Il cuore dell’inverno
- Автор: Джордан Роберт
- Серия: La Ruota del Tempo #9
- Язык: итальянский
- Переводчик: Gabriele Giorgi
- Жанр: Фэнтези
Электронная книга - «Il cuore dell’inverno». Краткое содержание книги:
Lanciò un’occhiata a Tuon che, se lei avesse visto, avrebbe potuto far dimenticare alla ragazza che considerava Tylin come una sorella. «E nemmeno lei.» Ebbe almeno abbastanza buonsenso da bisbigliare.
«Chi è lei?» chiese Mat. Be’, non era mai stata più di una possibilità.
«La Somma Signora Tuon. E ora ne sai tanto quanto me» rispose Tylin, sempre piano. «Suroth scatta quando lei parla, e lei scatta quando parla Anath, anche se giurerei quasi che Anath sia un qualche tipo di servitrice. Sono un popolo molto singolare, dolcezza.» D’improvviso lei gli tirò via con un dito del fango dalla guancia. Non si era reso conto di avere fango anche in faccia. All’improvviso, l’aquila fu forte nei suoi occhi. «Ti ricordi i nastri rosa, pasticcino? Quando tornerò, vedremo come stai in rosa.»
Uscì con passo aggraziato dalla stanza con Tuon e Suroth, seguita da Anath, la so’jhin e i da’covale, lasciando Mat con l’anziana servitrice che cominciò a ripulire il tavolo del vino. Lui sprofondò in una delle sedie intagliate a mo’ di bambù e si prese la testa fra le mani. In ogni altra occasione, si sarebbe messo a farfugliare per via di quei nastri rosa. Non avrebbe mai dovuto cercare di rivalersi su di lei. Perfino il gholam non occupava molto dei suoi pensieri. I dadi si erano fermati e... Cosa? Era giunto faccia a faccia, o quasi, con tre persone che non aveva incontrato prima, ma poteva non essere quello. Forse aveva qualcosa a che fare con Tylin che diventava una del Sangue. Ma prima di allora, ogni volta che i dadi si erano fermati, qualcosa era successo a lui personalmente. Si sedette lì preoccupandosene mentre la servitrice chiamava altri per portare via tutto, per rimanerci finché Tylin non fosse tornata. Non si era dimenticata dei nastri rosa, e questo gli fece dimenticare ogni altra cosa per un bel po’ di tempo.
18
Un’offerta
I giorni successivi, dopo che il gholam aveva cercato di ucciderlo, si stabilizzarono in ritmi che non fecero che irritare Mat. Il cielo grigio non cambiò mai, se non per riversare pioggia.
C’erano voci nelle strade di un uomo ucciso da un lupo non molto distante dalla città, la sua gola squarciata. La gente non era preoccupata, solo curiosa; erano anni che non si vedevano lupi tanto vicino a Ebou Dar. Mat era preoccupato. Le persone di città potevano credere che un lupo potesse arrivare così vicino alle mura, ma lui sapeva che non era così. Il gholam non se n’era andato. Harnan e le altre Braccia Rosse si erano testardamente rifiutati di partire, affermando di potergli guardare le spalle, e Vanin rifiutò senza motivo, a meno di non considerare tale un commento borbottato sul fatto che Mat avesse un buon occhio per i cavalli veloci. Aveva sputato dopo averlo detto, però. Riselle, il suo volto olivastro tanto grazioso da far deglutire un uomo, i suoi grandi occhi scuri tanto sagaci da seccargli la lingua, chiese dell’età di Olver, e quando lui le disse che era vicino ai dieci anni, lei parve sorpresa e si picchiettò pensierosa le labbra carnose, ma se anche aveva cambiato qualcosa nelle lezioni del ragazzo, quello ne usciva sempre sprizzando gioia tanto per il suo seno quanto per i libri che gli aveva letto. Mat pensava che Olver avesse quasi abbandonato le sue partite notturne di serpenti e volpi per Riselle e i libri. E quando il ragazzo usciva correndo dalle stanze che una volta erano state di Mat, Thorn spesso vi scivolava dentro con l’arpa sottobraccio. Di per sé era sufficiente a far digrignare i denti di Mat, ma non era neanche la metà. Thom e Beslan di frequente uscivano insieme e non lo invitavano; rimanevano fuori per mezza giornata o anche mezza nottata. Nessuno diceva una parola sui loro piani, anche se Thom aveva la decenza di sembrare imbarazzato. Mat sperò che non avessero intenzione di far morire della gente per nulla, ma loro mostravano scarso interesse per le sue opinioni. Beslan si accigliava al solo vederlo. Juilin continuava a intrufolarsi di sopra e venne visto da Suroth, il che gli fruttò delle frustate appeso per i polsi a un palo nelle stalle. Mat fece in modo che le sferzate gli venissero medicate da Vanin — quell’uomo affermava che curare gli uomini era uguale a curare i cavalli — e lo ammonì che la prossima volta poteva andargli peggio, ma quello sciocco era tornato ai piani superiori quella stessa notte, ancora sobbalzando per il bruciore della camicia sulla schiena. Doveva trattarsi di una donna, anche se il cacciatore di ladri si rifiutava di dirlo. Mat sospettava che fosse una delle nobildonne seanchan. Una delle servitrici del palazzo avrebbe potuto incontrarlo nella sua stanza, dato che Thom stava fuori così tanto tempo.
Non Suroth né Tuon, questo era certo, ma non erano le sole Seanchan del Sommo Sangue a palazzo. Molti dei nobili seanchan affittavano stanze o, più spesso, case intere in città, ma diversi erano venuti con Suroth e una manciata anche con la ragazza. Più di una donna sembrava una piacevole compagnia malgrado quei loro capelli a cresta e il loro modo di guardare in maniera altezzosa chiunque non avesse le tempie rasate. Sempre che li notassero più del mobilio, ovviamente. Anche se sembrava improbabile che una di quelle donne boriose degnasse di una seconda occhiata un uomo che dormiva negli alloggi della servitù, be’, solo la Luce sapeva quanto fossero singolari i gusti delle donne in fatto di uomini. Non aveva scelta se non lasciar stare Juilin. Chiunque fosse la donna, avrebbe potuto già far decapitare il cacciatore di ladri, ma quel genere di febbre doveva spegnersi da sé prima che un uomo potesse pensare chiaramente. Le donne combinavano strane cose nella testa di un uomo.
Le navi arrivate da poco riversavano per giorni senza posa persone, animali e carico, sufficienti, se fossero rimasti tutti, perché le massicce mura cittadine scoppiassero dall’interno, ma fluivano attraverso la città e fuori nella campagna con le loro famiglie, i loro attrezzi e il loro bestiame, pronti a mettere radici. Anche i soldati passavano a migliaia, fanteria e cavalleria ben ordinate, avevano l’aria di essere veterani, muovendosi in armature dai colori vivaci a nord e a est oltre il fiume. Mat smise di provare a contarli. Alle volte vedeva strane creature, anche se molte di quelle venivano scaricate sopra la città per evitare le strade. Torm come gatti a tre occhi e con scaglie di bronzo delle dimensioni di cavalli, che facevano imbizzarrire molti dei veri cavalli attorno a sé, e corlm, come uccelli pelosi senza ali alti come un uomo, alte orecchie che si contraevano di continuo e lunghi becchi che parevano desiderare carne da strappare, ed enormi s’redit con i loro lunghi musi e le zanne ancora più lunghe. Raken e ancor più grandi to’raken volavano dal loro punto d’approdo sotto il Rahad, gigantesche lucertole che spiegavano le ali come pipistrelli e portavano uomini sulla schiena. Era piuttosto facile cogliere i nomi; ogni soldato seanchan non vedeva l’ora di discutere la necessità di esploratori su raken e le capacità dei corlm di seguire le tracce, se gli s’redit fossero utili per altre cose oltre che a trasportare carichi pesanti e i torm troppo intelligenti per potersi fidare di essi. Apprese molte cose interessanti da uomini che volevano ciò che desidera la maggior parte dei soldati: una bevuta, una donna, un po’ di gioco d’azzardo, non necessariamente in ordine. Questi soldati erano proprio dei veterani. Seanchan era un impero più vasto di tutte le nazioni fra l’Oceano Aryth e la Dorsale del Mondo, tutto sotto un’unica imperatrice, ma con una storia di ribellioni e rivolte quasi costanti che richiedevano che le capacità dei soldati fossero sempre affinate. Sarebbe stato più difficile scoprire qualcosa dai contadini. Non tutti i soldati se ne andarono, ovviamente. Rimase una forte guarnigione, non solo di Seanchan, ma anche di lancieri tarabonesi e picchieri amadiciani con i pettorali dipinti per assomigliare alle armature seanchan. E anche Altarani, oltre agli armigeri della casata di Tylin. Stando ai Seanchan, gli Altarani dell’entroterra, con fusciacche rosse incrociate sui pettorali, erano di Tylin quanto coloro che sorvegliavano il Palazzo di Tarasin, la qual cosa, stranamente, non sembrava piacerle molto. Non piaceva molto nemmeno agli uomini dell’entroterra. Loro e gli uomini in verde e bianco della casata Mitsobar si guardavano a vicenda come strani gatti in una stanzetta. Molti si osservavano in cagnesco, i Tarabonesi verso gli Amadiciani, gli Amadiciani verso gli Altarani, e viceversa: antiche animosità che gorgogliavano in superficie, ma nessuna andò oltre all’agitare qualche pugno e al lanciare qualche imprecazione. Cinquecento uomini dei Sorveglianti della Morte erano scesi dalle navi ed erano rimasti a Ebou Dar per qualche motivo. I crimini comuni a ogni grande città erano diminuiti in modo drastico sotto i Seanchan, ma i Sorveglianti si occupavano di pattugliare le strade come se si aspettassero che tagliaborse, teppisti e forse bande di briganti completamente armati spuntassero fuori dal selciato. Gli Altarani, gli Amadiciani e i Tarabonesi tenevano a freno la propria collera. Nessuno tranne uno sciocco discuteva con i Sorveglianti della Morte, non più di una volta. E anche un altro contingente dei Sorveglianti aveva preso residenza nella città, addirittura cento Ogier in rosso e nero. Talvolta pattugliavano con gli altri, altre volte si aggiravano con le loro asce a manico lungo sulle spalle. Non erano affatto simili a Loial, l’amico di Mat. Oh, avevano gli stessi nasi larghi e le orecchie pelose, e lunghe sopracciglia che si ombreggiavano gli occhi grandi come tazze da tè, ma i Giardinieri guardavano un uomo come domandandosi se avesse bisogno di essere potato di qualche arto. Proprio nessuno era tanto sciocco da discutere anche solo una volta coi Giardinieri.