul ghiaccio alle prime armi: aveva cercato di mantenere l’equilibrio, non ci era riuscita ed era saettata accanto a Chib, ululando, rovesciata sulla schiena, con le gambe in aria.

Chib aveva mosso cautamente i piedi nudi sul pavimento, si era fermato accanto al letto per raccogliere i vestiti, aveva deciso che era più prudente aspettare di essere fuori, per indossarli. Era arrivato nel corridoio circolare proprio in tempo per vedere Benedectine che passava strisciando accanto a una delle colonne tra il corridoio e l’atrio. I suoi genitori, due pachidermi di mezza età, erano ancora seduti su un divano, con le lattine di birra in mano, gli occhi spalancati, le bocche aperte, frementi.

Chib non aveva augurato neppure la buonanotte, passando per il corridoio. Ma poi aveva visto il fideo e si era reso conto che i genitori l’avevano passato da EST a INT e poi l’avevano sintonizzato sulla camera di Benedectine. Padre e madre avevano continuato a osservare Chib e la figlia, ed era evidente, dalla condizione non precisamente floscia del padre, che lo spettacolo lo eccitava, era superiore a tutto quello che si vedeva sul fideo esterno.

«Bastardi guardoni!» aveva ruggito Chib.

Benedectine li aveva raggiunti, si era alzata e balbettava, piangeva, indicava la bomboletta e poi puntava l’indice contro Chib. Al ruggito di Chib, i genitori si erano alzati dal divano come due leviatani risaliti dagli abissi. Benedectine si era voltata ed era corsa verso di lui, a braccia protese, le dita adunche, la faccia simile a quella di Medusa. Dietro di lei venivano, in codazzo, la strega livida e il padre e la madre, tutti sulla schiuma.

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