Il battello del delirio [Fevre Dream - it]
- Автор: Мартин Джордж Рэймонд Ричард
- Год: 1994
- Язык: итальянский
- Год: Fanucci Editore
- ISBN: 978-88-347-0400-4
- Переводчик: Ornella Ranieri Davide
- Жанр: Фэнтези
Электронная книга - «Il battello del delirio [Fevre Dream - it]». Краткое содержание книги:
Billy si morse il labbro, raccolse tutte le sue forze e tentò di alzarsi.
Ed urlò.
Il dolore che lo fulminò quando cercò di muoversi fu il morso feroce di un pugnale rovente, uno spasimo fulminante che gli squarciò il corpo fugando ogni pensiero, ogni speranza, ogni paura, finché in lui non rimase che il dolore. Strillò e giacque immoto, ed il corpo tutto vibrava di strazianti pulsazioni. Sentiva il cuore martellargli in petto ad un ritmo selvaggio, e il dolore, la feroce agonia, smorzarsi lentamente. Fu allora che Billy Tipton si rese conto di non sentire più le gambe. Cercò di muovere le dita dei piedi. Nulla. La parte bassa del suo corpo sfuggiva ormai alla sua percezione.
Stava morendo. Non era giusto, pensò Billy, proprio ora che ci era arrivato così vicino. Per tredici anni aveva bevuto il sangue ed era diventato sempre più forte, ogni volta più forte di prima, ed era cambiato, profondi mutamenti erano avvenuti in lui, trasformandolo. Ed ora era così vicino. Ad un passo da lui c’era la possibilità di una vita senza fine, ed invece gliela stavano portando via, lo stavano derubando, lo avevano sempre derubato, non aveva mai avuto niente lui. Un inganno. L’ennesimo. Il mondo lo aveva sempre ingannato, i negri, i ricchi damerini, i creoli, lo avevano sempre ingannato e deriso. E ora, l’inganno estremo: gli stavano strappando la vita, la vendetta, tutto.
Doveva andare da Julian. Se soltanto fosse riuscito a compiere quell’atto finale, la definitiva mutazione, allora sarebbe andato tutto per il meglio. Altrimenti sarebbe morto lì, e avrebbero riso di lui, lo avrebbero considerato un idiota, un rifiuto umano, come sempre avevano fatto. Avrebbero detto di lui tutte le spregevoli cose che avevano sempre detto, avrebbero oltraggiato la sua tomba con le più turpi azioni e avrebbero, ancora una volta, riso di lui. Doveva andare da Julian. Allora sarebbe stato lui a ridere, oh, se avrebbe riso!
Billy trasse un profondo respiro. Sentiva la dura consistenza del coltello ancora stretto nella mano. Sollevò il braccio e tremando prese il coltello tra i denti. Ecco! non gli aveva fatto poi tanto male, pensò. Le braccia gli obbedivano ancora. Le dita si tesero e lottarono per guadagnare un solido appiglio sulle tavole bagnate del ponte, viscido di sangue e melma. Poi giovandosi della massima trazione che mani e braccia potessero assicurargli, si trascinò in avanti. Lingue di fuoco gli arroventavano il petto e lame acuminate gli pugnalavano la schiena. Scosso da brividi possenti serrò selvaggiamente i denti sulla lama d’acciaio. Estenuato dall’atroce sofferenza, crollò. Ma quando il dolore scemò un poco, Billy aprì gli occhi e le labbra s’incurvarono in un disperato sorriso intorno alla lama del coltello. Si era mosso! Era avanzato di buoni trenta centimetri. Ancora cinque o sei di quegli strappi, e si sarebbe trovato ai piedi della grande scalinata. Giuntovi, si sarebbe aggrappato alle sontuose colonne della balaustra e si sarebbe arrampicato fino in cima. Le voci provenivano di lassù, pensò. Poteva raggiungerle. Sapeva di poterlo fare. Doveva farlo!
Billy Tipton distese le braccia, affondò le lunghe unghie nel legno e di nuovo i denti morsero la lama del coltello.
CAPITOLO TRENTAQUATTRESIMO
Le ore scivolarono in silenzio, un silenzio ingemmato dalla paura.
Abner Marsh sedeva a pochissima distanza da Damon Julian, la schiena appoggiata al banco di marmo nero, e, madido di sudore, si teneva delicatamente il braccio rotto. Julian gli aveva permesso di sollevarsi dalla dolorosa posizione in cui era stato fino a poco prima, disteso bocconi sul pavimento, quando il dolore al braccio s’era fatto intollerabile e il Capitano aveva preso a lamentarsi. Sembrava che in questa posizione gli dolesse di meno, sapeva, però, che sarebbe bastato il minimo movimento a scatenare una nuova, spaventosa esplosione di dolore. E così il Capitano Marsh sedeva immobile, reggendosi il braccio, e pensava.
Marsh non era mai stato un grande giocatore di scacchi, come Jonathan Jeffers gli aveva clamorosamente dimostrato almeno una mezza dozzina di volte. A volte, tra una partita e l’altra, dimenticava persino come si muovessero quelle dannate pedine. Ma quando un giocatore era allo stallo, questo sì era in grado di riconoscerlo.
Joshua York sedeva rigido sulla sedia, gli occhi tenebrosi e impenetrabili da quella distanza, il corpo stretto nelle maglie di una tangibile tensione. Il sole, inflessibile, lo trafiggeva con le sue lame roventi, bruciando la vita ch’era in lui, divorando la sua forza così come all’alba d’ogni nuovo giorno divorava col suo alito di fuoco le fitte nebbie adagiate sullo specchio del fiume. Ma Joshua non si muoveva. Per Marsh. Perché sapeva che nell’istante stesso in cui avrebbe attaccato, Abner Marsh sarebbe stato strozzato dal suo stesso sangue ancor prima che York avesse potuto raggiungere fisicamente Julian. Forse allora sarebbe riuscito ad uccidere Damon Julian, o forse no; beh, in un caso o nell’altro per Marsh non sarebbe cambiato nulla.
In quel finale di partita, però, anche Julian era allo stallo. Se avesse ucciso Marsh, avrebbe perso la protezione che questi gli garantiva. Morto Marsh, Joshua non avrebbe avuto più alcun freno, più nulla gli avrebbe impedito di affrontarlo. Ed era chiaro che Damon Julian temesse questa eventualità. Abner Marsh capiva cosa significasse. La sconfitta era un boccone amaro da mandar giù per un uomo, persino per un essere che si chiamasse Damon Julian. Julian aveva battuto Joshua York dozzine di volte, e a suggellare la sottomissione inflitta lo aveva derubato del suo stesso sangue. York aveva trionfato una sola volta. Ma era stato abbastanza. Julian aveva perduto un’arma fondamentale: la certezza. La paura s’annidava in lui, come un verme in un cadavere.
Marsh si sentiva debole, inerme. Il braccio gli faceva un male d’inferno, ed era completamente immobilizzato, non aveva una sola mossa da giocare. Nei momenti in cui cessava di studiare con lo sguardo i due grandi antagonisti, York e Julian, gli occhi tornavano ripetutamente a posarsi sul fucile da caccia. Troppo lontano, si diceva allora. Troppo lontano. Quando si era tirato su a sedere lo aveva inavvertitamente allontanato ulteriormente da sé. Almeno due metri lo separavano dall’arma. Impossibile. Marsh sapeva che non avrebbe mai potuto farcela. Neanche col più fulmineo degli scatti. Con un braccio rotto poi… si morse il labbro rabbiosamente e cercò di dirottare i suoi pensieri verso altri approdi. Se seduto al posto di Marsh ci fosse stato Jonathan Jeffers, probabilmente sarebbe riuscito ad escogitare una qualche soluzione. Un’astuta sortita, una manovra a sorpresa, un sottile escamotage. Ma Jeffers era morto, e Marsh doveva far affidamento unicamente su se stesso. É la sola idea che gli veniva in mente era quel semplice gesto, così stupido, così inutile — afferrare il maledetto fucile. Cosa che, se l’avesse fatta, avrebbe decretato la sua morte immediata.
«Forse la luce ti dà fastidio, Joshua?» chiese Julian ad un certo momento, dopo lunghe ore trascorse al sole. «Devi abituartici, sai, se vuoi diventare uno di loro. Il sole piace tanto al bestiame.» Sorrise. Poi, rapido com’era apparso, il sorriso disparve, spegnendosi nella tenebra del silenzio. Joshua York non profferì parola.
Osservandolo, Marsh notò marcati in Julian i segni della consunzione, della putrescenza, del degrado, della stesso imputridimento che aveva corroso il battello e Billy la Serpe. Era diverso adesso, in un certo qual modo, un altro, ancor più spaventoso. Dopo quell’unica, breve domanda, non fece più alcuna allusione. Restò muto, senza guardare né Joshua York né Marsh, o null’altro in particolare. I suoi occhi fissavano il nulla, neri, glaciali, morti come braci spente. Non privi, tuttavia, della loro forza lambente, di quel loro lucore ferino che, di là dal sipario d’ombra che avvolgeva Julian, s’accendeva talora e baluginava fioco e sinistro sotto la fronte pallida e pesante. Occhi che non sembravano umani. Come non lo sembrava Julian. Marsh ricordò la notte in cui Julian era salito a bordo del Fevre Dream. La prima volta che lo aveva guardato negli occhi gli era parso di vedere in essi una serie infinita di maschere crollare una dopo l’altra in una successione interminabile, finché, sotto l’ultima di esse non s’era rivelata la bestia. Adesso Julian era diverso. Era quasi come se le maschere avessero cessato di esistere. Mai il Capitano Marsh aveva conosciuto uomo che per cattiveria superasse o pure eguagliasse Damon Julian. Ma parte del male, della cattiveria che albergava in lui era essenzialmente umana: la sua malignità, le sue menzogne, il suo riso dalla musicalità così inquietante, il crudele piacere che provava nel tormento, il suo amore per la bellezza e per la sua distruzione. Adesso tutto ciò sembrava svanito. In lui vi era adesso soltanto la bestia, rannicchiata in agguato nell’oscurità con occhi ardenti di ferina aggressività, una belva braccata, un animale allo stallo, irragionevole, folle di paura. Adesso Julian non ridicolizzava York, non filosofeggiava sul bene e sul male, sulla forza e sulla debolezza, né blandiva Marsh con suadenti, luride promesse. Adesso era lì seduto ad aspettare, avvolto nel sudario dell’oscurità, il suo volto senza tempo svuotato d’ogni espressione, gli occhi testimoni di ere trascorse all’alba dei tempi, occhi vacui, orbi.