I cavalieri del salario viola ovvero La grande abbuffata [=ll salario purpureo / Riders of the Purple Wage - it]
- Автор: Фармер Филип Хосе
- Год: 1991
- Язык: итальянский
- Год: Mondadori
- ISBN: 88-04-35083-0
- Переводчик: Riccardo Valla
- Жанр: Научная фантастика
Электронная книга - «I cavalieri del salario viola ovvero La grande abbuffata [=ll salario purpureo / Riders of the Purple Wage - it]». Краткое содержание книги:
“Cosa te ne sembra come frase pen fornita… voglio dire, ben forbita, Tooney? Cancella anche questo, correggi secondo le mie indicazioni, aggiusta un po’ tutto, tu sai come, e spediscilo al capo. Devo andare. Sono in ritardo e ho un appuntamento per pranzo con Mamma, che si dispera quando non arrivo puntuale.
“Oh, poscritto! Raccomando che gli agenti sorveglino più attentamente Winnegan. I suoi amici fanno sbollire la pressione psichica chiacchierando e bevendo, ma lui ha cambiato improvvisamente tipo di comportamento. Ha lunghi periodi di mutismo, ha rinunciato al bere, al fumo e al sesso.”
IL PROFITTO NON È UN DISONORE
neppure al giorno d’oggi. Il governo non solleva apertamente obiezioni nei confronti delle taverne private, gestite da cittadini che hanno pagato tutte le tasse di licenza, hanno superato tutti gli esami, fatto tutte le pubblicazioni e unto i politicanti e il capo della polizia locale. Poiché non è prevista la loro esistenza, e non ci sono vasti locali da prendere in affitto, le taverne si trovano nell’abitazione dei proprietari.
The Private Universe è la taverna preferita di Chib, un po’ anche perché il proprietario la gestisce illegalmente. Dionysus Gambrinus, incapace di farsi strada fra i posti di blocco, i cavalli di Frisia, i fili spinati e le trappole della procedura ufficiale, ha da tempo rinunciato ai tentativi di ottenere la licenza.
Ha dipinto apertamente il nome del suo locale sopra le equazioni matematiche che un tempo distinguevano l’esterno della casa. (Già professore di matematica all’Università 14 di Beverly Hills, con il nome di Al-Khwarizmi Descartes Lobacevski, ha dato le dimissioni e ha cambiato nome.) L’atrio e diverse camere da letto sono stati trasformati, per berci e far chiasso. Comunque, non ci sono clienti egiziani, probabilmente per la loro eccessiva suscettibilità nei confronti dei florilegi messi per iscritto dai clienti sulle pareti dell’interno:
À BAS, ABU
MAOMETTO ERA FIGLIO D’UN CANE VERGINE
LA SFINGE FA SCHIFO
RICORDATEVI DEL MAR ROSSO!
IL PROFETA ERA UN FETICISTA DEI CAMMELLI
Alcuni di coloro che hanno scritto le provocazioni hanno padri, nonni e bisnonni che sono stati a loro volta oggetto di simili insulti. Ma i loro discendenti sono stati perfettamente assimilati, sono beverlyhillsiani fino al midollo. Così è fatto il regno degli uomini.
Gambrinus, un uomo che più che semplicemente tozzo è quasi cubico, sta in piedi dietro il banco, che è a forma di quadrato, un segno di protesta contro gli ovoidi. Dietro di lui è appeso un grosso cartello:
ONE MAN’S MEADD IS ANOTHER MAN’S POISSON
Gambrinus ha spiegato molte volte questo gioco di parole, non sempre in modo soddisfacente per i suoi ascoltatori.{La frase è la parodia del proverbio inglese One man’s meat is another man’s poison, “quel che è cibo — lett. : carne — per qualcuno è veleno per qualcun altro”. Un primo gioco di parole sta nella sostituzione di poison (ingl.: “veleno”) con il francese poisson, “pesce”, cosicché la frase viene a significare “quel che è carne per uno è pesce per l’altro”. C’è però un ulteriore gioco di parole tra meat (“carne”) e mead, “idromele” e, per esteso, “bevanda alcolica”. N.d.T.} Basti dire che Gambrinus lo spiega così: Poisson era un matematico, e la distribuzione di frequenza di Poisson è una buona approssimazione della binomiale, via via che il numero delle prove cresce e la probabilità di riuscita in una singola prova è minima.
Quando un cliente è troppo sbronzo perché gli si possa dare ancora da bere, viene scaraventato fuori della taverna con furiosa energia e completa demolizione da Gambrinus, il quale, in questi casi, grida: — Poisson! Poisson!
Gli amici di Chib, i Giovani Radicchi, seduti a un tavolo esagonale, lo salutano, e le loro parole riecheggiano inconsapevolmente quelle della più recente valutazione del suo comportamento, effettuata dallo psicolinguista federale.
— Chib, monaco che non sei altro! Sei venuto per sapere come andrà, senza dubbio. Scegli, scegli!
Madame Trismegista, seduta a un tavolino sagomato a forma del Sigillo di Salomone, lo saluta. È la moglie di Gambrinus da due anni, un primato, ma è così perché lei lo accoltellerebbe, se lui la piantasse. Inoltre, lui è convinto che la moglie possa in qualche modo manovrare il suo destino, mediante le carte. In quest’era illuministica prosperano gli indovini e gli astrologi. Mentre la scienza procede, l’ignoranza e la superstizione le galoppano ai fianchi e le azzannano le chiappe con grossi denti scuri.
Lo stesso Gambrinus, libero docente, portatore della fiaccola della conoscenza (almeno fino a tempi recenti), non crede in Dio. Ma è sicuro che le stelle marcino verso una congiunzione per lui infausta. Con una strana logica, crede che le carte di sua moglie dominino le stelle; chiaramente un errore, perché non si rende conto che la cartomanzia e l’astrologia sono due campi distinti.
Che potete pretendere, da un uomo che afferma che l’universo non è simmetrico?
Chib saluta Madame Trismegista con un cenno della mano e si dirige verso un altro tavolo. Lì siede:
UNA TIPICA MINORENNE MAGGIORATA
Benedectine Serinus Melba. È alta e snella e ha fianchi sottili, da lemure, e gambe agili, ma seni grossi. I capelli, neri come le pupille dei suoi occhi, sono spartiti in mezzo da una scriminatura, incollati al cranio con lacca profumata, e acconciati in due lunghe trecce. Le trecce le passano sulle spalle nude e sono unite da un fermaglio d’oro appena sotto la gola. Dal fermaglio, che ha la forma di una nota musicale, le trecce si dividono di nuovo, e ognuna passa, in cerchio, sotto uno dei seni. Un altro fermaglio le unisce, e poi si separano ancora per girarle dietro la schiena: lì sono fissate da un terzo fermaglio e tornano a incontrarsi sul ventre. Un quarto fermaglio le tiene insieme, e le due cascate gemelle fluiscono nere sulla parte anteriore della gonna a forma di campana.
Il viso è pesantemente imbellettato di verde, acquamarina, con un trifoglio ornamentale, e di topazio. Indossa un reggiseno giallo con rosei capezzoli finti, e dal reggiseno pendono vaporosi nastri di trina. Il corsetto verde vivo ornato di rosette nere le cinge la vita. Sopra il bustino, che ne rimane seminascosto, c’è una struttura di fili metallici coperta da una lucida stoffa rosea trapunta. Dietro si estende in modo da formare una mezza fusoliera o una lunga coda di uccello, cui sono fissate piume artificiali, gialle e rosse.
Una gonna diafana ondeggia fino alle caviglie. Non nasconde le mutandine frangiate di pizzo, a strisce gialle e verde scuro, i cosciali bianchi, e le calze nere a rete con orologi verdi in forma di note musicali. Le scarpe sono di colore azzurro vivo, con tacchi alti di topazio.
Benedectine ha messo quel costume per cantare al Festival Popolare: le manca solo il cappello da cantante. Comunque, è venuta per lamentarsi, tra le altre cose, perché Chib l’ha costretta a disdire il suo numero e quindi a perdere l’occasione di fare una grande carriera.
Lei è in compagnia di cinque ragazze, tutte fra i sedici e i ventun anni; tutte bevono S. (per “sballo”).
— Non possiamo parlare in privato, Benny? — chiede Chib.
— Perché? — La voce di Benedectine è bellissima, in chiave di contralto, ma imbruttita dall’inflessione.