Il battello del delirio [Fevre Dream - it]
- Автор: Мартин Джордж Рэймонд Ричард
- Год: 1994
- Язык: итальянский
- Год: Fanucci Editore
- ISBN: 978-88-347-0400-4
- Переводчик: Ornella Ranieri Davide
- Жанр: Фэнтези
Электронная книга - «Il battello del delirio [Fevre Dream - it]». Краткое содержание книги:
«Avanti,» disse Marsh. «Continuate. Sto ascoltando, dannazione a voi.»
«Avevo bisogno di voi. Sapevo che non c’era verso che potessi sottomettere Julian da solo. Gli altri… perfino quelli che sono con me, non possono resistergli, resistere a quegli occhi… può far fare loro ogni cosa. Voi eravate la mia sola speranza, Abner. Voi e gli uomini che io pensavo avreste portato con voi. È una triste ironia. Noi della notte ci siamo cibati del popolo del giorno per migliaia di anni e ora devo contare su di voi per salvare la mia razza. Julian ci distruggerà. Abner, il vostro sogno può essere svanito, ma il mio può ancora vivere! Vi ho aiutato una volta. Non avreste potuto costruire il battello senza di me. Aiutatemi voi, adesso!»
«Avreste potuto semplicemente chiedermelo,» disse Marsh. «Avreste potuto dirmi la dannatissima verità.»
«Non sapevo se avreste accettato di venire per salvare il mio popolo. Sapevo che sareste venuto sicuramente per il battello.»
«Sarei venuto per voi, dannazione. Siamo soci, vero? Beh, non è così?»
Joshua York lo guardò con gravità. «Sì.»
Marsh alzò lo sguardo verso il grigio rottame marcio che era stato il suo orgoglioso battello e vide che un dannato uccello aveva costruito il nido in uno dei fumaioli. Altri uccelli si muovevano e svolazzavano da un albero all’altro, emettendo leggeri cinguettii che abbatterono enormemente Marsh. La luce del mattino cadeva sul battello in raggi luminosi di color giallo, filtrando obliquamente attraverso gli alberi e trasportando con sé miriadi di particelle di polvere. Le ultime ombre venivano ricacciate indietro dall’alba, nel sottobosco. «Perché diavolo proprio adesso?» chiese Marsh, guardando di nuovo accigliato York. «Se non era per il Natchez e il Robert E. Lee, per che cosa, allora? Cosa rende il presente diverso dagli ultimi tredici anni, tanto da farvi improvvisamente fuggire e scrivermi lettere?» «Cynthia è incinta,» spiegò Joshua. «Di mio figlio.»
Abner Marsh ricordò quel che York gli aveva detto tanto tempo prima. «Avete ucciso qualcuno insieme?»
«No. Per la prima volta nella nostra storia, il concepimento è stato privo della maledizione della Sete rossa. Cynthia ha utilizzato la mia pozione per anni. È divenuta… sessualmente ricettiva… perfino senza il sangue, senza la febbre. Io ho risposto all’impulso. È stato potente, Abner. Forte quanto la Sete, ma diverso, più pulito. Una Sete di vita, piuttosto che di morte. Ella morirà quando verrà il momento del parto, a meno che la vostra gente non l’aiuti. Julian non lo permetterebbe mai. E c’è anche il bambino a cui pensare. Io non voglio che venga corrotto, che sia schiavo di Damon Julian. Desidero che questa nascita sia un nuovo inizio per la mia razza. Dovevo fare qualcosa.»
Un maledetto bambino vampiro, pensò Abner Marsh. Stava per andare ad affrontare Damon Julian per un bambino che poteva crescere e diventare ciò che era Julian. Ma forse no. Forse sarebbe cresciuto come Joshua, invece. «Se volete fare qualcosa,» disse Marsh, «allora perché diavolo non entriamo, invece di starcene qui fuori a ciarlare?» E puntò il fucile in direzione del grande battello in rovina.
Joshua York sorrise. «Mi dispiace per la bugia,» si scusò. «Abner, non c’è nessuno come voi. Avete tutti i miei ringraziamenti.»
«Non pensate a questo, ora,» disse rudemente Marsh, imbarazzato dalla gratitudine di Joshua. Lasciò l’ombra degli alberi per incamminarsi verso il Fevre Dream e i marci tini di indaco, tinti di viola, che si profilavano dietro di esso. Quando fu vicino all’acqua, i suoi stivali produssero osceni suoni di risucchio, mentre tentava di liberarli dalla presa del fango. Marsh controllò di nuovo il fucile, per assicurarsi che fosse carico. Poi trovò una vecchia tavola consumata che giaceva nell’acqua bassa e stagnante, appoggiata contro una delle fiancate dello scafo e che raggiungeva il ponte di comando del battello. Joshua York, muovendosi rapidamente e in silenzio, lo seguì. Si trovarono dì fronte allo scalone, che conduceva all’oscurità del ponte di coperta, alle cabine chiuse da tende dove dormivano i loro nemici, alla lunga penombra del salone. Marsh non si mosse subito. «Voglio vedere il mio battello,» disse alla fine, e girò intorno alle scale, dirigendosi verso la sala macchine.
Le giunture di due caldaie erano scoppiate. La ruggine aveva mangiato i tubi del vapore. I grandi motori erano scuriti e stavano cadendo in pezzi. Marsh dovette camminare con attenzione per assicurarsi che uno dei suoi piedi non sfondasse un’asse marcia del pavimento. Si avvicinò ad una fornace. All’interno, vi era della cenere vecchia e fredda e qualcos’altro, qualcosa di marrone e giallo, annerito qua e là. Immerse un braccio nella fornace e ne tirò fuori un osso. «Ossa nella fornace,» disse. «Il ponte distrutto. Dannate manette da schiavi ancora sul pavimento. Ruggine. Dannazione. Dannazione.» Si voltò. «Ho visto abbastanza.»
«Ve l’avevo detto,» disse Joshua York.
«Desideravo vederlo.» Uscirono nuovamente alla luce del sole che illuminava il castelletto. Marsh si guardò indietro, verso le ombre, le ombre arrugginite e marce di tutto quello che il suo battello era stato e di tutto quello che aveva sognato. «Diciotto grandi caldaie,» disse rauco. «Whitey amava i suoi motori.»
«Abner, venite. Dobbiamo fare quello per cui siamo venuti.»
Salirono l’imponente scalinata, con cautela. La fanghiglia sui gradini era viscida ed emanava un cattivo odore. Marsh si appoggiò con troppa forza su una ghianda intagliata nel legno ed essa gli rimase in mano. La passeggiata era grigia e deserta, sembrava insicura. Entrarono nel salone e Marsh aggrottò le ciglia di fronte ai novanta metri dì rovine, disperazione e bellezza rovinata. Il tappeto era macchiato, lacero e mangiato da funghi e muffa. Chiazze verdi si erano diffuse come un cancro che divorava l’anima del battello. Qualcuno aveva ricoperto di vernice l’osteriggio, pitturando di nero tutti quei bei vetri colorati. Era buio. Il lungo bancone di marmo era coperto di polvere. Le porte delle cabine di lusso pendevano rotte e divelte. Un lampadario era caduto. Camminarono attraverso le pile di vetri rotti. Un terzo degli specchi era spaccato o mancava. Il resto non rifletteva più nulla, l’argento si era staccato o si era scurito. Quando raggiunsero il ponte di coperta, Marsh fu ben lieto di vedere il sole. Controllò ancora una volta il fucile. Il ponte del Texas incombeva su di loro, con le sue cabine chiuse e come in attesa. «Si trova ancora nella cabina del capitano?» chiese Marsh. Joshua assentì. Salirono i pochi gradini che portavano al ponte del Texas e si avvicinarono alla cabina. Nelle ombre del portico del Texas, Billy Tipton la Serpe li stava aspettando.
Se non fosse stato per gli occhi, Abner Marsh non avrebbe mai potuto riconoscerlo. Billy la Serpe era distrutto quanto il battello. Era sempre stato magro. Ma ora era uno scheletro vivente: ossa aguzze che sporgevano da una carne di un giallo malaticcio. La pèlle aveva l’aspetto di quella di un uomo che sia stato costretto a letto per anni. Il suo viso era un dannato teschio. Un teschio giallastro e butterato. Aveva perso quasi tutti i capelli e la sommità della testa era ricoperta di croste e di piaghe vive. Era vestito di stracci neri e le unghie erano cresciute almeno di dieci centimetri. Soltanto gli occhi erano gli stessi: occhi color ghiaccio, come febbricitanti, che vi fissavano, tentavano di impaurirvi, cercavano di essere occhi di vampiro, proprio come quelli di Julian. Billy la Serpe sapeva che sarebbero venuti. Doveva averli sentiti. Quando girarono l’angolo, lui era là, col coltello in mano, quella mano mortalmente esperta. «Beh…» esclamò.
Abner Marsh caricò il fucile e fece fuoco con entrambe le canne, a bruciapelo, contro il petto di Billy. A Marsh non interessava sentire quel secondo «Beh.» Non quella volta.