Il cuore dell’inverno
- Автор: Джордан Роберт
- Серия: La Ruota del Tempo #9
- Язык: итальянский
- Переводчик: Gabriele Giorgi
- Жанр: Фэнтези
Электронная книга - «Il cuore dell’inverno». Краткое содержание книги:
I Seanchan fluirono fuori da Ebou Dar e le notizie fluirono dentro. Perfino quando dovevano dormire in soffitta, i mercanti si pavoneggiavano nelle sale comuni delle locande, fumando le loro pipe e raccontando quello che erano certi che nessun altro sapesse. Sempre che dire quelle cose non incidesse sui loro profitti. Alle guardie dei mercanti non importava molto dei profitti che non avrebbero condiviso e raccontavano tutto, e qualcosa era perfino vero. I marinai divulgavano racconti per chiunque fosse disposto a comprare un boccale di birra o, meglio, del vino caldo speziato, e quando avevano bevuto abbastanza parlavano ancora di più, dei porti che avevano visitato, degli avvenimenti a cui avevano assistito e, probabilmente, dei sogni che avevano avuto dopo l’ultima volta che si erano ritrovati ubriachi. Comunque era chiaro che il mondo fuori da Ebou Dar stesse ribollendo come il Mare delle Tempeste. Racconti di Aiel che saccheggiavano e bruciavano provenivano da ogni dove, e altri eserciti oltre ai Seanchan erano in marcia, armate a Tear e nel Murandy, ad Arad Doman e nell’Andor, in Amadicia, che non era ancora del tutto sotto il controllo dei Seanchan, e dozzine di assembramenti armati troppo piccoli per essere chiamati eserciti nel cuore dell’Altara stessa. Tranne per gli uomini nell’Altara e nell’Amadicia, nessuno sembrava davvero sicuro di chi intendesse combattere chi, e c’erano dei dubbi sull’Altara. Gli Altarani avevano l’abitudine di approfittare dei tumulti per cercare di vendicarsi di torti contro i loro vicini.
Le notizie che più scuotevano la città, però, riguardavano Rand. Mat fece del suo meglio per non pensare a lui o a Perrin, ma evitare quegli strani turbinii di colore nella sua testa era difficile quando il Drago Rinato era sulle labbra di ognuno. Il Drago Rinato era morto, affermavano alcuni, ucciso dalle Aes Sedai, dall’intera Torre Bianca scesa tutta insieme su di lui a Cairhien, o forse era a Illian, o a Tear. No, l’avevano rapito ed era tenuto prigioniero nella Torre Bianca. No, era andato alla Torre Bianca per conto suo e aveva giurato fedeltà all’Amyrlin Seat. L’ultima aveva guadagnato molto credito perché molti uomini affermavano di aver visto un proclama, firmato da Elaida stessa, che lo rendeva noto. Mat aveva i suoi dubbi sul fatto che Rand fosse morto o che anche avesse solo giurato fedeltà. Per qualche strana ragione, si sentiva certo che avrebbe saputo se Rand fosse morto, e d’altro canto non credeva che quell’uomo si sarebbe messo volontariamente entro cento miglia dalla Torre Bianca. Drago Rinato o meno, era certo che avesse il buonsenso di non farlo.
Quella notizia — in tutte le sue versioni — agitò i Seanchan nel modo in cui un bastoncino mette in subbuglio un formicaio. Ufficiali di alto rango camminavano a grandi passi per i corridoi del Palazzo di Tarasin a ogni ora del giorno e della notte, i loro stravaganti elmi piumati sottobraccio, i loro stivali che sferragliavano sulle piastrelle del pavimento, i loro volti risoluti. Messaggeri partivano da Ebou Dar su cavalli e su to’raken. Sul’dam e damane cominciarono a pattugliare le strade invece di starsene solo a guardia dei cancelli, cercando ancora di rintracciare donne che potevano incanalare. Mat si teneva alla larga dagli ufficiali e rivolgeva un educato cenno del capo alle sul’dam quando ne incontrava una per strada. Qualunque fosse la situazione di Rand, lui non poteva farci niente a Ebou Dar. Per prima cosa, doveva fuggire dalla città.
La mattina dopo che il gholam aveva cercato di ucciderlo, non appena Tylin aveva lasciato i suoi appartamenti, Mat bruciò nel caminetto i lunghi nastri rosa fino all’ultimo, l’intero fascio. Bruciò anche una giacca rosa che lei gli aveva fatto fare, due paia di brache e un mantello rosa. Le stanze si riempirono del puzzo di lana e seta bruciate, e lui aprì alcune finestre per farlo uscire, ma non gli importava poi molto. Provò un enorme sollievo vestendosi con brache di un blu vivido e una giacca verde ricamata, con un mantello blu con decorazioni elaborate in modo esasperante. Perfino tutto il merletto non gli dava fastidio. Almeno nessuno di quegli abiti era rosa. Non voleva vedere mai più niente di quel colore!
Ficcandosi il cappello in testa, zoppicò fuori dal Palazzo di Tarasin con la rinnovata determinazione di trovare quel compartimento per mettervi da parte quello che gli serviva per fuggire, anche se avesse dovuto visitare ogni taverna, locanda e bettola di marinai della città dieci volte. Anche quelle nel Rahad. Cento volte! Gabbiani grigi e rincopi dalle ali nere volteggiavano in un cielo plumbeo che prometteva altra pioggia, e un vento gelido con un acuto odore di sale sferzava la piazza di Mol Hara, facendo agitare in giro i mantelli. Percuoteva le pietre del selciato come se avesse intenzione di spaccarle tutte. Luce, se ce ne fosse stato bisogno, sarebbe andato da Luca con gli abiti che aveva indosso. Forse Luca l’avrebbe lasciato lavorare come buffone! Probabilmente avrebbe perfino insistito. Almeno questo l’avrebbe tenuto vicino ad Aludra e ai suoi segreti. Percorse a grandi passi la piazza per tutta la sua ampiezza prima di rendersi conto di essere di fronte a una largo edificio bianco che conosceva bene. L’insegna sopra la porta ad arco recitava La donna errante. Un alto tizio in armatura rossa e nera uscì fuori, tre sottili piume sul davanti dell’elmo che aveva sottobraccio, e rimase ad attendere che gli venisse portato il suo cavallo. Un uomo con la faccia schietta con del grigio alle tempie, lui non guardò Mat e Mat evitò di guardare lui. A prescindere da quanto piacevole potesse essere l’uomo in apparenza, era un Sorvegliante della Morte, dopotutto, e un generale di bandiera, per di più. Ogni stanza de La donna errante, così vicina al palazzo, era affittata da alti ufficiali seanchan e per quella ragione Mat non vi era tornato da quando era stato in grado di camminare di nuovo. I soldati regolari seanchan non erano poi tanto male, pronti a giocare d’azzardo quasi per tutta la notte e a offrire un giro quando era il loro turno, ma gli ufficiali di alto rango si comportavano in modo molto simile ai nobili. Tuttavia, da qualche parte doveva iniziare. La sala comune era quasi come se la ricordava, dal soffitto alto e ben illuminata da lampade che bruciavano alle pareti malgrado l’ora mattutina. Massicce imposte coprivano le alte finestre ad arco, ora, per trattenere il calore, e dei fuochi crepitavano in entrambi gli alti caminetti. Una lieve caligine di fumo di pipa riempiva l’aria e dalle cucine proveniva l’odore di buone vivande. Due donne con dei flauti e un tipo con un tamburo fra le ginocchia stavano suonando un motivetto rapido e acuto tipico di Ebou Dar, e lui annuiva a tempo. Non era così diverso da quando era stato alloggiato qui, finora. Ma tutte le sedie ospitavano Seanchan, ora, alcuni in armatura, altri in lunghe giacche ricamate, che bevevano;, parlavano, studiavano mappe spiegate sui tavoli. Una donna ingrigita con la fiamma di una der’sul’dam ricamata sulla spalla sembrava compilare un rapporto a un tavolo, e a un altro una scarna sul’dam con una damane dal viso grassoccio ai suoi piedi pareva ricevere ordini. Molti dei Seanchan avevano i lati e la parte posteriore della testa rasati tanto che sembrava indossassero delle scodelle, coi capelli che rimanevano dietro lasciati lunghi in una sorta di ampia coda che pendeva fino alle spalle agli uomini e spesso alle donne fino alla vita. Quelli erano semplici lord e lady, non Sommi qualcosa, ma non importava poi molto. Un lord era un lord e, inoltre, gli stessi uomini e donne che andavano a chiamare le cameriere per avere altro da bere avevano lo sguardo sprezzante e sfacciato di ufficiali, il che voleva dire che coloro che ce li avevano mandati avevano un rango tale da mettere un uomo nei guai. Diverse persone lo notarono e lo guardarono con sguardo accigliato, e lui quasi se ne andò. Poi vide la locandiera che scendeva dalla scale senza corrimano in fondo alla stanza, una donna imponente dagli occhi nocciola con grossi anelli d’oro alle orecchie e un po’ di grigio fra i capelli. Setalle Anan non era di Ebou Dar, e nemmeno dell’Altara, sospettava lui, ma portava il suo coltello nuziale, che le pendeva con l’elsa all’ingiù da un collarino d’argento in una scollatura profonda e stretta, e una lama ricurva alla cintola. Sapeva che Mat doveva essere un lord, ma lui non era sicuro se ci credesse ancora o se il fatto che si bevesse ancora quella frottola gli avrebbe portato giovamento. In ogni caso, lei lo vide nello stesso istante e sorrise, un sorriso amichevole e accogliente che rese il suo volto ancora più grazioso. Non poteva fare altro che andare a salutarla e chiederle come stava, in modo non troppo particolareggiato. Il suo muscoloso marito era il capitano di un peschereccio con più cicatrici dovute a duelli di quante a Mat piacesse pensare. Senza tergiversare, lei volle sapere di Nynaeve ed Elayne e, con sua sorpresa, se lui sapeva qualcosa della Famiglia. Non aveva idea che lei ne avesse perfino udito parlare.